Ospiti silenziosi. I curdi in Italia (di Francesco Marilungo)


Dopo il pogrom contro la minoranza Rom a Torino e la barbara uccisione di due senegalesi a Firenze, si rifa viva l’urgenza di parlare di minoranze etniche in Italia. I curdi non rappresentano numericamente un gruppo vasto. Sono molto più folte le comunità che si trovano in Germania, in Francia, in Inghilterra. Dato che però parlare di immigrazione nel nostro paese ci costringe proficuamente anche a parlare di altri luoghi, di tragedie che si consumano su altre terre, è giusto riconoscere il merito di questo volume apparso nel 2008 grazie all’impegno delle province di Milano, Roma, Venezia e dell’editore Terra Ferma. Vi si raccolgono le testimonianze di sei immigrati curdi che hanno trovato, attraverso dolorose peripezie, ospitalità in Italia. Mi sia concessa una domanda: se noi dedicassimo una piccola parte del nostro tempo a parlare con la gente che bada ai nostri anziani, con coloro che ci vendono rose a accendini nelle pizzerie, con coloro che d’estate battono le spiagge vendendo borse taroccate della camorra a coloro che si sfiziano del becero gusto piccolo-borghese di avere un oggetto griffato, se noi spendessimo del tempo a parlare con chi ha attraversato guerre e mari per arrivare qui e vedersi distrutta anche la speranza, avremmo bisogno di questo tipo di libri? No. Ma siccome noi preferiamo commuoverci per le tragedie degli altri quasi ed esclusivamente quando siamo seduti sui comodi divani di casa nostra, c’è bisogno di editori e di studiosi che ci portino questa gente dentro casa, che ci facciano sentire la loro voce!

A parte l’agile e valida introduzione storica alla questione curda firmata in apertura da Baykar Sivazliyan (luminare in Italia di lingua e letteratura armena e turca), e al di là delle bellissime foto fornite dall’Ufficio informazioni del Kurdistan di Roma (UIKI), il libro ci restituisce la voce viva di donne e uomini fuggiti da una terra miserabilmente oppressa: Hevi Dilara (una cui poesia è stata cantata da Elisa e il cui racconto ci porta all’interno del Campo Boario nella casa dei curdi di Roma, Ararat), Cizreli Ali e la sua famiglia sistematasi a Spinea; Cuma Erkul che si è fermato a Venezia dopo l’odissea fra i CPT e i confini di mezza Europa; Nedret Tanrıkulu, vedova di un martire politico e fedele assistente del leader Abdullah Öcalan, la voce di un anonimo che ci racconta di aver “varcato clandestinamente più di 150 volte i confini europei tra gli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta”; infine Memet Yuksel, arrivato dalla Danimarca e responsabile di UIKI. Voci della diaspora. Voci che grazie a questo libro rompono il silenzio imbarazzante che le attornia. Ospiti silenziosi, appunto. Ospiti che forse di proposito si lasciano nel silenzio. Perché ospiti diversi. I curdi emigrano principalmente per ragioni politiche. Le ragioni economiche sono secondarie e comunque conseguenti alle scelte politiche del governo turco. Il Kurdistan è una regione ricca: d’agricoltura, d’acqua, di petrolio; se dimentichiamo questo, perdiamo il quadro della situazione. Quasi tutti i protagonisti dei racconti tengono a precisare che loro, quando partirono, erano benestanti. Non ricchi, va bene, ma della terra, degli animali, un lavoro l’avevano. Ora qui in Italia devono fare i conti con povertà e sfruttamento. I curdi dispersi in Europa fuggono dalla Turchia per essere stati attivi e vigili contro i processi di assimilazione e oppressione messi in atto dallo stato turco ed essersi trovati un giorno braccati dalle autorità. Per questo sono ospiti scomodi un po’ ovunque, in un Europa che da sempre intrattiene importanti commerci con la Turchia e che con quest’ultima ha relazioni diplomatiche solidissime. L’ostensione della difesa dei diritti umani s’affloscia davanti alle più pregnanti questioni economiche e diplomatiche. Conviene allora tornare all’introduzione storica di Sivazliyan che esemplarmente dimostra come la questione curda, sorella di quella armena, sia figlia largamente di politiche europee. Sivazliyan, dopo un excursus sulle origini, ripercorre le vicende connesse alla prima guerra mondiale da un punto di vista curdo, mostrandoci come non ci sia concesso il lusso di considerare quella storia lontana da noi. Così come più in generale quella di tutto il Medioriente.

