L’erba che non muore mai (di Francesco Marilungo)


Terzo e ultimo capitolo della Trilogia della montagna, il ciclo di romanzi che racconta le vicende degli stagionali del cotone in Turchia. Interi villaggi di montagna che, all’affacciarsi dell’autunno, scendono verso le pianure per far da manodopera (spesso con retribuzioni schiavistiche) nella raccolta del bianco fiore, di cui le nostre t-shirt immemori poco sanno o vogliono sapere. Yashar Kemal, con la sua affabulazione fluviale, trascina il lettore dentro questo mondo a sé, con la maestria dello sciamano, del cantore epico e del narratore socialista. Lì nella pianura infestata di zanzare e puntuta di cardi, si snodano le avventure del vilaggio di Yalak, che dopo le peripezie dei due romanzi precedenti, compie il suo ciclo ritrovando un equilibrio, un’armonia, una speranza. A un costo però.

Nel romanzo precedente una frenesia sociale che percorreva gli abitanti del villaggio, aveva portato alla santificazione voce populi di Tashbash, colui che meno di tutti si lasciava assoggettare dalle logiche sfruttatrici del capo villaggio Sefer. Lì Y. Kemal ci mostrava come nelle società rurali un disagio materiale possa essere sublimato, e in qualche modo risolto, attraverso il ricorso al “magico” e al divino. Ma gli umori dei paesani cambiano più veloci delle stagioni. E in questo L’erba che non muore mai Tashbash sarà sacrificato come capro espiatorio dalle stesse logiche “magiche” che lo avevano santificato. Kemal con estrema abilità ci conduce in quel ganglio umano e sociale insondabile, dal quale nascono i miti, le divinità, laddove l’immaginazione si fa iperbole della realtà e dà risposte a quest’ultima seguendo tracciati quantomeno irrealistici. Un complesso gioco di parole? Non tanto. Qualcuno sarebbe pronto a sintetizzare pronunciando le parole ‘ignoranza’ o ‘superstizione’. Altri parlerebbero di una sovrastruttura culturale che risponde a condizioni di vita misere ed estreme. Yashar Kemal, con molta più umanità, ci scrive sopra tre romanzi e nascondendosi dietro alla sua voce epica, ci porta dentro questa intricata poiesi. Non c’è solo la storia di Tashbash. C’è anche quella di Alì il lungo che è costretto a lasciare la sua anziana madre al villaggio; quella di Memidik, che volendo uccidere il capo vilaggio, una notte, sbaglia uomo e per tutto il romanzo è ossessionato dalle aquile che volteggiano sopra il pozzo in cui ha nascosto il cadavere. Molti altri i personaggi, molte altre storie si snocciolano lungo i mesi della raccolta del cotone, e darne conto in sede di recensione avrebbe poco senso. Il libro è lì, per chiunque voglia conoscerle.

[...]

(Il resto su Lankelot, con molte foto; qui e qui, invece, le recensioni dei due altri romanzi della trilogia)

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14 risposte a L’erba che non muore mai (di Francesco Marilungo)

  1. mirkhond scrive:

    Grazie a Francesco per questi bellissimi post e le foto, che, penso ritraggano le campagne della Cilicia….
    A proposito di Kurdistan, in questi giorni ho visto seppur a spezzoni e solo in parte sottotitolato, il film Yol del regista curdo Yilmaz Guney (1937-1984) prematuramente scomparso a Parigi dove si era rifugiato dopo la sua evasione da un carcere turco, Imrali mi sembra ma non ne sono sicuro, nel 1981!
    Film “diretto” se così si può dire da Gunay da dietro le sbarre, e montato poi all’estero in Francia.
    Questo film,davvero molto duro e drammatico, attraverso le vicende di cinque detenuti, racconta i drammi della società curda profonda sia in rapporto ai dominanti Turchi e allo spietato regime fascistoide instaurato col golpe del 1980, e sia all’interno della stessa società rurale curda con le sue leggi a volte spietate con chi è ritenuto un traditore….
    Da quel che ho letto, Yol e altri film del regista curdo, sono stati sdoganati in Turchia soltanto nel 1999….
    ciao

  2. mirkhond scrive:

    errata corrige: le foto ritraggono il paesaggio intorno a Diyarbakir.

