La Turchia e il genocidio armeno


(qualche passaggio di un mio articolo in uscita venerdì sul settimanale il futurista: per leggerlo integralmente, l’abbonamento o l’edicola)

[…]

In effetti, uno dei test decisivi sul compimento delle riforme democratiche in Turchia, sul raggiungimento degli standard europei in termini di libertà e diritti, è proprio il trattamento della minoranza di origine armena: della sua memoria, del suo patrimonio culturale, della sua identità e della sua lingua, della legittima aspirazione a una posizione di pari dignità all’interno nella società e nel sistema politico-istituzionale turchi. Richieste il cui accoglimento non è scontato, perché invece richiede il superamento di un tabù impronunciabile fino a pochi anni fa: la grande catastrofe, la Meds Yeghern, la pulizia etnica, il genocidio che ha ridotto la popolazione armena da 1,2-1,8 milioni in epoca ottomana ai 50-70.000 di oggi. Tabù impronunciabile e penalmente perseguibile, che nella Turchia dell’Akp, grazie soprattutto al coraggio e alle provocazioni della società civile, è però in via di superamento all’interno di un più vasto processo di ridefinizione dell’identità nazionale e della cittadinanza, a beneficio di tutte le minoranze etniche e religiose: non solo armeni, ma anche rum greco-ortodossi, siriaci, assiri, nestoriani, georgiani, circassi, lazi, soprattutto curdi e alevi – nemici interni della Turchia kemalista, partner ma ancora discriminati nella Turchia del 2011, soci paritari nella nuova Turchia che il primo ministro Erdoğan vuole costruire entro il centenario del 2023. Una nuova Turchia, finalmente membro dell’Unione europea.

[…]

E l’interpretazione più originale e convincente appare quella di Fuat Dündar, storico di origini curde e già ingegnere, uno dei partecipanti alla conferenza del 2005, che ha utilizzato le sue conoscenze matematiche per decifrare i mutamenti etnici e demografici in Anatolia dal 1913 al 1918, servendosi di telegrammi cifrati e dati dei censimenti: un’ottica di lungo periodo che parte dalle guerre balcaniche del 1912-1913 e dalle espulsioni reciproche e che lo porta a concludere che le deportazioni del 1915 degli armeni sono state solo uno degli elementi – il più distruttivo, beninteso – di un sistematico progetto di ingegneria etnica voluto dai Giovani turchi del Comitato di unione e progresso – loro stessi provenienti dai Balcani, al potere con un golpe dal gennaio 1913 dopo la fase costituzionale del 1908-1912, vittime prima di diventare carnefici: Enver Bey, Cemal Paşa, Talat Paşa. L’obiettivo: la preponderanza etnica dei turchi ovunque in Anatolia, nel territorio che avrebbe dovuto far parte dello Stato post-imperiale; a maggior ragione nell’est abitato dagli armeni indipendentisti e preso di mira dalla Russia zarista alla vigilia della Prima guerra mondiale, in pericolo dopo i primi rovesci bellici. Le conseguenze: la retata di oltre 200 intellettuali armeni di Istanbul nella notte tra il 23 e 24 settembre e la loro deportazione (metà morirono, violentemente o di stenti), i massacri, le marce nel deserto, la pulizia etnica nell’Armenia ottomana, centinaia di migliaia di vittime, molte conversioni all’Islam per salvarsi la vita (e i loro discendenti, oggi, cominciano a riscoprire le loro sorprendenti origini), circa 300.000 sopravvissuti secondo le stime di Fuat Dündar.