L’identità di rifugiati politici degli ospiti curdi in Italia però non consente a questo libro di darci un quadro realistico e agganciato al presente della situazione attualmente in processo nel Kurdistan turco. I racconti dei nostri ospiti infatti sono legati agli anni bui della questione curda: gli anni Ottanta e Novanta. Molto è cambiato nel primo decennio del ventunesimo secolo, non sempre in meglio. La società curda è molto più variegata di quanto possa emergere dai racconti di rifugiati politici. Mentre apparentemente la Turchia mostra una progressiva, seppur lentissima, democratizzazione, le politiche assimilatorie registrano le loro sostanziali vittorie: molti curdi non sanno più leggere e scrivere la loro lingua madre e in molti casi non sanno neanche parlarla. Il controllo della società civile, abbandonando le vie militari, ha intrapreso la strada più “pulita” delle persecuzioni giudiziarie. Le forze militari, sia quelle turche che le milizie del PKK, sembrano ormai incastrate in un gico di posizione che non fa guadagnare alcun punto di democrazia al paese (anzi!), mentre negli anni Ottanta la lotta armata era stata l’ultima ed unica risorsa lasciata al popolo curdo. Potrei continuare a lungo. Mi fermo qui. Questo Ospiti silenziosi è un libro importante, un libro di testimonianza che sensibilizza e che presenta i curdi a una platea italiana troppo speso distratta. Non può bastare però per capire a fondo la questione. E ciò di cui il lettore italiano ha bisogno, oltre che indignarsi per le ingiustizie perpetrate, è capire cosa può e cosa deve fare. Perché la questione dei fratelli curdi, dei fratelli turchi, dei fratelli rom e senegalesi è una questione che lo riguarda da vicinissimo.

(Baykar Sivazliyan, Ospiti silenziosi. I curdi in Italia, Terra Ferma, Vicenza, 2008. ISBN 978-88-89846-99-5)

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19 risposte a Ospiti silenziosi. I curdi in Italia (di Francesco Marilungo)

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  2. mirkhond scrive:

    Gli unici curdi che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, sono due kebabbari che vivono e lavorano in due diverse kebabberie qui dove vivo io.
    Uno è un sunnita di Elbistan, l’altro un alevi di Tarso, ma originario di Malatya.
    Il primo sogna Istanbul, il secondo l’avversa ed è più legato alle sue radici anatoliche orientali.
    Entrambi mi hanno SCONSIGLIATO di recarmi ad Urfa, città dei miei sogni, per il suo passato di centro cristiano siriaco, risalente all’Apostolo Tommaso, e poi per l’interessante sito di Gobekli Tepe, di cui entrambi non sapevano nulla, quando ho chiesto loro notizie “dal posto”.
    Ma, la cosa che mi ha colpito di più, e confermato ciò che penso da anni sulla questione, è che l’alevi mi ha detto che i Curdi non saranno MAI uniti, in quanto la differenza confessionale tra Sunniti e Alevi viene prima ed è più forte, del legame “etnico” pancurdo. E questo solo riguardo ai Curdi della Turchia!
    Da qui, anche la diffidenza verso Erdogan, non solo perchè turco, ma anche perchè sunnita, sempre da parte dell’alevi, oltre al suo caloroso consiglio di NON RECARMI ad Urfa, nemmeno da turista (a differenza di quanto dettomi dal sunnita di Elbistan), in quanto, secondo lui, ad Urfa non studiano, e restano tenacemente attaccati alla Sunna più “integralista” (da aggiungere che l’amico di Tarso, oltrechè alevi, vota a sinistra, e le donne di famiglia non portano il velo, e un suo antenato salvò 22 Armeni, durante i massacri genocidari del 1915-16, nascondendoli nello scantinato della sua casa, nei monti intorno a Malatya).
    Questa piccola e povera testimonianza personale, conferma quanto detto da Francesco Marilungo, sulla complessità e articolazione della realtà curda, in questo caso, di quella anatolica. .

