Trilogia della montagna I. Spesso apostrofato all’estero come “lo sciamano delle lettere turche”, Yaşar Kemal si appresta a compiere la veneranda età di ottantanove anni. Quaranta le opere al suo attivo, che comprendono romanzi, racconti epici, racconti per l’infanzia, reportage e studi sperimentali. Molti dei suoi romanzi sono strutturati in “saghe”: famosa quella riguardante İnce Mehemed (Mehmed il Falco, secondo la traduzione italiana), meno famosa quella che si apre con Al di là della montagna e che è appunto definita “la trilogia della montagna” (assieme al titolo in questione compaiono Terra di ferro cielo di rame -da cui il film del 1987 di Zülfü Livaneli- e L’erba che non muore mai). Vediamo di cosa si tratta.
L’immaginario di Yaşar Kemal affonda consapevolmente le sue radici nel patrimonio narrativo orale della penisola Anatolica: leggende, racconti, repertori poetici orali dei cantori erranti -andrebbe qui almeno ricordato il dengbej delle terre curde-, repertori pastorali che poco hanno a che fare con gli idilli di Teocrito o di Virgilio, poiché si sostanziano principalmente di cruda e faticosa realtà, piuttosto che di sublimazione letteraria. Ed è appunto nello spazio della divaricazione fra un serbatoio narrativo ancestrale e un realismo “sociale” attento alle dinamiche contemporanee che si colloca la voce dello “sciamano” Kemal. E questa divaricazione non è altro che il riflesso di una effettiva spaccatura storica che percorre l’Anatolia, in bilico sino ad oggi fra ruralismo feudale e modernità capitalista. Quando Orhan Pamuk dichiara in una sua intervista alla Paris Review di aver avvertito, ai tempi degli esordi, l’angoscia di poter cadere in un “piatto realismo come gli scrittori turchi della generazione precedente” è proprio a scrittori come Yaşar Kemal che si riferisce; resta da vedere se quel realismo sia davvero “piatto” o se invece, prosecutore com’è di una tradizione millenaria, non sia in qualche modo “tridimensionale”: nel senso di una dimensione “testimoniale”, di una dimensione efficacemente “rappresentativa” e di un dimensione infine conseguentemente “tradizionale”. Il romanzo russo allora è un modello fondamentale. Entriamo nel romanzo, il terzo scritto da Kemal, per capire meglio di cosa parliamo.
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(continua come sempre su Lankelot)

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Dal romanzo Ince Mehemed di Yaşar Kemal del 1955, tradotto in più di dieci lingue e con la candidatura al Nobel per la letteratura, fu tratto anche un film con Peter Ustinov nel 1984.
Film però disconosciuto da Kemal, secondo cui la sua opera era stata resa irriconoscibile dalla riduzione cinematografica. Così almeno dalla recensione di una guida turistica della Turchia del 1996, della serie delle Guide Apa.
Riguardo poi alla trama di Al di là della Montagna postata da Francesco, mi sembra di cogliere un mondo simile a quello di Fontamara di Ignazio Silone, con le sofferenze nascoste di un mondo contadino le cui aspettative sono ignorate da un potere dittatoriale…
Qui il secondo capitolo della Trilogia: http://www.lankelot.eu/letteratura/kemal-yashar-terra-di-ferro-cielo-di-rame.html
Per Mirkhond: ancora non ho affrontato la lettura di Ince Mehmed, per cui il film lo postpongo. In questa mia seconda segnalazione si fa accenno al film di Zulfu Livaneli su Terra di ferro cilo di rame. Per quel che riguarda lacomunanza con Silone di Fontamara, mai paragone fu più azzeccato. In realtà Kemal ha molto in comune con molta letteratura realista italiana. Il verismo, assieme al romanzo russo realista, dev’essere stato un suo riferimento.
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