(ripropongo un vecchio articolo pubblicato nel 2005 sul quotidiano L’Indipendente. quest’anno mi sono dedicato agli armeni, l’anno prossimo sarò sicuramente a Gallipoli)
Penisola di Gallipoli, 25 aprile 1915. Le truppe australiane e neozelandesi, l’Australian and New Zealand Army Corps, sbarcano all’alba – insieme ad altri soldati britannici e francesi – per sorprendere le guarnigioni turche e marciare verso Istanbul. Ma i turchi resistono aiutati dal terreno scosceso, la campagna diventa un bagno di sangue per tutti, gli obiettivi strategici vengono miseramente mancati e il ritiro viene perfezionato nel dicembre successivo. Una sconfitta sonora e decine di migliaia di vittime. Lo sbarco del 25 aprile 1915 ha segnato però la nascita di miti e rituali che ancora oggi forgiano l’orgoglio nazionale australiano e neozelandese. L’Anzac Day, il giorno del ricordo dei caduti di tutte le guerre. Un 25 aprile alternativo, che a differenza del nostro unisce vinti e vincitori, aggressori e aggrediti – perché alle cerimonie solenni dell’Anzac Day in Australia e Nuova Zelanda, si affianca la commemorazione condivisa di Gallipoli.
Il premier australiano John Howard, il premier neozelandese Helen Clark, il principe Carlo e di decine di migliaia di pellegrini venuti da Francia, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda si sono ritrovati quest’anno per il novantesimo anniversario – particolarmente sentito e animato, alla vigilia, da furiose polemiche in Australia. Sulla spiaggia di Anzac Cove (allora chiamata Ari Burnu), al momento e nel luogo esatto dello sbarco, la tradizionale funzione dell’alba ha rievocato la tensione dei primi soldati arrivati, ha ricordato con rispetto quelli uccisi subito ma anche negli otto mesi successivi. Come a Gallipoli, a Melbourne, a Sydney, a Perth, a Darwin, a Wellington, a Port Moresby, all’Australian War Memorial di Canberra – secondo lo stesso rituale, con gli stessi fiori e le stesse armi capovolte, nello stesso silenzio impreziosito dagli stessi squilli deferenti di tromba e dagli stessi inni struggenti. Come “Nei campi delle Fiandre”, di John McCrae: scritto a Ypres, nel 1915, alla vista dei rossi papaveri simbolo di sangue versato e di vita che torna dopo aver sconfitto la morte.
A Gallipoli, la funzione dell’alba è attesa sulla spiaggia, tra tende e fiaccole – ed è seguita da una lenta processione a ripercorrere i sentieri dei soldati, attraversando però cimiteri e monumenti, per giungere dopo qualche chilometro in altri luoghi della memoria, in cui si tengono altre solenni funzioni. In Australia e Nuova Zelanda, invece, vengono organizzate marce e parate, in cui sfilano i veterani di tutte le guerre, tra ali di folla – come le prime spontanee e informali del 1916, compresa quella di Londra, per il primo Anzac Day. La ritualizzazione fu infatti immediata, d’impeto popolare. Lo sbarco di Gallipoli fu il primo grande evento mondiale a cui australiani e neozelandesi parteciparono da protagonisti; e nello “spirito Anzac” di sacrificio individuale e cameratismo venivano ritrovati gli elementi alla base dell’identità nazionale.
Ma le cerimonie dell’Anzac Day, nel corso dei decenni, hanno vissuto profonde trasformazioni. Negli anni venti, funzioni e parate si sono diffuse in tutti gli stati della federazione australiana – con cerimonie coordinate a partire dal 1927; mentre subito dopo la Seconda guerra mondiale si sono aggiunti, ai veterani della Grande guerra, quelli del 1939-1945 e poi delle guerre in Corea, in Malesia, in Indonesia, in Vietnam – fino ai reduci attuali degli interventi a Timor est e in Iraq. Dopo un sensibile calo di interesse durante gli anni sessanta e settanta, causato dalla ventata pacifista che demonizzava il mestiere delle armi, negli anni ottanta e novanta l’Anzac Day ha ripreso il vigore e riconquistato l’attenzione di un tempo – con affluenza sempre crescente a partire dalle funzioni dell’alba e coinvolgimento delle generazioni più giovani.
Con tanto di rielaborazione recente della ritualità, verso forme più complesse e spettacolari. Ne è esemplare testimonianza la proposta, da parte delle autorità australiane, di far cantare ad Anzac Cove una star rockettara, John Farnham – proposta respinta con fermezza dal primo ministro neozelandese e denunciata con sdegno da molti commentatori australiani. Nel mirino della stampa a grande tiratura è finito anche Gary Beck, responsabile dei cimiteri di guerra australiani sparsi nel mondo e colpevole di voler trasformare le commemorazioni dell’Anzac Day in celebrazioni spettacolari, in eventi dalle sembianze multimediali, con musica accattivante e giochi di luci. Alla fine, Farnham e Beck sono stati cassati, a favore di un più sobrio quartetto d’archi e digderidoo (lo strumento rituale degli aborigeni) del compositore australiano Peter Sculthorpe.