[…]

Ma anche il governo ha cominciato a fare la sua parte: a cominciare dal riconoscimento e dalla preservazione del patrimonio culturale armeno, costantemente su impulso del ministro della cultura e del turismo Ertuğrul Günay. Il 19 settembre 2010, ad esempio, per la prima volta dal 1915 è stata celebrata la messa nella piccola chiesa della Santa croce sull’isola di Akhtamar, nel lago di Van all’estremità orientale della Turchia: una chiesa che risale al X secolo ed è considerata uno dei maggiori tesori architettonici e artistici dell’Anatolia armena, riaperta solo nel 2007 come museo dopo pesanti restauri alle strutture, agli affreschi, ai celebri altorilievi di ispirazione biblica; mentre in occasione di Istanbul Capitale europea della cultura 2010 è stato celebrato Gomidas, il fondatore della musica classica armena e uno dei deportati del 24 aprile 1915 (non morì, ma impazzì), ed è stato avviato il restauro del complesso monastico di Vortvots Vorodman a Istanbul; e proprio degli ultimi giorni è l’annuncio di una partnership col World Monuments Fund per il recupero e la salvaguardia della cattedrale e della chiesa del Santo Salvatore di Ari, città armena fiorentissima in epoca medievale e oggi completamente abbandonata. Un altro segno tangibile di ricostruzione e di rinascita: per la comunità armena e per la Turchia.

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20 risposte a La Turchia e il genocidio armeno

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  2. mirkhond ha detto:

    “molte conversioni all’Islam per salvarsi la vita (e i loro discendenti, oggi, cominciano a riscoprire le loro sorprendenti origini), circa 300.000 sopravvissuti secondo le stime di Fuat Dündar.”

    300.000 è il numero degli Armeni che sopravvissero ai massacri del 1915-22?
    Perchè riguardo ad oggi, secondo fonti armene come il sito noravank, gli armeni “nascosti” o comunque di origine armena in Turchia sarebbero 1.000.000-1.500.000.
    Riguardo al rapporto Alevi-kemalismo, agli inizi dell’avventura di Mustafà Kemal e alla nascita della nuova Turchia nella guerra del 1919-22 e con la fondazione della repubblica laica nel 1923-24, mi sembra che i rapporti fossero piuttosto buoni.
    Mustafà Kemal (poi Ataturk) aveva bisogno dell’appoggio di una forte minoranza non cristiana ma nemmeno musulmana sunnita, la quale proprio perchè perseguitata e ridotta ad una condizione di semiclandestinità, poteva appunto tornare utile nell’erezione del nuovo monolite laico-repubblicano.
    E agli stessi Alevi non pareva vero di poter essere parte di un sistema statale che non li avrebbe più perseguitati e discriminati.
    L’idillio però venne a terminare nel 1936, quando Ataturk impose ai montanari Zaza Alevi di Dersim, gli obblighi di leva estesi a tutti i Turchi, ponendo fine alla situazione di “privilegio” in cui Dersim viveva riguardo al servizio militare.
    Da qui la sanguinossissima rivolta di Sayyid Reza del 1937-38, rivolta sedata col pesante intervento di esercito e aeronautica e costellata di stragi, stupri e orrori vari che non risparmiarono età e sesso. Rivolta, è opportuno sottolinearlo, che NON trovò alcun appoggio dai Curdi sunniti, Curdi a cui gli Zaza, Alevi e non, sono stati a lungo sbrigativamente accomunati.
    Ma del resto anche gli Alevi, Zaza e non, non avevano dato alcun appoggio alla prima insurrezione curda antikemalista del 1925-30, proprio perchè allora erano filokemalisti, mentre i ribelli curdi sunniti con epicentro sull’Agri Dagi (il cosiddetto Ararat) e alle frontiere con l’Iraq, erano gli ex Hamidiyye, la milizia curda istituita nel 1890 dal Sultano Abdul Hamid per reprimere e massacrare Armeni, e resasi tristemente famosa nei massacri del 1894-96 e nel 1915-18.

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      300mila e’ la speculazione di Fuat Dundar: ma considera che ha fatto un impressionante lavoro con censimenti e cifre varie, la sua conclusione potrebbe essere attendibile. in ogni caso, ho scelto la sua interpretazione per spiegare a dei lettori non specialisti cos’e’ il genocidio armeno perche’ Dundar evita il giochino buoni/cattivi e parla di origini, di contesto, di circostanze: perche’ il suo obiettivo e’ SPIEGARE e non giudicare…

      • mirkhond ha detto:

        Obiettivo condivisibilissimo e che tutti gli studiosi dovrebbero sempre tenere in mente, quando si è tentati, appunto, di dividere nettamente tra buoni e cattivi, ignorando la complessità delle vicende umane.
        Casomai è dall’analisi dei fatti che ci si può poi fare un’opinione su questo o quello.

