Anıtkabir (di Raffaele Morani)


Esco dall’albergo e prendo un taxi, la sera prima sono riuscito a provocare in pochi secondi due reazioni opposte e contrarie della giovane addetta alla reception: sorridente ed ammirata quando le ho detto che oggi avrei visitato Anıtkabir, il mausoleo di Mustafa Kemal Atatürk, di cui ha iniziato a tessere le lodi senza che io le avessi chiesto nulla, per passare poi allo stupore e alla quasi incredulità quando le ho spiegato che in Italia Atatürk è pressoché sconosciuto ai più. Il taxi mi scarica ai piedi di una collina alberata, all’inizio di un largo viale in salita non prima che il taxista mi abbia indicato il viale dicendo orgogliosamente “Anıtkabir”. E’ una bella giornata e dopo il passaggio al metal detector e la perquisizione di rito degli addetti alla sicurezza, preferisco non aspettare il bus navetta, mi incammino su per il viale in mezzo ad alberi e fiori profumati e dopo qualche centinaio di metri arrivo alla scalinata da cui parte il complesso di Anıtkabir, il mausoleo di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della repubblica turca, la cui immagine è ovunque in Turchia, dagli uffici pubblici ai negozi, ristoranti, alberghi.

Entro all’interno del complesso e superata la scalinata risalgo “la strada dei leoni”, dove alcuni giardinieri estirpano ogni piccola erbaccia fuori posto e sistemano ogni piccola mattonella scheggiata, come se fossero artisti alle prese con una loro creazione. Alla fine del viale eccomi nella “piazza delle cerimonie”, capace di contenere oltre 15.000 persone nelle cerimonie ufficiali, sormontata da un enorme bandiera rossa con la mezzaluna che alcuni addetti orientano in caso di necessità in modo che sventoli quasi in continuazione. Ci sono molti turisti, ma il grosso dei visitatori è composto soprattutto da turchi, di tutte le età e condizioni, famiglie e scolaresche con le loro divise inconfondibili, comitive di vario tipo, uomini d’affari in giacca e cravatta, donne vestite “all’occidentale” e donne che indossano turban colorati, ma il tono della voce di questa umanità molto varia è generalmente basso, quando poi si assiste al cambio della guardia tutti osservano i soldati in un silenzio religioso, interrotto solo dagli ordini che l’ufficiale urla ai sottoposti.

Su un lato della piazza vi è una piccola tomba con una targa che ci ricorda come lì riposi Ismet İnönü, il successore di Atatürk alla presidenza della Turchia, mentre sul lato opposto vi è invece l’imponente costruzione simile ad un tempio greco e che ospita il catafalco di granito che simboleggia la tomba di Atatürk, le cui spoglie mortali sono invece esattamente qualche metro più sotto, nella “stanza della tomba” all’interno del museo dedicato al Gazi e alla guerra d’indipendenza che occupa molti spazi coperti di questa cittadella. Entro dentro il mausoleo dove nessuno fiata, come dovrebbe essere normale in una chiesa o moschea, e come capita anche in questo imponente tempio “laico” dedicato ad un personaggio che nel bene e nel male ha segnato la storia della Turchia moderna. Ho letto da qualche parte che nelle cerimonie ufficiali i vari ministri ed alti funzionari che si avvicinano al granito per rendere l’omaggio ad Atatürk, una volta deposta la corona di fiori si ritirano verso il percorso d’uscita senza dare subito le spalle al monumento, guardando bene mi accorgo che lo fanno anche molti visitatori, non penso proprio che sia un obbligo, visto che ovunque ti giri trovi il personale addetto che nella sua impeccabile divisa e con toni molto gentili ma fermi ti dice se una cosa è consentita o meno, è una forma di rispetto verso un uomo che è considerato uno dei più grandi tra gli uomini.

