Riscoprire Istanbul: Un velo non fa primavera (islamica)


A00Nuovo articolo per la mia rubrica Riscoprire Istanbul su I fiori del male.

A Istanbul nell’abbigliamento femminile è in corso una vera rivoluzione. Pur rispettando i dettami dell’islam sta diventando sempre più raffinato, modaiolo e femminile. Tanto da esprimersi con colori forti e suggestioni “aderenti”. E le riviste patinate lanciano modelle “velate” alla guida di macchine cabriolet rosse fiammeggianti. Tutto questo per dire che spesso la realtà sconfigge i pregiudizi.

Ormai è una psicosi: gli italiani residenti o di passaggio a Istanbul – per turismo, per studio, per affari – si lamentano perché “le donne velate sono di più”. Ma di più, rispetto a quando? E soprattutto, costoro passano forse il loro tempo in città a contarle? Le contano tutte? Che poi: anche se fosse, quale sarebbe il problema? Un foulard sulla testa, non rende di certo pericolosi o infidi: è di un pezzo di stoffa che stiamo parlando! Per riflusso d’orientalismo, ingigantito dall’11 settembre e dagli epigoni dello “scontro di civiltà”, però è vero che le donne col capo coperto “creano sospetti e paure, sono considerate una minaccia alla sicurezza, ai valori secolari e ai diritti conquistati dalle donne” (Renata Pepicelli, Il velo nell’islam, Carocci 2012). Paura del diverso, paura del minaccioso islam.

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La Turchia e i pregiudizi degli italiani (254)


A forza di leggere scemenze sulla Turchia – o di ascoltarle in tv – poi i risultati sono questi (è il commento di un lettore ad un articolo che parla di stupri e violenze nel sud-est; ovviamente, per iscriversi a liceo non servono visite che attestino alcunché):

e questi vorrebbero entrare in Europa? ma lo sapete che in Turchia una ragazza che si vuole iscrivere al Liceo deve subire una visita ginecologica che attesti la sua verginità?

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Istanbul, Europa: Il monastero di Halki, panorama su Istanbul


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Sono stato a Halki/Heybeliada venerdì scorso, in un posto speciale e per un’occasione speciale: al monastero greco-ortodosso di Hagia Triada, per un concerto sulla tradizione musicale greca di Istanbul e Izmir (a cantare, la bravissima Vassiliki Papageorgiou: protagonista del documentario sui musicisti delle isole). Il monastero è antichissimo, è stato fondato nel IX secolo: ma l’edificio oggi esistente risale alla fine del XIX secolo, quelli precedenti distrutti da incendi e soprattutto terremoti; sorge sulla sommità della collina a fianco del porto, immerso in una pineta: ci si arriva in una mezzoretta di cammino oppure in 5 minuti col fayton (il tipico calesse a due cavalli delle isole). Da lassù, il paesaggio è magnifico: a 360° sulle altre isole e sull’enorme distesa – la sponda asiatica, principalmente – chiamata Istanbul.

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Istanbul, Europa: Maromi a Istanbul, la cucina (giapponese) che diventa arte


MKK02Vi chiederete: perché segnalare e consigliare un ristorante giapponese a Istanbul? Cosa c’entra con la Turchia? Risposta: perché è un posto speciale, perché le creazioni dello chef Kenji Kume sono delle vere e proprie opere d’arte. Le avevo viste sul catalogo che accompagna il menù, prima di mangiarci: e l’impressione era appunto quella di una cura per i dettagli visuali fuori dal comune; poi, me ne hanno dato la conferma: è anche pittore, espone in patria e all’estero. In ogni caso, Maromi è un ristorante che nulla ha a che vedere – fortunatamente! – con gli ormai popolari sushi bar, che funzionano un po’ come delle catene di montaggio (sushi, sashimi, salsa di soia e poco altro): l’offerta è molto più ampia e per l’appunto sorprendente!

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AsiaNews, Il Foglio e il Corano obbligatorio in Turchia


C’è uno strano personaggio – risponde al nom de plume di Nat da Polis – che sfrutta la pubblicazione (d’ispirazione cristiana) AsiaNews per un’antipatica campagna di delegittimazione nei confronti di Erdoğan e del governo dell’Akp, sostanzialmente colpevoli di essere musulmani osservanti; questa campagna, soprattutto, viene condotta distorcendo sistematicamente la realtà o addirittura inventando fatti di sana pianta.

E’ quanto avvenuto negli ultimi giorni: con un “articolo” nel quale si sostiene che il Corano è diventato da quest’anno insegnamento OBBLIGATORIO in tutte le scuole turche <La nuova Turchia di Erdogan impone a tutti gli studenti lo studio del Corano>. Beh, no: a essere obbligatoria è un’ora di “religione ed etica” introdotta negli anni ’80; e sempre obbligatoria è l’ora di “principi atatürkisti e storia rivoluzionaria”. In questo articolo di Hürriyet, la spiegazione è chiara: il corso di Corano è FACOLTATIVO ed è limitato agli ultimi 4 anni delle superiori.

Quel che è peggio, questa falsa notizia è stata accettata acriticamente dalla redazione de Il Foglio ed è diventata un loro articolo (la fonte è esplicitamente citata, comunque). Quello che mi chiedo è: ma davvero non c’è nessuno in Italia disposto a fare informazione in modo obiettivo e professionale sulla Turchia?