  3. mirkhond ha detto:

    Riguardo i rapporti governo centrale-Alevi, la pesante oppressione scatenatasi nella Turchia kemalista nei loro confronti e che in anni recenti ha visto i bagni di sangue di Kahramanmaraş nel 1978, di Sivas nel 1993 e di Istanbul nel 1995, questa oppressione si inserisce appunto in dinamiche di conflittualità e oppressione da parte del potere centrale verso minoranze ritenute “ereticali”, che però ha una lunga storia alle spalle.
    Leggendo l’intervento di Francesco Marilungo sul carattere totalitario dello stato turco, mi veniva in mente proprio la vicenda degli Alevi e del loro lungo e tormentato rapporto con l’ortodossia del potere centrale, ortodossia da intendersi in senso laico kemalista ma anche religioso sunnita.
    L’Alevismo è documentato nell’Anatolia centro-orientale a partire dal XIII secolo, ma esso probabilmente ha avuto una lunga gestazione, almeno un paio di secoli, e legato alle invasioni turcomanne dell’XI e XIII secolo, e dalla migrazione degli Zaza, provenienti dall’Iran caspico, stando almeno all’analisi linguistica, nel X-XI secolo.
    Ora, al momento dell’arrivo degli Zaza e dei Turcomanni, l’area dell’antica frontiera romano-armena, a cavaliere dell’alto corso dell’Eufrate, era da secoli anch’essa in una situazione di conflittualità. Conflittualità dovuta non solo al fatto che la Grande Armenia era sottomessa al Califfato arabo-islamico di Damasco e poi di Baghdad.
    La realtà armena che, sia la diaspora armena che l’Occidente sono abituati a guardare come un blocco monolitico facente capo alla Chiesa Armena Apostolica col suo patriarca a Echmiadzin, era invece più articolata e divisa sia politicamente che religiosamente.
    Politicamente gli Armeni erano sudditi di diversi principi solo formalmente uniti ad un re visto come primus inter pares, o ad un governatore in nome del Califfo, arabo o armeno cristiano. Con la dissoluzione del Califfato e la sua riduzione de facto al solo Iraq nel IX-X secolo, in Armenia si erano formati due grossi aggregati feudali, i Bagratidi a nord con capitale la famosa Ani (di cui oggi restano le rovine al confine con l’Armenia ex sovietica), e gli Arzrunì a sud, nel Vaspurakan, e con centro sul lago Van (la chiesa di Aghtamar fu eretta sotto la loro dominazione).
    Oltre a questi grossi regni intorno a cui ruotavano in modo conflittuale vassalli riottosi, vi erano anche gli Armeni sudditi dell’Impero Romano d’Oriente, sia indigeni dell’Armenia minore, l’area intorno a Sebastia (Sivas), facente parte da secoli della Romània, e sia immigrati dalla Grande Armenia in diverse fasi, o deportati dalle autorità romane per ripopolare vaste aree dell’Anatolia e della Tracia, devastate dalle incursioni arabe e slavo bulgare nei Balcani.
    Per quanto riguarda l’aspetto religioso questi armeni romani venivano “spinti” ad abbracciare l’Ortodossia di Costantinopoli, cosa che portò moltissimi di loro ai vertici dell’esercito, della Chiesa e allo stesso soglio imperiale, nei secoli VII-XI.
    Ora, la politica di assimilazione forzata, di omologazione attraverso la religione, fu estesa anche ai regni grandi armeni conquistati dagli imperatori romani (di origine armena) Niceforo II Foca (963-969), Giovanni Zimisce (969-976) e Basilio II (976-1025).
    Ma questa omologazione religiosa bizantina si inseriva in una realtà religiosa armena che, come detto prima, era tutt’altro che omogenea.
    Accanto alla Chiesa Armena Apostolica e ai convertiti all’Ortodossia bizantina, vi erano anche aree in cui la popolazione seguiva le “eresie” dualiste dei Pauliciani e dei Tondrakiani, i primi con epicentro proprio nell’area di Dersim (Tunceli) e gli altri a Tondrak a nord del lago Van (forse l’odierna Tendurek a sud dell’Agri Dagi).
    I Pauliciani, subirono una politica oscillante da parte del potere romano che a volte li tollerava per motivi militari (come all’epoca dell’Iconoclastia), e a volte li perseguitava apertamente e spietatamente con stragi, deportazioni di massa e conversioni forzate che, non hanno nulla da invidiare alle stragi di Abdul Hamid e dei Giovani Turchi, come durante la sanguinosissima guerra romano-pauliciana dell’843-872 d.C., il cui epicentro fu l’alto Eufrate. Ma, con l’avanzata romana nella Grande Armenia nel X-XI secolo, la persecuzione si estese anche ai Tondrakiani, che peraltro erano già perseguitati dai principi e dalla Chiesa Armena Apostolica, e asserragliati nelle loro roccaforti a nord del Lago Van. Tondrakiani che, molti storici considerano i Pauliciani della Grande Armenia, mentre i Pauliciani propriamente detti abitavano sulla frontiera orientale romana verso Dersim.