La successiva visita al museo è molto istruttiva al riguardo, attraverso varie sale dove è vietato scattare foto e filmati, vengo introdotto a quello che è un vero e proprio culto della persona e delle sue eroiche imprese: statue di cera, vestiti ed oggetti personali, pannelli e quadri, fino alle ricostruzioni molto efficaci, con tanto di manichini e rumori di guerra in sottofondo, di alcune sue imprese militari. Procedo attraverso le varie stazioni di questo “pellegrinaggio laico” con lo sguardo sereno di Atatürk che non mi molla un attimo, fino ad arrivare ad un lungo corridoio dove vi sono i ritratti e le storie di molti suoi compagni di lotta ed eroi della guerra d’indipendenza, di alcuni so per certo che finita la guerra entrarono in disaccordo col “Gazi” e vennero esautorati dai loro incarichi, ma nei pannelli esplicativi figure non vi è traccia dei dissidi o dissapori, tutti hanno lavorato insieme ad Atatürk ed appoggiato le sue riforme, a cui è dedicata un’altra ala del museo che illustra l’abolizione del califfato, laicizzazione dello Stato, riconoscimento legislativo della parità dei sessi, suffragio universale, sebbene con l’istituzione di un regime autoritario fondato sul partito unico, l’adozione dell’alfabeto latino e del calendario gregoriano, la proibizione del fez per gli uomini e la politica dissuasiva verso il velo per le donne, riforme che hanno fatto uscire la Turchia “da un passato di decadenza per proiettarla verso la modernità ed il futuro”.

All’uscita del museo nel book shop c’è una vasta selezione di libri, stampe, dvd che esaltano la figura e l’opera di Atatürk, trascurando i lati non proprio positivi di quello che ai nostri occhi resta pur sempre un regime autoritario, assolutamente non paragonabile ai crimini ed eccessi dei contemporanei Hitler e Stalin, ma che non vedeva certo di buon occhio le opposizioni e le critiche alla sua politica laicista e assimilazionista che portò a negare e reprimere le specificità di curdi ed alevi. Tuttora le offese alla sua persona sono punite dalla legge, le critiche no, ma il confine tra offesa e critica negli anni è stato molto labile. Al di là del culto ufficiale, vasti settori della società turca hanno sempre nutrito una grandissima ammirazione per Atatürk: dall’estrema sinistra (verso l’Atatürk rivoluzionario anti-imperialista) all’estrema destra (verso l’Atatürk nazionalista anti-comunista), per non parlare poi di quasi tutti i grandi leader progressisti e nazionalisti del terzo mondo, da Nehru a Nasser.

La visita è finita, mi incammino e lungo il tragitto verso l’uscita mi fermo ai bagni pubblici per rinfrescarmi un po’: tutto è lindo ed ordinato, con l’acqua che scorre da una fontana a ricordarti che questo non è un posto qualunque, come anche il guardiano che si avvicina ad una anziana turista tedesca che si è accesa una sigaretta e la invita a spegnerla subito perché anche se siamo ad almeno duecento metri dalla cittadella dove riposano le spoglie del Gazi, il divieto di fumare vale anche lì, oltre che in quasi tutta l’area. Dopo cena faccio una passeggiata nei dintorni del mio albergo, che non è propriamente in una zona centrale o turistica di Ankara, mi fermo in un bar vicino all’albergo pieno di uomini direi dai 35-40 anni in su che bevono birra o raki guardando una partita di calcio in tv, sono l’unico non turco presente ma la proverbiale ospitalità turca non mi fa sentire a disagio, quando anzi comincio a starnutire il padrone del locale, tarchiato e di mezza età, mi si avvicina e mi dà salviette e una bottiglietta con un liquido dall’odor di limone che a gesti mi mostra come usare per alleviare il mio problema, che presto si risolve.