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Marta Ottaviani, le fiction e l’islamizzazione della Turchia (di Ester Cristaldi)


osmanliderinA Marta Ottaviani piacciono le petitio principii, per questo dei suoi articoli non si capisce un bel niente. Ma cos’è? Un articolo di costume, di attualità o di sociologia dei media? Non si capisce. Ormai, pur di parlar male del governo turco e vedere lo spauracchio dell’islamizzazione ovunque, van bene anche le fiction. Sto parlando dell’articolo a questo link: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/istanbul-fiction-islamiche-articolo-36-402253805217.shtml, un altro di quelli che funzionano secondo la formula “Allah+Erdogan= shar’ia”, qui e lì spunta come sempre qualche rivendicazione sui diritti delle donne e l’immancabile legge sugli alcolici in Turchia.

Questa volta, però, si doveva parlare di fiction televisive turche e, in particolare, di Osmanli’da Derin Devlet, soap opera ambientata nel XVIII secolo, al tempo delle guerre tra gli Ottomani e l’Impero Russo. La soap opera in questione viene però presa solo a pretesto per parlare ancora una volta della vittoria di Erdogan alle presidenziali, di quanto alcune leggi siano restrittive per le libertà individuali dei turchi. Per cui non si capisce se si stia discutendo di politica, diritti o semplicemente di televisione. Leggiamo, infatti: “La fiction racconta gli splendori, i giochi di potere, gli intrighi alla corte dei Sultani, ma in un’ottica decisamente “pia”. Il periodo storico di riferimento è l’inizio del XVIII secolo, quando la Sublime Porta era in guerra con l’Impero Russo. Mentre il Sultano manca dalla corte per condurre campagne militari, nell’antica Costantinopoli si scatena una vera e propria guerra fra bande all’interno del Topkapi, la residenza imperiale, dove non ci si può fidare più di nessuno. Niente donne senza velo, niente scene di passione, molte invocazioni ad Allah e con il sovrano più intento a gestire le congiure di corte e comandare gli eserciti che a godersi le gioie dell’harem. Una scelta fatta per fare conoscere e immedesimare i turchi con il loro glorioso passato, riscoperto nei 12 anni in cui Erdogan ha guidato il Paese, ma non solo.

Insomma, il fatto che non ci siano inciuci e scene di sesso, è da attribuirsi all’islamizzazione ed è colpa di Erdogan e “La mancanza di passione e sentimenti, il ruolo di secondo piano ricoperto dalle figure femminili secondo i più critici combaciano con la Turchia voluta dal presidente Erdogan, che dai circoli più laici dello Stato viene accusato da tempo di voler rendere sempre più religioso il Paese fino a islamizzarlo completamente.” L’articolo va avanti così, senza discutere dettagliatamente né della soap opera in questione, eppure ha pretesa di mostrare perché sarebbe lo specchio di una società turca che cambia e diventa sempre più conservatrice, schiacciando l’intraprendenza delle donne (che di conseguenza non sono più “le eroine” dei telefilm). Per contro, le fiction dei decenni precedenti mostravano donne non velate, intraprendenti, in carriera e quindi emblema di una diversa idea della donna.

Il ragionamento filerebbe se solo il numero di fiction prese in considerazione non fosse esiguo (tre o quattro, in epoche differenti), e se anche quelle poche prese ad esempio fossero state analizzate decentemente ed in maniera tale dare un’idea del perché, eventualmente, sarebbero lo specchio di una società che cambia. Il ragionamento filerebbe se la tv turca mandasse in onda solo questo tipo di prodotti (l’offerta e invece varia), e se una serie come Osmanli’da Derin Devlet non avesse successo proprio nei Balcani di cui la giornalista parla (non mi sembra che lì ci sia un rischio concreto di islamizzazione, eppure ai telespettatori piace). Invece no, a Marta Ottaviani piacciono le sentenze sputate lì e non motivate. Ormai, pur di parlar male del governo turco, ci si appella anche alle fiction: almeno, però, facciamolo decentemente e con un’analisi un po’ più dettagliata, altrimenti si risulta meramente faziosi.

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Istanbul, Europa: Nel magico mondo del Pera Palace, l’albergo più bello di Istanbul


Ataturk Museum Room 2[...]

C’ero già stato lo scorso anno, per un concerto celebrativo della musica suonata sull’Orient Express; ci sono tornato qualche giorno fa, per una conferenza stampa (con tanto di spettacolare colazione “alla turca”): e stavolta ho avuto l’occasione di visitarne gli angoli più nascosti e affascinanti. Innanzitutto, il richiamo all’Orient Express non è una suggestione ma un dato di fatto: perché il Pera Palace venne costruito nel 1892 grazie ai finanziamenti della Compagnie Internationale des Wagons-lits – che aveva lanciato il treno più famoso e lussuoso al mondo – proprio per ospitarne i passeggeri. Anche per questo motivo le stanze, gli arredi, il servizio – bar e ristorante compresi – sono stati dal principio improntati allo sfarzo: mentre l’architettura orientaleggiante – lo progettò l’italo-franco-levantino Alexandre Vallaury – aveva la funzione di introdurre gli ospiti a un mondo percepito come fiabesco (e allora, forse un po’ lo era). Ha una vista spettacolare sul Corno d’oro, lo chiamano “la perla di Istanbul”; venne inaugurato nel 1895, con un memorabile ballo.

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