  4. mirkhond ha detto:

    Come accennato, le autorità romane ci andarono pesante sulle frontiere armene orientali, imponendo una pesante politica di assimilazione forzata alla Chiesa Ortodossa di Costantinopoli, verso i sudditi Armeni e Siri Giacobiti e tra gli Armeni, sia agli “ortodossi” Apostolici che verso i gruppi “ereticali” dualisti Pauliciani e Tondrakiani.
    Gregorio Magistro, armeno assimilato e governatore (duca) romano-bizantino dei territori armeni di Vaspurakan e Taron, negli anni 1051-1054, scrive al patriarca siriaco, che nell’aver espugnato e distrutto le roccaforti tondrakiane, si era limitato alla distruzione dei soli testi sacri, mentre altri suoi colleghi avevano infierito anche su vecchi, donne e bambini!
    Insomma in epoca bizantina cristiana, le dinamiche di assimilazione governative non furono molto diverse da quelle accadute in anni a noi più recenti nelle stesse terre, verso Armeni e Curdi da parte delle autorità turche.
    In questo contesto di oppressione, si inserirono le invasioni turcomanne che avrebbero gradualmente modificato l’aspetto etno-linguistico e religioso, ma non antropologico dell’Armenia e dell’Anatolia. Insieme ai Turchi, probabilmente spinti da essi, anche gli Zaza trovarono la loro nuova patria, dopo essere emigrati dall’Iran e stabilitisi sulla frontiera con la Romània, a Mayyafariqin, dove sono documentati nella seconda metà del X secolo.
    Gli Zaza dovevano già essere shiiti nella loro patria originaria, la regione iraniana del Gilan, ma, insediandosi nell’area di Dersim, alla fine dell’XI secolo, vi trovarono una popolazione armena pauliciana con cui gradualmente si fusero, assimilando i secondi anche linguisticamente.
    In questa fusione, è probabile che anche la Shiah originaria degli Zaza, subisse una profonda elaborazione in senso gnostico. Pensiamo che gli Alevi rifiutano la moschea, bevono il vino, non hanno una vera e propria “gerarchia” religiosa, ma si riuniscono in case di preghiera con a capo dei dede o anziani. Una struttura simile c’era tra i Pauliciani e i Tondrakiani, con i loro capi laici, chiamati didaskaloi in romaico bizantino.
    Già sotto i primi Selgiuchidi, abbiamo una dinastia musulmana, i Beni Boghusag, cioè i Figli dei Pauliciani, che dal nome, sono appunto dei Pauliciani convertiti all’Islam e che il Sultano Toghrul Beg (1038-1063), nomina signori di Siverek.
    Ma abbiamo altri gruppi armeni che abbracciarono l’Ismaelismo e fecero carriera come dinastie di vizir alla corte fatimide al Cairo, come i Beni Ruzziq, originari della Grande Armenia. E’ notevole che questi gruppi ereticali shiiti si trovassero tra Dersim, le aree intorno al Lago Van, nella Siria settentrionale e forse in zone della Cilicia, tutte aree dove la presenza pauliciana e tondrakiana è ben documentata.
    Per cui, in sintesi, possiamo dire che nella lunga elaborazione dottrinale che generò l’Alevismo anatolico nell’XI-XIII secolo, giocò un ruolo preponderante l’elemento armeno dualista, già in rotta con la propria Chiesa “nazionale” oltrechè con quella bizantina e da entrambe pesantemente vessato e perseguitato, soprattutto dalla seconda, con modalità che nulla hanno da invidiare alle repressioni antiereticali ottomane verso gli Alevi, a partire dal XVI secolo, e poi dai Giovani Turchi e dal kemalismo, sempre nelle stesse zone.

