In edicola, trovate il numero di ottobre della rivista East: dedicato all’ex Unione sovietica, con un mio articolo dal titolo “Istanbul apre alla cultura curda”. Parlo di come la lingua curda viene preservata, diffusa e insegnata a Istanbul – tra molte difficoltà e qualche speranza. Qui, la parte finale del mio articolo, con interviste diciamo pure esclusive per il mainstream italiano, che s’interessa al popolo curdo solo per parlare di attentati o di repressione:
Le pubblicazioni dell’Istituto curdo possono essere acquistate nella sorprendente libreria Medya Kitabevi, nascosta in uno dei tanti passaggi – corridoi coperti, densi di esercizi commerciali di ogni tipo, tra un edificio e un altro – che si aprono anonimi su Istiklâl Caddesi, il corso principale della Pera europea. Selahattin Bulut, il suo proprietario, è un professionista delle forniture inattese: e riesce a convogliare nel suo piccolo regno qualsiasi libro riguardi il popolo curdo (anche in turco) o sia scritto in curdo, comprese le traduzioni più ardite – i sonetti di Shakespeare o il Manifesto di Marx ed Engels – e una ricca scelta di cd di musica tradizionale. Compresi i libri di Avesta, una casa editrice con sede a Istanbul – nello stesso quartiere – che pubblica ricerche accademiche nelle scienze sociali, i classici della letteratura curda e le nuove tendenze: in curdo e in turco. Il suo fondatore, Abdullah Keskin, è venuto a Istanbul negli anni ’90 per lavorare nel primo quotidiano curdo, Welat (La Patria), poi chiuso perchè l’uso della lingua curda era fuorilegge; ha deciso di fare l’editore, ha subito sequestri, è andato in prigione, ha pubblicato circa 400 libri letti soprattutto da studenti universitari e intellettuali: non usufruisce di sovvenzioni pubbliche e le sponsorizzazioni sono rare, la vendita dei libri in turco riesce a coprire le spese di quelli in curdo che hanno una diffusione ridotta.
Poco più avanti, in questo pezzo di Curdistan sul Bosforo, c’è la sede e il teatro Destar che ospita la compagnia curda Şermola Performans. Ne esistono altre, ma gli otto ragazzi guidati da Mirza Metin e Berfin Zenderlioğlu sono gli unici professionisti, gli unici ad avere un progetto continuativo e a lunga scadenza (per due anni finanziato dal Ministero della cultura e del turismo). Il loro approccio è brechtiano: vogliono far riflettere gli spettatori – la piccola sala ne ospita 70-80 – piuttosto che inculcargli contenuti politici; “non siamo agit-prop”, ha tenuto a precisare Berfin Zenderlioğlu. Recitano opere della tradizione, ma ne scrivono anche di nuove e sperimentali: come “Bûla Lekî” (“La sposa di plastica”), sulle lacerazioni interiori di chi è diverso – la sex doll – in un mondo omogeneizzato; o lo spettacolo senza parole “Cerb” (“L’esperimento”) in cui quattro prigionieri sviluppano strategie di comunicazione alternativa e di dominio gli uni sugli altri. Recitano in curdo, ma agli spettatori viene fornita una traduzione in turco e in inglese; recitano a Istanbul e occasionalmente in festival nel sud-est, ma il loro sogno è di crare una scuola di teatro a Diyarbakır: quando le condizioni politiche lo consentiranno, quando pubblicare e insegnare in curdo non saranno più un reato o un diritto da reclamare.

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Le difficolta incontrate dal libraio ed editore sono l ennesima dimostrazione della persecuzione da parte del governo turco che ad agosto ha bombardato il kurdistan del sud uccidendo molti civili.
E’ davvero patetico cercare di dare il merito della iniziativa dei kurdi al governo turco.
io aspetto fiducioso il tuo scritto sui ‘massacri’, eh?
Purtroppo, trovandomi a Diyarbakir, mi sarà diffcile raggiungere un’edicola dove comprare East.
Per ora, voglio farti i complimenti per aver posto l’accento su uno dei pochi, ma non pochissimi, aspetti positivi, di rinascita e riscoperta, nell’ambito della situazione curda in Turchia.
Non mi stancherò mai di ripetere agli amici curdi che, pur mantenendosi all’erta contro le prevaricazioni anti-democratiche dello stato, è arrivato il momento ormai di cambiare gli strumenti di lotta: la lingua, la cultura (ben diversa da quella turca), la storia, la tradizione, il “futuro-curdo”, sono questi i campi di battaglia…non più il Kandil. Ma questo lo deve capire anche la Repubblica turca, altrimenti siamo puno a capo. E’ secondo me arrivato il momento di comincire a costruire una retorica di pace, un nuovo lessico che spieghi la situazione curda e che sia capace di proporre le soluzioni adatte allo status cui ci si trova di fronte. Le categorie degli anni ’80 e ’90, non valgono più.
C’è tutta una serie di associazioni, organizzazioni, piccole case editrici, teatri, artisti, scrittori, che sono stanchi, che vogliono guardare avanti. E credo costoro rappresentino le aspirazioni genuine dei curdi molto meglio del Pkk…con tutto il rispetto per la risposta armata all’oppressione criminale post-coup d’etat!
Saluti
perfettamente d’accordo. e non per rinfocolare la solita polemica (professionale e non personale): ma i corrispondenti a che servono se non vanno a incontrare queste persone, se si limitano a scopiazzare quello che leggono sulle agenzie turche o a riassumere quello che leggono in tv?