L’americanizzazione della Turchia


Segnalo un articolo – “The Americanization of Turkey“, pubblicato dall’ottima rivista elettronica Open Democracy – che vale assolutamente la pena leggere e magari commentare insieme. Il tema generale riguarda i rapporti tra la Turchia e gli Usa, la tesi di fondo è che la Turchia – invece di convergere verso il modello europeo – sta diventando sempre più simile agli Usa: ne costituirebbero la prova (semplifico in modo forse eccessivo) la partnership turco-americana in Medio Oriente imperniata a partir dalla “primavera araba” su di una sorta di “freedom agenda” che ricorda l’esportazione della democrazia dei neoconservatori e di Bush, il modello presidenziale a cui mira Erdoğan nell’ambito della complessiva riforma costituzionale, la fusione tra politiche liberiste orientate al business e valori conservatori propria dell’Akp che richiama l’esperienza repubblicana negli Usa. Che ne pensate?

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6 risposte a L’americanizzazione della Turchia

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  2. mirkhond scrive:

    L’America influenza culturalmente l’Europa dal 1943-45, e dati i rapporti non vedo come possa non influenzare la società turca, almeno nei giovanissimi….
    Poi non vivendoci non sono in grado di dare un parere più lucido….

    • niccolò scrive:

      sono d’accordo..anche dal punto di vista dell’educazione (sopratutto universitaria e post universitaria) ho l’impressione che l’America abbia una presa maggiore rispetto all’Europa, ma anche nel mio caso è solo un’idea

  3. mirkhond scrive:

    Mi chiedo se in questa opera di americanizzazione dei Turchi vi sia anche la cultura turbo-progressista del correre, correre, correre sempre…
    In Turchia è diffusa la pennichella?
    Quali sono i giorni festivi?
    I ritmi sono ancora lenti?
    E se si, variano tra città e campagna e tra metropoli e città di provincia?
    Sono solo alcune curiosità….

  4. aledeniz scrive:

    Su certi aspetti, sono abbastanza d’accordo. Oggi ero seduto a pranzo con due miei colleghi, il direttore finanziario ed un altro sviluppatore, e ci siamo messi a parlare di Istanbul. Se rivedo la conversazione, ci sono diversi momenti in cui era abbastanza chiara l’influenza statunitense: le gated community (come si chiamano in italiano?), la preferenza per la gomma sul ferro, i grattacieli, l’indice di Gini, la bilancia commerciale che pende sull’import, e via di questo passo.

  5. Andrea scrive:

    Potendo parlare per osservazione diretta della sola Istanbul, posso essere d’accordo per quanto riguarda il mondo del lavoro: ho sempre l’impressione che i ritmi siano frenetici, e vedo che la maggior parte dei piccoli negozi sono aperti fino a tardi (alcuni 24 ore su 24). Mi dà insomma l’idea di un mondo del lavoro piuttosto dinamico, ma ripeto che la mia è solo un’osservazione dall’esterno.
    Per quanto riguarda invece altri aspetti come le riforme costituzionali o la politica estera, nutro diversi dubbi: non mi pare che Erdogan miri a un modello di tipo nordamericano, nel quale il presidente può facilmente rimanere ostaggio del parlamento, come non credo che la Turchia tornerà in breve tempo al ruolo di braccio armato e baluardo degli USA nella regione come ha fatto per tutta la guerra fredda. Penso serva un certo equilibrio nei giudizi: leggendo giornali e riviste un anno fa sembrava quasi che Erdogan fosse il nuovo leader panislamista in lotta contro l’imperialismo USA, adesso dopo Libia e Siria pare che si sia venduto alla NATO. Nessuna delle due letture ovviamente è quella giusta.
    Un ultimo appunto – stavolta culturale – su quella che invece è probabilmente la più grande differenza tra Turchia e USA, una differenza che sarà difficile appianare: il ruolo e l’importanza del nucleo familiare. La famiglia turca, perfino in una città che è un mondo a parte rispetto al resto del paese come Istanbul, è solitamente numerosa e molto unita. Non è raro, capitando a casa di una famiglia turca, essere portati a fare il giro completo del vicinato, sorseggiando decine di cay in un pomeriggio! Mi sembra anche che il rispetto per gli anziani abbia un valore diverso, a partire da gesti simbolici come il saluto con il bacio e la mano sulla fronte fino ad atti pratici come cedere sempre – sempre! – il posto sul pullman. Insomma, il senso comunitario, sebbene annacquato dall’inevitabile influenza esterna, non è andato del tutto perduto.

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