  5. mirkhond ha detto:

    Per concludere, l’anno scorso su un sito alevi in inglese, lessi la discussione tra un professore turco alevi, in realtà uno zaza di Dersim, e un professore armeno statunitense.
    L’armeno americano rimase scioccato quando lo zaza gli parlò delle origini del suo popolo e della sua religione, affermando, giustamente come la realtà religiosa armena fosse in realtà più complessa e articolata del monolite etno-religioso in cui amano riconoscersi gli Armeni moderni, soprattutto quelli della diaspora occidentale.
    Affermò inoltre come l’Islam in Armenia, alevi e sunnita, fosse molto più antico dell’epoca dei massacri di Abdul Hamid nel 1894-96 e poi quelli dei Giovani Turchi e di Mustafà Kemal.
    Del resto, da fonti armene, come la già citata Voce Armena, apprendo che durante questi spaventosi massacri del 1894-96 e soprattutto, del 1915-18, molti Armeni fuggirono proprio sui Monti di Dersim, accolti dagli Zaza che sono in parte di origine armena.
    Quando scoppiò la guerra alevi-kemalisti di Sayyd Reza nel 1937-38, molti dei ribelli zaza erano armeni o semiarmeni discendenti degli scampati ai massacri del 1894-96 e del 1915-18.

  6. Miguel Martinez ha detto:

    Per Giuseppe

    Vedi, le persone normali hanno i commentatori che scrivono “bravo!!!” oppure “ma non dire scemenze!!!”

    Tu e io, modestamente, abbiamo Mirkhond.

  7. mirkhond ha detto:

    Sono io che invece debbo ringraziare ancora Miguel Martinez e Giuseppe per la gentilezza e cortesia grazie alle quali, mi permettono di esprimere i miei studi e le mie riflessioni, nate in solitudine e che non trovano molta attenzione, se non nei vostri blog.

  8. Luca Tincalla ha detto:

    Un menage a trois, insomma.

    Su questo blog, sarei curioso di leggere un giorno qualcosa sul massacro subito dai turchi nei balcani.

    Kendine iyi bak.

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      perche’ ménage à trois? non ho capito…

      per quanto riguarda invece le guerre balcaniche, l’autorita’ e’ Mirkhond: ma conto di trovare prima o poi il libro giusto da recensire!

  9. mirkhond ha detto:

    Per quanto riguarda la tragedia dei Turchi balcanici, posso segnalare su internet, l’ottimo articolo di Andrea Ferrario, I Turchi di Bulgaria Tra Passato e Presente, del 1999, sul sito dell’associazione Italia-Bulgaria. L’articolo, corredato con una bibliografia essenziale, parte dalla nascita dello stato bulgaro moderno nel 1878 e analizza la pesante situazione della minoranza turca tra massacri, espulsioni e assimilazioni forzate, sia all’epoca della monarchia dei Coburgo-Gotha, e sia sotto il regime comunista, alla faccia dell’internazionalismo proletario propagandato da quest’ultimo.

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