La Turchia e i pregiudizi degli italiani (253)


OLYMPUS DIGITAL CAMERAAnche questa è notevole (un commento estemporaneo su di un sito di viaggi):

trattare sempre il prezzo è un modo per loro [per i negozianti del Gran bazar] di comunicare

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Erdoğan, il fallo ed Eliogabalo


1024px-The_Roses_of_HeliogabalusTra le tante scemenze che leggo quotidianamente sulla Turchia, questa almeno mi ha strappato un sorriso! Il politologo Samim Akgönül s’interroga infatti sul perché dell’incredibile popolarità di cui gode il neo-presidente: che fa pensare a un vero e proprio “culto della personalità” (niente a che vedere, però, con quello che è ancora dedicato ad Atatürk).

Nella spiegazione offerta, c’è un passaggio fondamentale messo però fra le note: immagino, per pudore! Akgönül ricorda infatti che Erdoğan è soprannominato “uzun adam“, “l’uomo lungo”: che ha a suo avviso una valenza fallica; cioè, per lui la figura di Erdoğan – alta, slanciata, atletica – rappresenta un gigantesco membro virile: “e d’altra parte, è estremamente popolare tra le donne” [sic].

Ci manca solo che Erdoğan, oltre a essere ritualmente accusato di voler diventare sultano e/o califfo, venga accostato all’imperatore siriano/romano Eliogabalo: che inviava emissari per tutto l’impero in cerca di uomini superdotati – in termini di lunghezza del fallo – da destinare alle più alte cariche dello stato (cfr. Antonin Artaud, Héliogabale ou l’Anarchiste couronné).

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Donatella Piatti: la rabbia e l’islamofobia


Donatella Piatti c’ha lasciati.

Donatella Piatti, bolognese che per anni ha vissuto in Turchia conducendo diversi programmi di cucina, ha deciso di lasciare Istanbul perché spaventata da quella crescente islamizzazione/estremizzazione di cui, a suo dire, sarebbe vittima il Paese. E fin qui nulla di nuovo, poiché già qualche mese fa aveva espresso timori analoghi in un articolo per la Gazzetta di Istanbul. I turchi si starebbero organizzando per conquistare l’Europa, da bravi terroristi islamici, e per riuscirci si riproducono facendo sempre più figli. Perché i turchi non sono “fessi” come “noi europei”. Già, la sindrome del Fesso.

Questa volta, però, la nostra è andata oltre, e nella rubrica di Beppe Servegnini per il CorSera ha dato un eccellente esempio di come non vi sia argine al Cretino lamentando nell’ordine: estremismo, terrorismo islamico, preoccupazione perché nello stesso quartiere ci sono 2 o 3 moschee (anche il piano regolatore è islamizzato, sì), fastidio per i muezzin che “urlano” e lo fanno addirittura in arabo (siamo alla crociata linguistica). Ce n’è per tutti, pure per l’aumento dei prezzi degli alcolici (ma questo è un evergreen dello spauracchio dell’islamizzazione, e di chi non sa che restrizioni sulla vendita degli alcolici dopo una certa ora sono tutt’ora vigenti in contesti ben più “europei”).

La Piatti se la canta e se la suona: lei può dire tranquillamente che i turchi non sono “fessi” come “noi europei”, loro si riproducono, FANNO FIGLI, però nessuno può tacciarla di razzismo o intolleranza religiosa per queste frasi, perché lei diceva “Bismillah” e “Inshallah” prima ancora che noi conoscessimo il significato di queste parole con le canzoni di Sting e dei Queen (ma che discorso è? Ho visto italiani comprare nei negozi cinesi, eppure continuano a ritenerli “esseri culturalmente inferiori”…).