  3. mirkhond scrive:

    Anche Guney era nato ad Adana, figlio di padre zaza di Siverek e madre curda kurmanci del Varto, immigrati in Cilicia proprio per la raccolta del cotone.

  4. Pingback: L’erba che non muore mai (di Francesco Marilungo) - Istanbul Avrupa - Webpedia

  5. Francesco scrive:

    Mirkhond, grazie a te come sempre per la tua attenzione.
    Hai corretto bene, le foto (a parte la prima che è stata messa lì per sbaglio e che ritrae uno dei tre pezzi restanti del vecchio ponte Artuchide di Hasanketf), sono state scattate lo scorso ottobre a pochi chilometri d distanza da Diyarbakir. Le pianure che circondano la città e che abbandonando la catena del Tauro conducono giù verso la Mesopotamia vera e propria, in primo autunno sono completamente tinte del bianco del cotone. Immagino, molto simili a quelle della Cilicia, di cui parla effettivamente Kemal.

    Per quel che riguarda Guney, posso segnalarti (correndo il rischio di apparire egocentrico) questi pezzi che lo riguardano pubblicati lo scorso anno su Lankelot. Spero possano esserti utili.
    Buonaserata.

  6. mirkhond scrive:

    Sul Lankelot trovo delle interessanti riflessioni di Francesco su Guney e le regioni orientali della Turchia, che mi convincono ancor di più nella sostanziale continuità di un rapporto molto difficile tra il potere centrale “ortodosso” centrato su Istanbul e l’Anatolia centro-occidentale (la Turchia “evoluta” come letto recentemente in un commento su un altro blog) e le regioni orientali della stessa Turchia, il Kurdistan o come mi viene naturale chiamarla la “Curdarmenia” .
    Francesco accenna giustamente all’antica tradizione ribellistica dell’Anatolia profonda, cosa che confermo pienamente e aggiungo che essa trova le sue radici già in epoca romano-bizantina.
    Penso appunto alle spietate politiche repressive delle autorità romane cristiane ortodosse di Costantinopoli verso le diversità religiose dell’Anatolia orientale, diciamo ad est di Cesarea di Cappadocia/Kayseri, nei secoli VII-XI dopo Cristo.
    Diversità prevalentemente armene, sia cristiane autocefale apostoliche, e sia nelle varianti “ereticali” dei Pauliciani e dei Tondrakiani, questi due gruppi diffusi nelle aree a cavaliere dell’alto Eufrate, come Tefrice/Divrigi e i Monti di Dersim, fin verso le sponde settentrionali del lago Van, e sia verso i Giacobiti siriaci di quelle che oggi sono le regioni di Melitene/Malatya, Edessa/Urfa, Germanicia/Kahramanmarash e dell’odierna Siria del nord.
    In queste aree di frontiera romano-araba, la mano romana fu molto pesante verso questi gruppi etno-religiosi, comportando deportazioni, massacri, conflitti sanguinosissimi, nel tentativo fallimentare di imporre l’Ortodossia di Calcedonia e quindi la fedeltà all’imperatore romano ortodosso.
    Osservando una delle scene più belle e tragiche del film Yol, l’arrivo dell’esercito nel villaggio curdo di frontiera e l’eliminazione violenta dei guerriglieri curdi, insieme allo straziante riconoscimento da parte dei familiari, delle salme accatastate sul camion come delle carcasse di animali, osservando queste scene di dolore, mi vengono in mente le parole di un alto funzionario romano-bizantino, il duca (cioè governatore) delle province armene di Vaspurakan e Taron, Gregorio Magistro (990-1058), armeno assimilato e strumento dell’oppressione romea in queste terre orientali.
    Gregorio Magistro, duca di Vaspurakan e Taron negli anni 1051-1054, in una lettera al Patriarca giacobita, si vanta di aver espugnato Tondrak, la roccaforte da cui traggono nome i Tondrakiani, località a nord del lago Van e forse identificabile con l’odierna Tendurek.
    Magistro informa il Patriarca siriaco che molti “eretici” si sarebbero rifugiati nel nord della Siria e chiede di non dargli ospitalità e di nasconderli. Nell’elencare le modalità della sua opera di repressione, Magistro afferma di esser stato fin troppo buono con quegli eretici impenitenti, limitandosi solo a distruggere i loro testi sacri, a differenza di altri suoi colleghi che hanno avuto la mano molto più pesante anche verso donne, anziani e bambini (e qui mi vengono in mente le scene dure del film Yol e delle altre tematiche trattate da Guney).
    I film di Guney potrebbero portare benzina al fuoco della turcofobia, se non si tiene presente che certe dinamiche di brutale potere fascistoide, siano in realtà una più antica tradizione di governo in queste terre di frontiera a cavaliere dell’Eufrate, tradizione CRISTIANA preislamica e preturca….