  3. mirkhond scrive:

    Non sono riuscito a capirlo bene…
    Diciamo che l’alevi, essendo comunista, ritiene Urfa la roccaforte del fanatismo sunnita; a lui le donne velate non piacciono proprio! Ho l’impressione che si vergogni dei suoi “connazionali” sunniti perchè li ritiene arretrati, ignoranti e che facciano fare una figura di m….a ai Curdi in genere….
    Insomma un pò quel complesso provinciale, che avevamo anche noi del fu Regno di Napoli quando andavamo nel coltissimo&civilissimo nord, italiano e non solo…
    Complesso provinciale sfrutttato anche dalla cinematografia italiana degli anni ’50-70 del passato XX secolo….
    ciao

  4. mirkhond scrive:

    Per la precisione mi ha detto: vai dappertutto in Turchia TRANNE che ad Urfa e Diyarbakir…

    • Francesco scrive:

      Curioso! Sembra più che altro uno s-consiglio da turco più che da curdo. Quello che posso aggiungere (un pò giocoforza generalizzando) è che fra Diyarbakir è Urfa c’è una forte rivalità: i curdi integerrimi di Diyarbakir considerano quelli Urfa allineati allo stato e soprattutto ora all’AKP. Dispiace dover dire che imputano questa loro deviazione dall’ortodossia curda all’influenza dei numerosi arabi (sui quali i pregiudizi fioccano) presenti a Urfa. Su entrambe le città posso dire: vai! vieni! Il centro storico di Urfa è magnifico, poi vicino c’è Harran e appunto Gobekli Tepe (che però ancora non ho visto); Diyarbakir è forse meno bella esteticamente (pur non essendo brutta nel centro storico) ma ha un atmosfera, io credo, senza eguali!
      Sulla disomogeneità dei curdi, posso dire, dopo un anno e mezzo che li seguo da vicino: bravo chi ci capisce!

      • mirkhond scrive:

        “Curioso! Sembra più che altro uno s-consiglio da turco più che da curdo.”

        L’amico di Tarso è di madrelingua turca; il Curdo non lo sa parlare, a differenza dei genitori e della nonna (unica che porta il velo, tra le donne di casa, a quanto mi ha detto).
        A sentire lui, gli Alevi sono il baluardo della laicità e del progresso sociale in Anatolia, ma io, navigando in internet, ho visto in vari siti alevi, donne alevi dei paesi, soprattutto tra gli Zaza di Dersim, donne velate e non dissimili per abbigliamento dalle sunnite, zaza, curde e turche!
        ciao

  5. mirkhond scrive:

    Su Diyarbakir non saprei dire niente, forse Francesco potrebbe darci notizie dal posto; riguardo ad Urfa, non mi pare che sia un centro di scontri e tensioni etno-religiose, almeno dal quel che mi risulta, ma anche qui attendo notizie da chi ne sa di più….
    A me non darebbe nessun fastidio vivere in un luogo tranquillo, al centro di pellegrinaggi al luogo ritenuto la culla del Monoteismo abramitico, e fatto di case dai colori luminosi, con tetti a terrazzino, viuzze strette, che mi ricordano tanto le città vecchie e i centri storici della mia regione.
    E non avrei alcun problema a metter su famiglia con una donna che copre il capo (anche se mi rendo conto che di donne cristiane orientali, che vestono come le musulmane, cioè seguono la tradizione cristiana autentica risalente a 2000 anni fa, ce ne saranno davvero pochine; forse in qualche plaga remota al confine con Siria, Kurdistan iracheno ed Iran….)
    ciao