Il Boğazkere – superbo rosso dell’Anatolia – è diventato un lusso per pochi, le sue cavolate in merito di storia e attualità turca, invece, un tedio per molti: il governo turco- per la signora Piatti- dice alle donne come vestirsi, che costume portare, ai loro mariti quando e come picchiarle, come comportarsi in pubblico. A sentire la Piatti, mi tornano in mente le immagini girate a Raqqa da VICE, salvo poi ricordare che quella è la capitale dello Stato Islamico dell’ISIS, e che lì la legge vigente è dichiaratamente quella della shar’ia, non la Turchia e Istanbul. Anche perché poi non si capisce bene cosa ci sia di terroristico nel costruire moschee in uno Stato in cui la maggior parte degli abitanti è di fede musulmana, cosa ci sia di aberrante nei muezzin e nella loro chiamata alla preghiera (certo, ad Istanbul non è affascinante come in Anatolia), e soprattutto perché delle opinioni date a caso da qualche politico (vedi Arinç sul ridere “sguaiato” di alcune donne), dovrebbero poi condizionare concretamente le scelte dei cittadini, laddove non vi sono leggi che impongano particolari norme di comportamento. I toni da Oriana Fallaci degli ultimi anni usati dalla Piatti, appaiono francamente immotivati, esagerati. Ma perché tutto questo rancore verso un luogo che è stato casa sua per 36 anni? Perché darne un’immagine tanto negativa ai lettori italiani sulla versione web di una delle testate più popolari?

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Borse di studio per studiare in Turchia (e conseguenze moleste)


10621013_10152690838768781_235650574_n(ringrazio l’autore di questo post: e invito tutti quelli che mi/ci leggono a farsi avanti, se hanno idee interessanti per contribuire al blog)

Da acerba a marcia come la frutta in una nave frigo, ma comunque da buttare: l’idea che gli italiani hanno della Turchia.

Se c’è di mezzo la Turchia, anche una borsa di studio può diventare pretesto per dare adito a quelli che io definisco “sensazionalismi da pianerottolo” e che- sostanzialmente- chiamano in causa i soliti falsi miti sulla Turchia e Istanbul (“ma c’è il deserto?”, “in estate le temperature raggiungono i cinquanta gradi, vero?”, “com’è il FIUME sul Bosforo?”), pregiudizi infondati, stereotipi (“Ora che vai, dovrai mettere il TURBANTE pure tu?”) e opinioni date con fin troppa superficialità (“Cosa devi andarci a fare? IO non mi sono trovato bene, non vedevo l’ora di andarmene!”). Il tutto allegramente variegato di cretinismo diffuso, ipocrita e perbenista, tipico dell’italiano che ancora s’illude di vivere chissà in quale Italia immaginaria, ignaro di averla trasformata da “culla del Rinascimento” a “cloaca dell’insolvenza”.

Vedete, io vengo da un piccolo paese dell’Italia meridionale e qui, se dici ai tuoi compaesani che hai vinto una borsa di studio in Turchia, il massimo che ti aspetti è che quelli più acculturati ti prospettino scenari degni de “L’Italiana in Algeri”; e che quelli meno acculturati- ma che, a mo’ di Pasquale Ametrano, han lasciato l’Italia per la Svizzera/Germania tanti anni fa e sono qui per le vacanze- ti diano consigli per trovare ed, eventualmente, sposare qualche compaesano multiproprietario e illibato (ma non troppo) già sul posto. Non ti aspetteresti certamente quelle riflessioni geopolitiche improvvisate, disquisizioni sui diritti della donna, che invece giungono puntuali, a raffica, scanditi con la stessa saccenza e sicurezza con cui io leggerei, per esempio, i nominativi sull’elenco telefonico (ma solo quelli).

In tutti i casi la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: possibile che, sia essa gente con un un minimo di cultura o totalmente ignorante, abbiano tutti la medesima opinione sulla Turchia e qualunque fatto di politica/costume la riguardi? Non si tratterà forse di vecchie opinioni e stereotipi sedimentati, difficili da svecchiare soprattutto in Italia, dove ancora sogniamo Kreuzberg, Londra, la Scandinavia e i media non fanno altro che alimentare questo sogno, continuando a raccontare scemenze su altre realtà (proprio la Turchia, ad esempio) che invece continuano a crescere e cambiare (e non poco) con tutti i pro e i contro?

Insomma, ci penserei più di una volta prima di dire, senza esserci mai stata, o averci passato solo pochi giorni, ed aver ascoltata solo qualche notizia al telegiornale, che “In Turchia c’è la dittatura, non è un Paese libero come la Germania o l’Italia” (sic!), “in Turchia sono sottosviluppati”, “in Turchia c’è zero rispetto per la donna”, “il loro premier è un animale” (di quale state parlando? Quello vecchio? Quello nuovo? E’ perché sarebbe un animale?), e ancora “Lì le leggi sono rigide, strano che ti sia trovata bene. Non c’è il regime?” (la parola “regime” non si capisce cosa significhi, perché nessuno sa dirti in cosa consista: “è un regime”, qualcosa che sta tra la topica freudiana, la categoria dello spirito e il semplice stato d’animo, difatti molti mi dicono: “sento la Turchia come un regime” e non so se ridere, prenderlo per un nuovo disturbo dell’olfatto, o abbonarli da un lacaniano di quelli esosi…).

