Delitti d’onore. Storie di donne massacrate dai familiari


(recensione di Francesco Marilungo su Lankelot)

Con l’espressione “delitto d’onore” si intende un delitto in cui, nove volte su dieci, la vittima è una donna e il carnefice è un uomo membro della medesima famiglia. Figlie, sorelle, persino madri uccise per essere incorse in comportamenti ritenuti socialmente indegni, che “macchiano” l’onore e la rispettabilità di una famiglia. Macchie che si pretende di lavare col sangue, infilandosi in un tunnel in cui si perdono sia il futuro, sia l’onore. A ben vedere il delitto d’onore ha due vittime concrete, l’ucciso e l’uccisore, e un mandante virtualmente astratto, ma socialmente concretissimo: l’onore.

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Ayşe Onal gira nelle carceri a intervistare gli esecutori dei crimini d’onore: fratelli, padri, mariti, figli che consapevolmente hanno scelto la galera pur di mantenere pulito il pedigree famigliare. La Onal, dopo aver raccolto le testimonianze, ricostruisce la cronaca dei delitti, presentandoci, con buona penna, degli sqarci di marginalità sociale e dei ritratti femminili piuttosto vividi: c’è Remziye, rincorsa dall’intera famiglia per aver scelto autonomamente un marito; Aysel uccisa dal padre che non riusciva più a reggere le infondate maldicenze del quartiere; Nigar suicidatasi per non sposare un uomo molto più vecchio di lei; Papatya, uccisa dal fratello per essersi lasciata ingannare da un uomo sposato; Hanim, moglie infedele, uccisa dall’amato primogenito perché i suoi comportamenti compromettevano la reputazione e la possibilità del figlio di costruirsi una vita. Parallelemente emergono i ritratti umanamente sinceri e non stereotipati degli assassini. Pian piano si capisce come il vero colpevole del delitto sia la società. Non si tratta di delitti passionali, né di gente squilibrata: si tratta di una società (il quartiere, il villaggio), che “obbliga” i familiari a uccidere le loro donne ‘sporche’, per poter continuare ad avere una vita all’interno della comunità. E non si deve pensare che le donne in questi casi siano semplicemente delle vittime: sono spesso le madri, le nuore, le suocere ad aizzare gli uomini alla violenza contro coloro che sono ritenute colpevoli e spesso non lo sono.

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Ciò che più mi ha dato fastidio del libro della Onal è la studiata e sottile scelta della casistica che viene presentata. Su dieci casi proposti più della metà ha come protagoniste famiglie del Sudest turco, vale a dire gente curda. Altri casi prendono in esame famiglie tracie (per cui non turche al 100%, mezze bulgare), altri famiglie kosovare immigrate, infine un altro è ambientato in Belgio. Non mi sembra una scelta casuale.

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l’articolo completo potete leggerlo qui: Delitti d’onore. Storie di donne massacrate dai familiari

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5 risposte a Delitti d’onore. Storie di donne massacrate dai familiari

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  2. marco sbandi scrive:

    Dire che l uccisore sia una vittima come la donna uccisa mi sembra una grande forma di barbarie. L’onore è una ossessione maschilista basata sull impedire alla donna qualsiasi scelta.
    L’uccisore non è una vittima ma un carnefice.

  3. francesco Marilungo scrive:

    Purtroppo a volte ci vuole un pò di sensibilità e coraggio per capire certe espressioni. Dire che anche l’uccisore è un vittima, nell’ambito del delitto d’onore, vuole sottolineare il fatto che l’assassionio è imposto dall’esterno. Non è un raptus, nè una furia omicida. Alcuni lo fanno perchè, come il gruppo sociale che li circonda, sono convinti che vada fatto. Altri lo fanno perchè sono costretti. Non è un caso che a commettere l’omicidio sono in genere i maschi più “deboli” della famiglia: minorenni, non sposati etc. Anche perchè, col favore della legge, possono usufruire di riduzioni di pena. Ma hanno la vita rovinata, dall’imposizione sociale che costringe loro a salvare l’onore. Se non si considera il contesto e li si valuta, emotivamente, come semplici assassini, del delitto d’onore vuol dire che non si è capito niente.

    “L’onore è una ossessione maschilista basata sull impedire alla donna qualsiasi scelta.” Sono daccordo. Il maschilismo è un prblema sociale pieno di sfaccettature.

  4. francesco Marilungo scrive:

    Ah, sia chiaro, quanto detto sopra non vuole difendere una eventuale riduzione di pena per gli assassini in quanto vittime sociali. Anzi, la responsabilità delle istituzioni nell definizione di questi crimini è importantissima. Definire qui l’uccisore “vittima” può servire come prospettiva teorica per inquadrare meglio il problema generale.

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