  6. mirkhond scrive:

    Francesco

    Approfitto della tua profonda conoscenza di prima mano della galassia curda anatolica, per chiederti qualcosa sul rapporto tra i Curdi, soprattutto sui milianti del Pkk, e la minoranza Suroyo, con baricentro a Mardin, e sul rapporto in genere del mondo curdo con ciò che resta di Giacobiti, Nestoriani e Armeni….
    Su una guida turistica Apa, dedicata alla Turchia, e risalente al 1996, riguardo ai Suroyo, è scritto che questa minoranza cristiana, alla data del testo sovracitato, ha subito pesanti vessazioni non solo dal governo laico kemalista (che imponeva ai piccoli cristiani l’obbligo della frequenza ai corsi di apprendimento del Corano e della dottrina islamica sunnita); vessazioni, dicevo, non solo dal governo kemalista, ma anche dalle bande dei guerriglieri del Pkk.
    Ti risulta o si tratta di propaganda anti-Pkk? E qual’è la situazione oggi?
    E con le altre minoranze sovracitate?
    ciao

  7. Francesco scrive:

    Allora. Un appunto sulla sicurezza nel sud-est curdo. La sicurezza c’è. Si può girare e vivere tranquilli, anche se la percezione da Isttanbul (me la ricordo) è diversa. I turisti, non quelli che bevono spitz a Bodrum, vanno e vengono. Basta, magari, evitare le manifestazioni e le valli degli scontri che peraltro sono più a est di Urfa e Diyarbakir.

    Detto questo. Devo confesare la mia tremenda ignoranza sulla minoranzo Suroyo. Conosco direttamente la minoranza sunnita Mihalleme nel distretto di Mardin, ma non i Suroyo. Nei conforntidelle minoranze cristiane in generale, il BDP, le amministrazini comunali (prima quella di Baydemir, Diyarbakir), così come un pò tutta la Turchia, negli ultimi tempi stanno mostrando una grande attenzione e un grande rispetto, aspirando addirittura a ricreare quel milieu multiculturale che fu. L’armenia come si sa è fra le prime fornitrici di armi al pkk, e molti armeni qui vivono da curdi, spesso andando anche sulle montagne fra le fila dei guerriglieri. Penso che lo stesso valga per Nestoriani e Siriaci, ma non sono documentatissimo sulla questione. Fra le fila del Bdp fra l’altro è stato recentemente eletto il primo deputato siriaco della Repubblica turca.

    Non mi è difficile comunque credere che negli anni Ottanta e Novanta i cristiani della zona abbiano subito vessazioni da ogni parte; si tentava di assoldarli alla propira causa: per lo stato poteva essere un grimaldello per spaccare l’unità, mentre per quadri più nazionalisti del pkk (molto simili al kemalismo ideologicamente) essi rappresentavano un pericolo e una minaccia di eterogeneità. Avrei voluto dirti di più, ma per ora questo. Tornando a Diyarbakir cercherò di documentarmi sui Suroyo e ti farò sapere.
    Ciao

  8. mirkhond scrive:

    Grazie e a presto!
    ciao

  9. massimo scrive:

    il Tūrōyo (o Suroyo) é come noto il linguaggio parlato dai cristiani giacobiti della provincia turca di Mardin ed é una forma di neo-aramaico (studiato fra gli altri da Otto Jastrow e da Helga Anschutz)….in genere non scritto, a partire dagli anni 1880’ si sono fatti alcuni tentativi per scriverlo, dapprima in alfabeto siriaco (sertō, tipico dei giacobiti; estrangelo, tipico del periodo “aureo”, IV/V-VIII secolo d.C) e poi in alfabeto latino…suddiviso in parecchi dialetti, il più importante parrebbe essere quello di Midyat (prov. Mardin) dove ancora nel 1970 i cristiani eguagliavano i musulmani (anzi li superavano nella vera e propria Midyat) e nel 1975, all’epoca della presidenza dell. amm. Fahri Korutürk (1973-1980), erano ancora molti…

