(in attesa delle foto sulla nuova mostra, ho pensato di inserire sul blog la versione integrale del mio articolo su Büyükada pubblicato a maggio su Caffeina magazine)

San Giorgio, 23 aprile. Già i primissimi traghetti sono presi d’assalto: verso Büyükada, la più grande delle “isole dei Principi” nel mare di Marmara di fronte a Istanbul, per l’annuale pellegrinaggio nel giorno del santo. Quest’anno è la vigilia di Pasqua: ma le decine di migliaia di persone che stanno per riversarsi sul molo – nonostante il cielo grigio e un vento gelido – non parteciperanno a una festa cristiana e ortodossa, a un pride identitario. Storicamente, la chiesa e il monastero di San Giorgio sull’omonima collina sono infatti un santuario condiviso, frequentato dai fedeli delle tre religioni monoteistiche: l’esempio più noto degli attraversamenti da uno spazio religioso a un altro – consapevoli e mutualmente accettati – in passato frequenti in tutto il bacino del Mediterraneo e in particolare nello spazio ottomano.
I pellegrini sono soprattutto donne, alcune velate ma la maggior parte no: abbigliamento e accessori fanno pensare alla media borghesia, tutte le classi sociali sono però rappresentate. Gli uomini sono invece pochi, spesso distratti accompagnatori; e più tardi arriveranno, come ogni anno, molti giovani per una gita e per pura curiosità: in Turchia, il 23 aprile le scuole sono chiuse per la Festa della sovranità nazionale dell’infanzia. Festa civile, festa doppiamente religiosa: perché il 23 aprile è anche legato – nella figura di San Giorgio, nato in Cappadocia – ai rituali pre-islamici di Hıdırellez per l’arrivo della primavera – il 23 aprile per l’appunto, secondo il vecchio calendario giuliano. I rum o romei, gli ultimi discendenti dei greci ortodossi e ottomani, sono invece pochissimi: perché ormai a Istanbul sono rimasti in tremila, perché comunque preferiscono evitare la folla che si accalcherà – tra transenne e poliziotti – nella ripida stradina che conduce al monastero sin da metà mattinata. Qualcuno lo incontreremo in chiesa, proveniente dalla Grecia per dare una mano: insieme a un contingente di monaci di rinforzo, provenienti dal patriarcato ecumenico in riva al Bosforo e dal resto della Turchia – ma nei miei precedenti pellegrinaggi ho incontrato anche armeni ed ebrei.
Una volta sbarcati, la collina di San Giorgio dista un’ora di piacevole cammino, attorniati prima da lussuose residenze estive di fine ’800 in legno (compresa quella dell’esilio di Trotsky) e poi da robusti pini, in preparazione dell’ascesa finale. L’aspetto più interessante del pellegrinaggio del 23 aprile è l’ibridità sfrenata delle forme devozionali: i pellegrini musulmani che si segnano con l’acqua santa, che chiedono la benedizione del pope di turno, che accendono candele colorate (ogni colore corrisponde a una tipologia di grazia), che legano fili di cotone o nastri (sempre colorati) agli arbusti del giardino, che compongono coi fiammiferi la casa dei loro sogni, che scrivono su un pezzo di carta il loro dilek (desiderio), che in caso di grazia ricevuta tornano l’anno seguente con una scatola di zollette di zucchero da distribuire. Sempre con rispetto, spesso con l’orgoglio di chi tiene in vita un mondo prezioso ma altrove perduto: perché fino ai primi decenni del secolo scorso i santuari condivisi si contavano a centinaia e oggi sono in via d’estinzione.
Büyükada è però un’isola felice: e rivendica con sempre maggior vigore la sua identità mescolata. Lo scorso anno, infatti, in occasione delle attività legate a “Istanbul 2010, capitale europea della cultura”, tutto l’arcipelago è stato coinvolto in un avvincente esperimento culturale: di cui il museo delle isole – Adalar Müzesi – è il frutto più prestigioso. Oltre a presentare una ricostruzione cronologica – geologica ancor prima che storica – delle isole dei Principi (quelli bizantini, lì esiliati), dedica particolare attenzione agli aspetti sociali e culturali della vita isolana negli ultimi 150 anni: alla quotidianità, alle persone, alle tradizioni, ai rituali religiosi delle varie comunità – turchi, armeni, ebrei, rum, alevi – che ancora oggi risiedono sulle cinque isole abitate – anche se in numeri ridotti. Un museo pensato come il centro di una rete: a cui appartengono istituti culturali, biblioteche, spazi espositivi, associazioni. Un progetto vivificante.
Raffi Hermon Araks, di origini armene e per molti anni esiliato politico a Parigi, oggi vicesindaco e assessore alla cultura della municipalità isolana, ci ha pazientemente raccontato le vicende che hanno portato alla realizzazione del museo: un suo vecchio sogno, a cui hanno dato concretezza la convergenza d’intenti tra il sindaco e una fondazione culturalmente impegnata (Adalar Vakfı) da una parte, i finanziamenti dell’Agenzia per Istanbul 2010 dall’altra. Ma i protagonisti sono stati soprattutto gli stessi isolani: che, chiamati a contribuire a ricostruzione memoriale collettiva, hanno offerto oggetti personali, documenti e fotografie. Il materiale raccolto, professionalmente valutato e archiviato, forma la base dell’esposizione permanente ed è già stato utilizzato per allestire mostre temporanee ancor prima dell’apertura del museo: sul turismo nelle isole a partire dall’800 e fino al boom degli anni ’50 e ’60, sulle “vite straordinarie di persone ordinarie” delle adalar. Per Raffi Araks, le isole del mare di Marmara sono una sorta di laboratorio della Turchia, la prova di una coabitazione possibile che riconosce e accetta le differenze, un incentivo a metabolizzare i drammi del secolo scorso (stragi, espulsioni, pulizia memoriale) e a ricostruire i rapporti di buon vicinato di un tempo: un segnale incoraggiante, per una Turchia che sta provando a recuperare il proprio passato multiplo e condiviso.

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