  7. mirkhond scrive:

    Lo stesso Guney del resto, era originario di Siverek e del Varto, antiche regioni ARMENE e nel caso di Siverek, centri non solo di tenace PAULICIANESIMO, ma anche di una dinastia musulmana, i Bene Boghusagh, cioè i Figli dei Pauliciani, composta appunto da armeni pauliciani convertiti all’Islam nel 1040 e investiti dal sultano selgiuchide Toghrul Beg (1038-1063) del governo di Siverek, al momento dell’arrivo dei Turcomanni in Iran e Armenia, e del sorgere della potenza selgiuchide, che avrebbe in parte modificato l’assetto etno-linguistico-religioso di queste terre.
    E oggi vi sono storici armeni come Seta Dadoyan che sono convinti che l’Alevismo tragga origine anche da una base indigena armena pauliciana e tondrakiana, in un periodo tra l’XI e il XIII secolo.

  8. Francesco scrive:

    Mirkhond, grazie davvero per questi tuoi dettagliati approfondimenti. Nutrienti come poche altre cose per me. Infatti queste terre di cui parli, di cui parliamo, io ho iniziato a conoscerle partendo dalla loro attualità e con molta difficoltà penetro nella confusione di culti, etnie, eresie dei secoli addietro. Grazie, grazie tante. E complimenti per il conio del termine Curdarmenia!

  9. mirkhond scrive:

    Grazie a te invece, che ci parli dai luoghi interessati, che io li vedo solo nei miei libri, in internet, grazie agli articoli su Lankelot e a quelli di Giuseppe, oltre che nei miei sogni di ragazzo….
    Il termine Curdarmenia mi è venuto in mente sia pensando alla Persarmenia, cioè la Grande Armenia storica sotto l’alta sovranità persiana Sasanide (226-651 d.C.) e corrispondente proprio al paese tra l’alto Eufrate i laghi di Van e Urmia, il Caucaso e il Tauro Armeno, paese oggi prevalentemente curdo, e sia da una conversazione durante una pausa dei lavori di un convegno sull’Armenia nel 2001.
    In quell’ormai lontana occasione, il sottoscritto a tavola con un professore universitario armenista, parlava proprio del rapporto tra Curdi e Armeni, dell’islamizzazione di regioni armene come il Nakhichevan, e di come lui considerasse un’enormità l’affermazione di Franco Cardini, sul fondo antropologico COMUNE tra Curdi e Armeni.
    Alchè un anziano signore armeno, seduto alla nostra stessa tavola e originario di Mersina, confermò quanto detto da Cardini, e anzi, aggiunse, cosa che allora mi lasciò di stucco, che anche i Turchi anatolici sono antropologicamente AFFINI agli Armeni!
    Del resto Curdi e Armeni non solo hanno condiviso da secoli le STESSE terre, ma hanno il loro fondo etnico comune nell’Urartu preindoeuropeo e forse di lingua caucasica affine a quelle ceceno-daghestane!
    Quanto ai Turchi anatolici e agli Azeri, è l’evidenza somatica stessa ad indicarci quanto poco abbiano di altaico, di mongolico, se non la lingua, pur infarcita di persianismi, e qualche tradizione culturale, mentre hanno gli STESSI tratti armenoidi degli Iraniani, Curdi, Armeni, Arabi della Siria del Nord.
    I tipi mongolici sono piuttosto rari, e si trovano specialmente nelle regioni centrali dell’Anatolia, le aree dove sorse il Sultanato di Rum (1077-1308), e anche qui sono poco diffusi!
    Tornando infine sempre a Yol di Guney (1982), nella scena in cui Omer, uno dei protagonisti, torna al villaggio natio, sulla frontiera con la Siria, e al momento dell’irruzione dell’esercito turco, in questa scena si vedono delle donne, presumo contadine del luogo ingaggiate come comparse, donne che indossano un copricapo cilindrico sulla testa, avvolto dal velo bianco.
    Ora questo costume era presente proprio tra le donne armene, e ciò potrebbe essere un indizio di una tenace, silenziosa, nascosta, eredità armena, confermata anche da Seta Dadoyan quando accenna a strane tribù del Tauro, nei cui linguaggi curdi e turcomanni, e in alcuni retaggi culturali, vi sarebbero forti tracce armene….
    Da qui il mio “Curdarmenia”.
    ciao