  10. mirkhond scrive:

    Di cristiani ce ne sono nell’Alta Mesopotamia, e nell’Anatolia orientale in genere.
    Secondo un rapporto del Pkk, tra i Curdi ci sarebbero 500000 tra giacobiti e nestoriani, solo che si nascondono, facendosi passare per musulmani curdi….
    Una quindicina d’anni fa, un sacerdote cattolico di mia conoscenza, era stato proprio ad Urfa.
    Dalle mie letture, sapevo che la locale comunità suroyo era stata espulsa in Siria negli anni’20 del XX secolo.
    Alla mia domanda se vi erano ancora cristiani ad Urfa, mi rispose:, “si nascondono…”
    ciao

  11. massimo scrive:

    il giorno in cui i Cristiani nell’antica Edessa, e altrove in Anatolia, non dovranno più nascondersi sarà un grande giorno ed il segno tangibile che la “Turchia plurale” é tornata ad essere realtà…
    ciao, buona notte

  12. francesco scrive:

    Grazie Massimo per questa tua aggiunta sui Suroyo. Conoscendo molto bene Midiyat e villaggi limitrofi devo dire che lì la percezione (da non confondere con la presenza effettiva) di questa minoranza Suroyo è completamente mescolata e integrata con quella della minoranza Siriaca. Ovvero lì i cristiani percepiscono se stessi come siriaci e non li ho mai sentiti definirsi Suroyo. Sono convinti di parlare ancora la lingua di Cristo e la scrivono.
    Sul fatto che molti cristiani nel sud-est turco vivano in “incognito” non posso che dare conferma. Ho parlato con molti armeni che fino a pochi anni fa nascondevano la loro identità religiosa; pochi, pian piano, sentendosi legittimati dalle aperture politiche che si fanno registrare, stanno iniziando a vivere apertamente. Ma con timidezza certo, molti ricordano traumi d’infanzia, quando si usava la parola “armeno” come insulto.

  13. mirkhond scrive:

    Per Francesco

    Ho controllato la mia fonte. Non è un rapporto del Pkk come ho erroneamente detto, ma più precisamente del giornale curdo Ozgur Politika, che come sai fu chiuso qualche anno fa in Germania, perchè considerato vicino al Pkk.
    L’articolo di Ozgur Politika del dicembre 1997, viene menzionato in un articolo del sito armeno Noravank.
    Il testo in questione è questo:

    Karen Khanlarian.
    Armenian Ethno-Religious Element in Western Armenia. 09/29/2005 Published at Noravank
    Foundation’s website.
    http://www.noravank.am

    The Armenians inhabited in Turkey are quite heterogeneous from the standpoint of internal relationships and by the extent of assimilation and represent different characteristic traits.

    Armenian patriarchy in Turkey, Archbishop Shnork Kaloustian, in 1980 said the following about provincial Armenians in Jerusalem: “I’ll present you four stratums of provincial Armenians as I have seen them:

    Armenians, who consciously and voluntarily became Muslims, have broken off from Armenians and live within Turks. These people are for about one million.
    Armenians, who were Islamized three generations ago, and live separately like Kurdish ashirets and don’t get mixed.
    Armenians who have gradually and willy-nilly became Muslims but have kept their Armenian spirit and while settled in Costantinapole they changed the word “Islam” in their passports into “ermeni” through the court.
    The innate provincial Armenians have remained Armenians in spite of all the difficulties and today constitute the majority of Armenians living in Istanbul”.
    Though the situation is considered to have changed since the time when Archbishop Shnork provided this information, however on the ground of this the “Anatolian” Armenians were typologically divided into three ethnic groups.

    “Official” Armenians
    This type of Armenians lives in different states and settlements within the communities of Armenian Apostolic, Catholic and Evangelic churches. “Official” Armenians have more or less kept the relationships with the community formed in Costantinopole especially in historic Cilicia.

