Istanbul, Europa: L’abbazia di Bellapais a Cipro


B00Nei giorni scorsi, ho partecipato a un viaggio per la stampa a Cipro: più specificamente, nella repubblica turca di Cipro nord (non riconosciuta da nessun altro stato, se non dalla Turchia). Vi risparmio i dettagli politici, dovrei scrivere un post chilometrico anche solo per introdurre il tema: e mi concentrerò solo su di un posto (ma scriverò anche altre cose, su Cipro), un posto speciale e magico che aspettavo di visitare da 18 anni.

Sull’isola di Cipro – luogo di nascita di Afrodite e terra di tutte le delizie – mi capitò di fare una ricerca di antropologia politica nel lontano 1996: quand’ero ancora uno studentello; e sentii parlai già da allora dell’abbazia di Bellapais, in realtà Abbaye de la Belle Paix: costruita dal XII al XIV secolo sulla catena montuosa del Pentadattilo, con vista sul Mediterraneo e la città di Kyrenia/Girne, in un purissimo stile gotico.

Me ne parlò un ex abitante del villaggio, che dovette abbandonarlo per il noto conflitto tra greco-ciprioti e turco-ciprioti nel 1974 (lui è greco-cipriota, Bellapais si trova nella zona controllata dai turco-ciprioti e dalla Turchia): e mi fece promettere che un giorno ci sarei andato; poi ne ho letto in un libro straordinario di Lawrence Durrell, che a Bellapais abitò durante la guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna potenza coloniale negli anni ’50: Bitter Lemons of Cyprus (Limoni amari di Cipro) Lo stato di conservazione non è ottimale, ad esempio il meraviglioso chiostro è andato in parte distrutto; la vera particolarità è la chiesa dell’abbazia (l’abbaziale), conservata invece benissimo, che dopo la conquista ottomana del 1570 venne trasformata in chiesa greco-ortodossa piazzando l’iconostasi nel transetto bloccando l’accesso all’abside: tutta da vedere! E bellissimo è in perfette condizioni è anche il refettorio: dove a maggio/giugno si tiene il Bellapais Music Festival.

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(per vedere le altre foto, cliccate qui)

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Istanbul, Europa: Erdoğan e la scoperta dell’America


mapLa notizia l’avrete letta tutti: il presidente Erdoğan vuole far costruire una moschea a Cuba, in ricordo dei navigatori musulmani che sono arrivati sull’isola ben prima di Cristoforo Colombo. Le reazioni: risolini e spernacchiamenti.

Ma da dove salta fuori questa ricostruzione parecchio avventurosa della storia? Scrive l’ANSA, che il presidente turco si è appoggiato “sul proprio orgoglio islamico che non su teorie accreditate”. Beh, in effetti non è proprio così: perché un fondamento scientifico alla tesi di una scoperta pre-colombiana e islamica del continente americano esiste eccome!

Il riferimento è l’insigne storico della scienza Fuat Sezgin, per decenni docente a Francoforte, fondatore dei musei – uno in Germania, uno a Istanbul – di due musei della scienza islamica (con riproduzioni di strumenti scientifici), autore di una monumentale “Storia delle scienze islamiche”: che in uno scritto accademico dal titolo “La scoperta pre-colombiana del continente americano da parte di navigatori musulmani” (l’originale è in tedesco, ma esiste comunque una traduzione in inglese: “The Pre-Columbian Discovery of the American Continent by Muslim Seafarers“, basato sull’analisi minuziosa di mappe e fonti varie, costruisce una tesi ben argomentata – anche se assolutamente non conclusiva – sull’origine islamica di molte delle conoscenze che poi spinsero Colombo a intraprendere il suo viaggio.

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(il resto del post potete leggerlo sul mio blog cultural-turistico “Istanbul, Europa)

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La nuova Turchia (un nuovo blog)


CTHo da poco aperto, sul sito di LookOut News, un nuovo blog specificamente dedicato alle trasformazioni della “nuova Turchia” dell’Akp, del presidente Erdoğan e del primo ministro Davutoğlu.

Questo il post inaugurale, seguiranno a breve i nuovi post: voi – mi raccomando! – leggete, commentate, diffondete!

Questo blog ha come obiettivo l’analisi delle trasformazioni istituzionali e socio-culturali della Turchia governata dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo di Recep Tayyip Erdoğan, l’AKP di lontane origini islamiste ma ormai “conservatore democratico” al potere dal 2002. In Turchia è in atto un complesso passaggio – osteggiato dalle resistenze delle élites tradizionali e da movimenti ideologicamente schierati contro l’islam politico – da un sistema autoritario a una democrazia pluralista ancora fortemente incompiuta. In vista dello storico appuntamento del 2023, nel centenario della Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk, quella che sta prendendo forma è la “nuova Turchia”, Yeni Türkiye come viene indicata nella retorica ufficiale e negli slogan elettorali.

Ampio spazio verrà riservato alla politica estera fortemente innovativa voluta da Ahmet Davutoğlu – prima consigliere di Erdoğan, poi ministro degli esteri e oggi primo ministro – per fare della Turchia il perno geopolitico del continente afro-eurasiatico: una politica, secondo alcuni critici, troppo ambiziosa e intrisa di nostalgia per il passato imperiale (è stata infatti definita “neo-ottomana”). Ma non meno frequenti saranno i riferimenti a tutti quei gruppi etnici e religiosi che compongono il mosaico anatolico, che dopo decenni di assimilazioni forzate – i curdi, gli alevi, i non-musulmani – stanno riconquistando visibilità, dignità, diritti. Darò conto di conferenze politiche e accademiche, segnalerò libri e altri studi: tutto in presa diretta da Istanbul.