  10. Francesco scrive:

    Rinnovo il ringraziamento per la condivisione delle tue conoscenze. Mi ha colpito la frase “tenace, silenziosa, nascosta, eredità armena”. Qualche mese fa è passato qui da Diyarbakir un giovane e valido giornalista reporter italiano che sta lavorando sulla diaspora armena in Libano. Viaggiava su queste terre in cerca di testimonianze. Gli ho presentato un conoscente col quale abbiamo realizzato un intervista. Costui parla turco e curdo, ma rivendica, ormai apertamente, la sua origine armena, si sforza per imparare l’armeno e per trasmettere ai propri figli quella cultura. Ci ha colpito fortemente il suo racconto: durante gli anni del genocidio suo nonno riuscì fortunosamente a salvarsi e a farsi adottare da una famiglia musulmana curda. Da lì la perdita, o meglio, il nascondere e il vivere segretamente, l’identità armena. Due generazioni dopo le poche famiglie armene rimaste a diyarbakir iniziano a sentirsi legittimate, iniziano ad ri-esprimere la loro cultura, pur essendo musulmani. In questo è centrale il lavoro della municipalità di Diyarbakir che fa del recupero dell’antica multiculturalità della città uno dei suoi cavalli di battaglia. Sembra che queste terre possano avvicinarsi alla pace solo ricucendo la ferita profonda del 1915, ritrovando le pratiche della convivenza, dello scambio; pratiche che rivelano un sostrato (forse antropologico, forse solo “di tradizioni”) comune e che è stato interrotto violentemente ormai un secolo fa. La curdarmenicità è la soluzione! Qui molta gente se ne rende conto. Anche lo stato turco, che ciò non può,o non riesce, in alcun modo ad accettare.

  11. mirkhond scrive:

    La testimonianza che hai citato, conferma quanto vado sospettando da tempo, anche grazie ad articoli di siti armeni come il più volte citato noravank, immagini tratte sempre da internet e infine la testimonianza di un kebabbaro curdo alevi di Tarso, ma originario di Malatya, e cioè appunto di una vasta presenza “curdarmena”, un mondo molto più simile e osmotico di quanto l’occidentale possa pensare, limitandosi a seguire i pregiudizi orientofobi più che islamofobi, o credendo acriticamente a certi studiosi armeni della diaspora tesi a dimostrare, l’originalità, l’alterità armena, che, in quanto cristiana, avrebbe “rinunciato” ad esser Oriente, per farsi saliente avanzato dell’Occidente e dei suoi valori, rispetto della donna in primis, nella “barbarie” mediorientale, come mi toccò di leggere in un articolo, e su alcuni testi sulla civiltà armena!
    Questa identificazione, che, contribuì al genocidio del 1894-1922, e perseguita con ostinazione degna di miglior causa da parte di alcuni ambienti della diaspora armena, può far breccia interessata nella Francia di Sarkozy o in un certo nord Italia già pregiudizialmente orientofobo, ma NON corrisponde a ciò che fu il complesso e variegato mondo armeno, tutt’altro che un monolito e PARTE ESSENZIALE di quel Medio Oriente da cui si vorrebbe prender le distanze….
    Ma, come accennato, fortunatamente questa tendenza non è condivisa da tutta la storiografia armena anche diasporica che, anzi sta pazientemente tentando di riscoprire ciò che è entrato in occultamento, soprattutto dopo il 1915, ma non è stato del tutto distrutto, ma è sopravvissuto seppur nel durissimo clima kemalista…