    In comparison with the other groups of Armenians there is much information about today’s “official” Armenians. With some exceptions today it is also in inconsolable condition. The article in “The ?imes” newspaper in 1994 was a signal that a new campaign should be launched against the Turkey’s tough pressure on the Christians. “The Times” news mainly referred to the Christians living in Turkey’s Eastern states.

    According to the brief encyclopedia “The Armenians in the world” published in 1995, there are for about 10 thousands “official” Armenians.

    “Islamized” Armenians
    This type mainly consists of small and large tribal groups of Pontian and Hamshenian Armenians Islamized in 17-18 centuries and inhabited in the regions situated from historical Zanik (Samsun) to the Armenian-Georgian boarders, along the coast of the Black See. The “Islamized” type in its comparatively wide circle includes also so called “Kes-kes” and “Haj-laz” groups.

    Well-known specialist in the linguistic circles of Harvard and Columbia Universities, Bert Vaux, divides Hamshmenian Armenians into three groups.

    Western Hashenian Armenians scattered through Orduum, Trapizon and Rize, Turkish speaking and Islamized.
    Eastern Hamshenian Armenians, mainly inhabited in Ardvin, Hamshenian Armenians dialect speaking.
    Northern Hamshenian Armenians, inhabited in Georgia and Russia, Hamshenian Armenians dialect speaking, Christians.
    The number of the first two types, Islamized and inhabited in Turkey, prevails over the last group inhabited outside Turkey.

    “Wikpedia” internet encyclopedia calls the Western group of Hamshency or Hemshinly “Bash-hemshincies” and the Eastern group -“Hopa-hemshincies”.

    According to the estimations of a candidate of political science in California University Hovhan Simonyan, there are for about 15-23 thousand Western Hamshenian Armenians inhabited in Reze. Here Simonyan also represents the estimation of Hopa’s (Historical Khopa) Eastern Hamshenian Armenaians-25 thousand.

    It means that the obsolete majority of the population inhabited in Khopa is Hamshenian Armenians. This important fact is also confirmed by the authors of “Armeniapedia” internet encyclopedia.

    The references to the number of the Hamshenian Armenians inhabited in Turkey are very contradictory.

    According to the estimations of Dr. Tesa Hofman: “there are for about 20 thousands Muslim Hamshians whose native land is situated between Trapizon and Erzrum”.

    It’s difficult to define more exactly the reasons of underestimating the number of Hamshenian Armenians. Under the circumstances of the lack of exact statistical facts, we think that in the governing circles of Turkey there is a tendency to represent Pontian Armenians as Pontian Greeks, Bas-hamshentcies as Lazes and a part of Eastern Hamshenian Armenians as Georgians, which is of course reasoned by the antagonism against the Armenians.

    On the Islamic society’s secularization institute’s web-site, in his electronic letter written in September 16, 2002 an Islamized Armenian says: “there are villages inhabited with Armenian speaking Muslims. According to some estimations there are for about 2 million of them”.

    According to a scientific worker in the Goethe University and Turkey’s ex Prime Minister Mesut Yelmaz’s relative, a native Hamshenian Armenian Alie-Alis Alti (Kostanyan): “Today more then one million of his compatriots are in the process of national self-consciousness and awake”.

    In his interview Alie Alti’s son, German citizen Deniz Alti, describes the condition of Hamshenian Armenians implying for about 1,5 million Hamshenian Armenians inhabited in Turkey.

    Though apostasy is an unwelcome reality for Hamshenian Armenians, but it is proved that their faith in Islam is far from fanaticism inherent to Sunnis. “Hamshenians are not very religious,-explains Hovhan Simonyan during one of his lectures,-they have got a few mosques and very few people pay any attention on them. Hamshenians also use alcoholic drinks”.

    There has been a rise of national self consciousness awake among Hamshenian Armenians in Turkey during the last years. In this sense it’s worth mentioning their self-proclaiming appearances and articles in several web-sites and electronic forums.

