In questa fase post-elettorale altamente turbolenta, segnata dall’esclusione dal Parlamento di un deputato curdo appena eletto per problemi con la giustizia (ma sono stati esclusi anche due colleghi, in prigione perché accusati di eversione, candidati dal partito kemalista Chp) e dalle ripetute minacce di boicottaggio della sessione inaugurale del 28 giugno, mi è sfuggita una notizia invece particolarmente importante: l’annuncio da parte di Erdoğan che ad occuparsi dell’iniziativa curda sarà uno dei 4 vice-premier – con questo compito esclusivo – del governo che verrà nominato tra pochi giorni, non più il ministro degli Interni che aveva forzatamente un approccio troppo legato alla sicuerezza e ai metodi polizieschi. Un segnale forte di cambiamento, forse la presa di coscienza degli errori della campagna elettorale (nel sud-est curdo l’Akp ha perso il 10% dei voti e la possibilità di raggiungere i 3/5 dei seggi, necessari a perfezionare autonomamente – con l’ausilio di un referendum confermativo – le riforme costituzionali che tutti i partiti hanno invocato e promesso).
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