Poi, abbiamo “La Turchia sta diventando come l’Iran alla fine degli anni Settanta” (sì, esatto, questa gente era pappa e ciccia con lo Scià all’epoca della Rivoluzione Iraniana, non parla così solo per vicinanza geografica fra Turchia e Iran). Per non parlare dei trip psichiatrici che si scatenano ogni qualvolta al telegiornale danno la notizia “scontri sul confine tra Siria e Turchia”, come se la geografia fisica e sociale di un Paese così vasto e variegato come la Turchia, si limitasse ai suoi soli confini e gli avvenimenti importanti fossero circoscritti a quella sola area.

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Il Fatto, la Turchia e il divieto di baciarsi (in pubblico)


Apprendo da Il Fatto – versione online – che in Turchia è proibito darsi baci in pubblico: e che a vietarli, è stato il “quasi sultano” [sic] Erdoğan in persona! Ma se ti beccano, che ti succede? Multa, o frustate sulla pubblica piazza :-) ?

No, ovviamente questo divieto NON esiste: e un giornalista degno di questo nome – anche se, come nel caso specifico, è un ultrà tifoso della Grecia che è rimasto al 1923 e che odia i turchi – non avrebbe l’obbligo deontologico di controllare i FATTI, prima di scrivere scemenze? Il giornale su cui scrive si chiama “Il Fatto“, dopotutto :-)

Più in generale: ma a chi fa comodo questo martellamento teso a presentare il mondo islamico – e segnatamente la Turchia – come l’origine di tutti i mali del mondo?

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La Turchia e i pregiudizi degli italiani (Erdoğan e Mussolini, 152)


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Questa foto l’ho reperita sulla bacheca di un’italiana che vive a Istanbul: è, come lei stessa ha scritto, un’attivista – appartenente alla sinistra antagonista, ovviamente. Questa foto rappresenta un’ulteriore prova di quanto sostengo da tempo: la percezione fondamentalmente sballata che si ha in Italia della realtà politica turca deriva anche – e soprattutto! – dalla folle pretesa di analizzarla attraverso categorie concettuali assolutamente inadeguate, che spesso hanno a che fare più con l’attivismo politico che con la politologia (e appartengono ad altri contesti).

Qual è il processo logico seguito? Chi non la pensa come loro – loro, nel senso di estremisti di sinistra – è automaticamente “fascista” e “dittatore”: da qui, i paralleli assurdi Mussolini-Berlusconi, Berlusconi-Erdoğan… e persino il più assurdo di tutti, Mussolini-Erdoğan.

Il vero dramma è che poi queste persone, in quanto “presenti sul posto”, sono state interpellate dai media italiani per avere il loro punto di vista sulle proteste di piazza Taksim, l’anno scorso: e ovviamente – prigioniere di questa visione antagonista: noi “buoni”, tutti gli altri “fascisti” – hanno ingigantito a dismisura quanto effettivamente successo, tacendo invece sulle azioni di guerriglia perpetrate dalle frange ugualmente estremiste dei manifestanti.

Che poi, mi chiedo: di tanti posti in cui andare a vivere l’ebrezza della rivoluzione, proprio Istanbul dovevano scegliere?

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La Turchia e i pregiudizi degli italiani (251)


So che qualcuno si è lamentato: “ma perché questo perde tempo coi pregiudizi, con tutte le cose di cui potrebbe occuparsi?” Beh, ci perdo tempo perché invece l’esistenza di questi pregiudizi è cruciale per inquadrare il problema secondo me essenziale: in Italia, l’informazione sulla Turchia è in mano a una piccola lobby di persone ideologicamente orientate, intimamente legate alla Turchia kemalista oggi in via di sparizione e che invece resiste – tirando fuori gli artigli! – alla nuova Turchia che sta prendendo forma, più rispettosa delle diversità che la compongono.

Per oggi, concludo il florilegio con un virtuosismo assoluto: ma dovrò presto leggermi altre sfilze di commenti ad articoli del Fatto, sono una miniera inesauribile!

Adesso anche questo si metterà a fare il Califfo, anzi il Sultano! Mamma li turchi…

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