    “Crypto” Armenians
    This group has been Islamized under the threat of physical extermination as a result of Armenians’ continuous pogroms and particularly the Armenian genocide in 1915 and lives in separate villages inhabited with Turks and Kurds. This group differs from the above mentioned “Islamized” type by the period and process of Islamizing.

    The Armenians inhabited in today’s “Anatolia”, by their transformed ethnical types, remain mysterious and almost unrecognizable. At the same time, in comparison with the other types the study of “Crypto” Armenians must be considered to be the most difficult one.

    The facts and evidences came to prove that today “Crypto” Armenians live in many regions of Central and Eastern Turkey, especially in Western and South-Western Armenia.

    Starting with Kenan Evren’s military rule and especially during 1990s, Turkish army has destroyed or set on fire many villages in the Eastern regions of Turkey and has displaced the population of about three million.

    This mass vandalism couldn’t but affect on Armenians. We don’t know yet the exact estimation of human and material casualties in Armenian villages. In a website on human rights protection it is said: “729 villages (both Kurdish and Christian) were devastated by the security forces”.

    We have got too little information to assess the exact number of “Crypto” Armenians.

    By the estimation of Tesa Hofman, there are for about 30-40 thousand crypto Armenians. We believe that this number is strongly underestimated.

    On the other hand in the documents of the Kurdistan’s exile parliament there is information on overestimating the number of Armenians. According to this information, the number of Armenians and Assyrians inhabited in the territory of “Big Kurdistan” is estimated 10 % of the whole population. If we take into consideration the fact that the total amount of Kurds inhabited in Turkey is about 15 million, than according to the same arguments the estimation of Armenian and Assyrian population should be for about 1.5 million. In its issue in December, 1997 Kurdish “Ozgur politika” web-page also mentions of such a number, stating that there are two million “Kurds” of Syrian and Armenian origin in “the Kurdish territory”.

    The existence of 1.5 million Assyrian and Armenian population is not well-grounded and checked, but it deserves serious attention. However taking into consideration the natality of the Armenian population still existing in Turkey, the number of “Crypto” Armenians can be estimated for about several hundred thousands.

    During one of his interviews the progressive Turkish intellectual Kemal Yalchin describes today’s “Crypto” Armenians in the following way: “Such families live as Kurd and Turk Muslims, and their children don’t like their native language. Most of the crypto Armenians I have seen are 15-17 years old, and they have been warned by their parents not to speak about it.”

    For having a clear idea about the “Crypto” Armenians political mode and orientation, it’s also worth mentioning the other facts concerning to existence of Armenian members in Kurdish organizations.

    The Authors of “Grey wolves” research work S. Bram and M. Ulger say that PKK is often represented as a structure consisting of “Armenian slaves”. MeHePe former leader “Alparslan Tyurkesh let out a secret that Abdullah Ocalan was not Kurd, he was Armenian and his real name was Hakob Artinyan”.

    Some Turkish sources represent Behchet Canturk, famous in trade circles, as PKK’s person in charge for financial operations and relations with Armenian terrorist groups and stress up that “he was born in Diarbekir, in 1950 from a Kurd father and an Armenian mother”.

    The other fact refers to PKK Presidential council’s member Nuriye Kespir’s and its members of central committee Bekir Bakrchyan’s and Musa Haciyev’s Armenian origine first brought to light by “Turkiye” daily in November, 2002.

    In the influential “Milliyet” newspaper military emergency state manager Ivnil Erkan has declared that: “In our computers we have recorded 800 PKK members of Armenian origin”. The armored subdivision commander and general Tagman from Bitlis in his interview given to Mass Media asserted that “Every seventh member of PKK is an Armenian. These members of PKK are the heirs of those who stabbed in the back of Osmanian Empire during the First World War”.

    The same general Tagman, on the other occasion in 1995, said that during some hard battles given by that time “there were no Kurds. The ones who retreated to the mountains as a result of our subdivisions’ attacks were Armenians”.