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La Turchia e i pregiudizi degli italiani (256)


2658698808_0e6085ba23_zMa io perché mi arrabbio coi colleghi che fanno informazione sulla Turchia in modo cialtronesco? (cfr. “Turchia: risate, sorrisi e propaganda“) Perché poi c’è chi arriva sul mio blog digitando “le leggi turche che vietano alle donne di sorridere“! Eggià, a forza di leggere e sentire scemenze qualcuno s’è convinto che in Turchia esiste un formale divieto – valido solamente per le donne, ça va sans dire – di sorridere: che non esiste neanche negli stati più conservatori e retrivi della penisola arabica :-)

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Istanbul, Europa: Io, Cipro e la mia passione per la Turchia


S00Qualche giorno fa mi è stato chiesto: “com’è nata la tua passione per la Turchia?” Beh, è nata sostanzialmente nel 1996 e in modo estremamente indiretto: perché la Turchia l’ho conosciuta a Cipro, in occasione di una ricerca che feci nel lontanissimo 1996 (studiai l’unico villaggio misto – Potamia, abitato da greco-ciprioti e turco-ciprioti – dell’isola: e i risultati li pubblicai su Limes).

Politicamente, era la Turchia militarista e ultra-nazionalista degli anni ’90: e quindi, anche al netto della propaganda greco-cipriota non è che potessi averne una buona opinione; ma culturalmente, il discorso è estremamente diverso: ed è stato proprio a Cipro che ho scoperto l’esuberante meticciato di religioni, etnie ed idee che ha caratterizzato il mondo ottomano per secoli e secoli.

E anzi, c’è un posto specifico in cui queste peculiarità culturali hanno cominciato ad affascinarmi in modo concreto: la cattedrale gotica di Hagia Sophia (Santa Sophia) del XIII secolo, poi diventata la moschea Selimiye dopo la conquista dell’isola nel 1570-1571. Ci sono stato nel 1996, ci sono tornato giovedì scorso: e l’emozione è stata praticamente la stessa della mia prima volta!

(per vedere altre foto della chiesa/moschea Selimiye, cliccate qui)

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La Turchia e i pregiudizi degli italiani (255)


cammelloVabbè, ormai ne sono certo: me lo fanno apposta! Ma lo fanno per farmi indignare, o invece per dopare la rubrica con materiale fasullo?

Fatto sta, che ieri qualcuno è arrivato sul blog dopo aver digitato su google: “ci sono cammelli a istanbul“.

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Liberamente: Turchia e pregiudizi


ekonomist-in-kapaginda-sultan-erdogan-379-247(breve intervento sulla rivista studentesca della mia ex università, la Luiss di Roma)

Califfi, minareti e tappeti volanti. L’informazione sulla Turchia prevalente in Italia – e in tutto il mondo definito occidentale, del resto – è deformata da stereotipi e pregiudizi di stampo orientalista: viene percepita in buona sostanza come immersa in un eterno passato ottomano, in uno scenario fiabesco da “Mille e una notte” popolato da odalische seducenti e omoni inturbantati armati di scimitarra. Harem, moschee e poco più. E questo perché negli ultimi 12 anni il potere è stato gestito dal premier Recep Tayyip Erdoğan – diventato da poco tempo presidente della Repubblica – e dal Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp): un partito conservatore d’ispirazione islamica, che per alcuni aspetti ricorda la nostra Democrazia cristiana.

Ecco il punto: d’ispirazione islamica! E allora, invece di concentrarsi sulle grandi riforme che stanno trasformando il paese da autocrazia militarista in democrazia (ancora incompiuta), sul processo di pace con i curdi per mettere fine a 30 anni di sanguinosa guerra civile, sulle iniziative regionaliste in politica estera, sui cambiamenti del sistema economico sempre più dinamico e aperto, sugli esempi di convivenza tra religioni ed etnie, i grandi mezzi di comunicazione preferisco dar spazio a notiziole e fatterelli, abilmente manipolati: così che i lettori e i telespettatori tutto conoscono delle accuse di “islamizzazione” rivolte all’Akp da parte delle opposizioni irriducibili, sostanzialmente niente di tutto il resto. Una demonizzazione in piena regola: basta leggere quotidianamente i dispacci dell’Ansa per rendersi conto del fuorviante ritornello; persino gli scontri tra polizia e manifestanti, lo scorso anno al parco Gezi e a piazza Taksim, hanno meritato ore e ore di diretta ininterrotta: dando l’erronea ed esageratissima idea dell’assalto alla Bastiglia e della rivoluzione imminente, con tanto di giornalisti che facevano il tifo per i facinorosi!

Chi sa che in Turchia operano oggi 1200 imprese italiane? Che a Istanbul hanno vissuto – tra XIX e inizio del XX secolo – decine di migliaia di connazionali, tra cui architetti, ingegneri, medici, cuochi, musicisti, artisti di gran fama, tutti accolti e stipendiati dai tanto vituperati sultani ottomani? Che gli inni nazionali dell’impero sono stati composti da Giuseppe Donizetti fratello di Gaetano e dal parmense Callisto Guatelli? Che persino Giuseppe Garibaldi vi ha soggiornato per lunghi periodi, dal 1828 al 1831? No, i turisti italiani arrivano sempre più numerosi in quella che è stata per un millennio la capitale di un impero romano – ancora ricca di tracce, di monumenti, di chiese appartenenti a quel passato – e cercano invece l’Oriente, la danza del ventre, i quartieri arabi, il deserto, 50° gradi d’estate, le fumerie d’oppio. Tutto vero, tutto documentato sul mio blog

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