  12. mirkhond scrive:

    Del resto sono i redattori della Voce Armena a farci sapere che durante i massacri del 1894-96 e del 1915-16, molti Armeni trovarono rifugio sui Monti di Dersim, presso tribù “curde” (zaza) di ANTICA ORIGINE ARMENA!
    Tribù zaza che pur essendo iranofone e oggi considerate sbrigativamente curde, sono in parte di origine armena pauliciana, e il Paulicianesimo nacque ed ebbe per secoli la sua roccaforte a Mananaghi, tra Erzincan ed Erzurum, verso l’odierna Mamahatun, giusto a nord di Dersim!
    E l’Alevismo, guarda caso ha il suo centro e la sua “area di dissolvenza” proprio nelle STESSE ZONE pauliciane!
    In un sito Alevi lessi di Pir Silvanus che non è altro che Costantino di Mananaghi (c.620-682 d.C.), detto Silvano, e che viene considerato il fondatore del Paulicianesimo, e suo primo apostolo e martire (fu lapidato in una zona verso Colonia/Sebinkarahisar per ordine dell’imperatore romano Costantino IV Pogonato). Pir Silvanus, nome pronunciato con amore e rispetto! E si parla di un “eretico” armeno!
    O sempre in un altro sito alevi, lo sconcertante dialogo tra un professore armeno-americano della Diaspora e un professore turco alevi di origine zaza, il quale spiegò al primo la lunga e complessa storia di un’Armenia tutt’altro che monolitica e monoreligiosa, e in cui Pauliciani e Tondrakiani svolsero un ruolo, seppur da “eretici” disprezzati e perseguitati, fino a confluire e a plasmare l’Alevismo!
    Non dimentichiamo che la dinastia turcomanna dei Danishmend (1084-1175), stanziata nelle aree armeno-romane intorno a Sebastea/Sivastia/Sivas e in parte della Cappadocia e grande rivale dei Selgiuchidi di Rum (1077-1308) per il controllo dell’Anatolia romana conquistata dai Turcomanni dopo il 1071, i Danishmend dicevo, vantavano un’origine armena, origine ritenuta falsa dagli studiosi, ma propagandata in Anatolia, e ciò a dimostrazione della tenacia di certe eredità, di certi retaggi!

  13. mirkhond scrive:

    Infine una considerazione sempre tratta da quel capolavoro che è Yol di Yilmaz Guney.
    Nel film si vede anche la condizione della donna curda tra tradizione, segregazione e un ambiente familiare non disposto al perdono, come nel caso di Seyit, costretto dal parentame ad uccidere la moglie, divenuta prostituta durante la detenzione di lui, e perciò condannata a morte dalla famiglia.
    Seyit che non ha il coraggio si spararla, la porta con se nella tormenta di neve, in modo da farla morire assiderata, cosa che avviene, nonostante il tardivo ripensamento di Seyit, ripensamento che si trasformerà in rimorso….
    Oppure alla tragica storia di Mehmet ed Emine, giovane coppia di sposi curdi di Diyarbakir, separati dalla detenzione di lui ad Imrali, e che la famiglia di lei respinge duramente al momento del ritorno di Mehmet, in quanto lo considera un vile per aver lasciato morire il cognato Aziz (e fratello di Emine), durante la rapina costata al primo il carcere e al secondo la vita…
    La coppia nonostante tutto continua ad amarsi e fugge da Diyarbakir portandosi i figlioletti.
    Ma un destino tragico li attende proprio sul treno, per mano di un parente di lei, e dopo esser scampati ad un linciaggio da parte degli altri passeggeri, che li considerano dei cani infedeli, solo per essersi appartati nel cesso del vagone ferroviario…
    Ora, vedendo queste scene davvero forti e drammatiche, si potrebbe davvero esser tentati di islamofobia, se non ci venissero in mente analoghi meccanismi, tipici di società tribali non solo musulmane, penso alla Corsica, alla Sardegna dell’interno, alla Sicilia che c’era un dì, alla Calabria, al Montenegro, alla Morea, all’Albania anche cattolica….

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