    From the interviews taken from some “Crypto” Armenians living in Europe at present we find out that some of them worked and struggled in the ranks of PKK and getting disappointed after Ocalan’s capture they decided to return to their country or went to Holland, Germany, etc.

    In one of the electronic bulletins of PKK we can read about an Armenian young man Husin Sarichiyek, born in 1970 in Armenian, inhabited in historical village of Saylakkaya and killed during the battle against Turkish army in 1988.

    In the website of one of the Turkish leftwing extremists TIKKO organization we come across the name, biography and political-economic articles of Karpis Artinoghlu, born in Amasia in 1946, here is often mentioned the fact of his being Armenian.

    In the death-roll of TIKKO organization we come across the biographies of three Armenian young men who worked mainly among Zaza-Alevies and fought in Dersim Mountains.

    Armenak Bakrchyan, born in Tigranakert in 1953, killed in Kharberd in 1980; Nubar Yalim, born in Mardin in 1957, killed in Amsterdam in 1982, Manuel Demir, born in the city of Bunyan in Kesarya in 1963, killed in Istanbul in 1988. It is interesting to know that a Turkish song was written to commemorate Manuel Demir’s heroism and feats.

    Thus a large number of articles, statements and travel notes give us enough grounds to come to the conclusion that there are different types of Armenians in at least 80-90 Anatolian cities and villages.

    Along with typological characteristics it’s not easy for us to decide the final number of Armenian population.

    In its issue in 2005, February 17 “Jihadwatch” electronic newspaper says: “There are for about one million Armenians inhabited in Turkey”.

    According to Goethe University’s scientific worker Alie-Alis Alti: “there are for about three million Armenians turned into Turks, they want to know about their origin after decades of silence…”.

    In the report of the organization in support for needy churches of 1998 we can read the following about Turkey: “To the 20 thousands Baptist Christians must be added four and a half million Christians who live there but hide their identity and faith”.

    Thus, we can come to the conclusions that in the geographical areal of our research the number of “Anatolian” “Official” Armenians is insignificant, less then 5.000, the number of “Islamized” Armenians excels the number of one million and reaches 1.300.000 and “Crypto” Armenians are more then 700.000.

    In any case, the fact is that there are great numbers of Armenians inhabited in Turkey’s Eastern part, Western and Southern Armenians, Historical Cilicia, as well as in Armenia Minor (Pokr Hayk) and neighbor regions: a transformed ethnic element struggling for self-consciousness and for preserving national identity. “Don’t forget us,-urges a native Sasunian Armen Martirosyan, at present leaving in Mush,- in Vardo and other regions there are many Armenians, who till lately were afraid to speak about their identity but now they declare about it and struggle to remain Armenians”.

    In the context of Turkey’s ethno-religious groups the problem of the Armenians inhabited in Turkey or reorganized Armenians need profound analyzing. This huge potential can develop whether spontaneously, become a subject of this or that global or regional political force’s speculation and finally die away or to turn into a national movement or rebirth.

    Copyright © 2005 Noravank Foundation

  14. mirkhond scrive:

    Come si può notare, si tratta di un rapporto riguardante gli Armeni cripto e non dell’Anatolia.
    Ma nella citazione di Ozgur Politika che si rifarebbe a fonti del Parlamento curdo in esilio, tra i Curdi vivrebbero circa 2000000 di Cristiani, tra Armeni e Siriaci; questi ultimi vengono citati come Nestoriani, ma è possibile che vengano compresi anche i Giacobiti.
    Se il numero dei criptoarmeni dovrebbe ascendere a circa 1000000-1500000, dal confronto tra queste fonti, si può dedurre approssivamente che i Siriaci, Giacobiti e Nestoriani, possano essere circa 500000.
    Certo sono dati approssimativi, ma certamente con cifre molto più consistenti di quelle ufficiali, che danno il numero complessivo di tutti i Cristiani “dichiarati” e “alla luce del sole” in Turchia a 150000!
    ciao

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