Ma la polemica sull’intrattenimento da offrire sulla spiaggia di Gallipoli, nei mesi di avvicinamento al 25 aprile, è stata solo la prima e la meno accesa. Un autentico tsunami mediatico e politico si è invece scatenato contro il premier John Howard per il lavori di sistemazione di tutta l’area di Gallipoli, voluti dall’Australia ed eseguiti dalla Turchia. Strade, parcheggi, bulldozer in azione: con lo stravolgimento del paesaggio originario, conservato in un parco nazionale dedicato alla pace; con la creazione di aree e spazi riservati alle autorità politiche e a Vip assortiti, violando lo spirito ugualitario degli Anzac e di tutti gli australiani; soprattutto con tombe naturali e non segnalate profanate dalle lame delle escavatrici, che hanno portato alla luce i resti di alcuni soldati. Mentre la promessa solenne, fatta da Howard, di includere Gallipoli nella lista del patrimonio australiano da preservare è rimasta lettera morta. E le associazioni di veterani, il leader dell’opposizione laburista Kim Beazley e il ministro-ombra dell’ambiente Anthony Albanese, i commentatori di punta della carta stampata e della televisione, hanno attaccato con intrattenibile virulenza l’operato del premier. Perché nessuno, neanche un leader popolare come Howard, è legittimato a contaminare la purezza dello spirito Anzac, sintesi dei valori nazionali australiani e cemento rituale della collettività.
La commemorazione dello sbarco, della campagna e dei caduti di Gallipoli, però, ha assunto un significato che trascende le appartenenze nazionali: quello della condivisione della memoria che è superamento catartico degli odi e delle divisioni del passato. Già nel 1923, infatti, Mustafa Kemal Atatürk scriveva: “Voi, madri che avete mandato i vostri figli da terre lontane, asciugate le lacrime; i vostri figli riposano adesso nel nostro seno e sono in pace. Dopo aver perso la loro vita in questa terra, sono diventati i figli anche nostri.” Vincitori e vinti, aggressori e aggrediti: da molti decenni ad Anzac Cove si tendono la mano e commemorano insieme le vittime di tutti.
Atatürk soldato
A Gallipoli nacque lo spirito Anzac; a Gallipoli divenne un eroe il soldato Mustafa Kemal, poi il padre della patria Atatürk. Originario di Salonicco, il giovane Mustafa scelse precocemente la carriera delle armi. Dall’età di 12 anni, a partire dal 1893, frequentò una scuola militare e venne soprannominato Kemal, “perfezione”; due anni dopo si trasferì all’accademia militare di Monastir; nel 1904 venne selezionato per il prestigioso Harbiye Staff College di Istanbul, dove ottenne il diploma nel 1905. Fu brillante in ogni suo incarico: in Siria, in Albania, in Libia contro gli italiani. Nel 1915, ebbe il comando della Diciannovesima divisione a Gallipoli. Si distinse per coraggio, per leadership, per abilità strategiche; per la capacità di infiammare i suoi soldati: “O vittoria, o morte!”. Divenne un eroe nazionale, Mustafa Kemal Pasha. Dal 1916 al 1918, da generale, combatté con successo in Anatolia orientale, nell’Hejaz, in Palestina e in Siria. Divenne il condottiero e l’animatore della guerra d’indipendenza, a partire dal 1919, contro i britannici e i greci che occupavano Istanbul e porzioni dell’Anatolia, insieme a francesi e italiani. Li sconfisse ripetutamente, costringendo i greci alla fuga e i britannici alla pace, nel 1922 – dopo l’evacuazione francese e italiana, dopo la riconquista di Kars e Ardahan dall’Armenia. Si guadagnò il titolo di Ghazi, “vincitore”. Abolì il sultanato, divenne presidente della Repubblica turca, abbandonò gli abiti militari nel 1923.

Se non sbaglio, agli inizi degli anni ’80 del XX secolo, è stato fatto un film australiano proprio sull’impresa di Gallipoli del 1915 con un giovane Mel Gibson.
si’, molto bello: Gallipoli del 1981, con la superba regia del grande Peter Weir.
Sono stato a Gelibolu nel 1988. Vale il viaggio. Da paura: solo Cassino mi ha fatto la stessa impressione. Sono Ufficiale di artiglieria in congedo, ho visitato il museo e ho camminato sulla spiaggia. Sento i brividi ancora adesso. E’ stato criminale mandare allo sbaraglio Australiani e neozelandesi in mezzo a quelle strettissime lingue di terra. I Turchi possono essere arretrati, ma la loro disponibilità a morire in battaglia è paragonabile solo a quella Giapponese (lo si è visto anche in Corea). Di fronte a truppe ben asserragliate e con un bombardamento navale troppo impreciso per via degli sbarramenti di mine Tedeschi, le truppe Anzac potevano morire o di piombo o di tifo.
Ciao!
Andrea Di Vita
Credo anch’io che gli Osmanli furono un pò troppo sottovalutati un secolo fa, sia dai Franchi che, purtroppo, dai Romei di Atene e dagli Armeni, impressionati dal crollo della dominazione ottomana nei Balcani nel 1912-13.
E questa sottovalutazione fu, a mio parere, la causa della tragedia microasiatica nel 1915-1924.
ciao
Il film fu girato a Gallipoli/Gelibolu?
no, Australia. ma ci sono alcune scene egiziane, quell dovrebbero esser state girate li’…
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