Guardo la partita, bevo raki e mangio frutta, prima di andarmene vado alla toilette e passo vicino ad una saletta vuota e con le luci spente, le cui pareti sono interamente ricoperte di quadri e foto di Atatürk, mi fermo ad osservare il tutto e quando il padrone mi si avvicina per chiedermi se ho bisogno di qualcosa gli dico che ho appena visitato Anıtkabir: immancabile sorriso e soddisfazione del mio interlocutore che insiste per accendere tutte le luci della sala in modo da farmi vedere bene tutto quanto e scattare foto, ennesima dimostrazione che per i turchi Atatürk è veramente qualcosa che sentono come parte di sè e di cui essere fieri. In conclusione di questa mia visita ad Anıtkabir, Mustafa Kemal Atatürk per me resta una grande figura che ha segnato come poche la storia di un Paese e la vita di popolo, che a quasi 74 anni dalla morte è ancora oggetto di una sincera devozione popolare oltre che di un vero e proprio “culto della personalità”, un grande statista con le sue luci e le sue ombre, di cui i turchi finora hanno conosciuto solamente i grandi meriti, e di cui adesso dovrebbero cominciare a conoscere anche le ombre e a poterne discutere liberamente. La nuova Turchia del miracolo economico, lanciata verso una nuova costituzione ed una piena democratizzazione della vita politica, iniziata grazie alle riforme del governo islamico moderato dell’AKP, a mio parere per rompere veramente col suo passato autoritario non può rinviare troppo a lungo neanche questo importante passo.

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21 risposte a Anıtkabir (di Raffaele Morani)

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  2. mirkhond scrive:

    Una delle caratteristiche della modernità è da un lato aver messo in discussione Dio e nello stesso tempo aver divinizzato degli uomini, seppur “speciali” ed “eccezionali”..
    Personalmente trovo inquietante questo eccessivo culto della personalità verso quello che, pur con tutti i meriti che gli si vogliono attribuire, resta pur sempre un UOMO, figlio del suo tempo e delle sue sensibiltà, e come tutti gli uomini, ricco anche di zone d’ombra notevoli….
    Se avessi l’immensa fortuna di recarmi ad Ankara, quello che non farei è proprio visitare e incensare questo tempio della divinizzazione umana….
    E poi dicono che il laicismo non è una religione…..

  3. mirkhond scrive:

    Ringrazio Raffaele Morani per averci illuminato su un aspetto inquietante della civiltà turca moderna, le cui modalità e profondità non conoscevamo fino a questi livelli….

    • raffaele morani scrive:

      Grazie a te Mirkhond, mi scuso con te e con tutti quanti se rispondo solo ora, ma in questi giorni ho avuto veramente molto da fare.
      Atatürk è il padre dei turchi, per usare una metafora in genere noi vogliamo bene a nostro padre e lo esaltiamo fino all’adolescenza, poi cominciamo ad essere più critici, magari a litigarci quando non siamo d’accordo o quand oci rimprovera perchè facciamo tardi la sera, senza però smettere di volergli bene, a volte l’impressione che ho è proprio questa, che oltre ai divieti ed alle imposizioni ci sia anche questo timore reverenziale quando i turchi parlano di Atatürk, unito anche ad un sentimento più politico del tipo “se ammetto che ha fatto questo errore, poi devo ammettere anche questo e di conseguenza svaluto la sua opera o la tradisco” , il problema secondo me sta tutto lì, ma è cresciuta la consapevolezza che non si può andare avanti oltre, un mito o un ideale non può sempre vivere solo di rendita o sulla minaccia di un pericolo esterno vero o presunto, deve anche sapersi rinnovare, il tempo e qualche legge che permettano di poter studiare e discutere liberamente possono solo migliorare la situazione

  4. Can scrive:

    “immensa fortuna di recarmi ad Ankara” bellissima espressione ossimorica!

  5. mirkhond scrive:

    E’ una città così brutta?

    • raffaele morani scrive:

      Qualsiasi città dopo aver visto Istanbul sfigurerebbe :) cmq Ankara è piena di larghi viali e palazzi monumenti costruiti negli anni 20 e 30, oltre a palazzoni anni cinquanta in uno stile quasi da socialismo reale che non è proprio il massimo…ci sono alcune tracce del passato come il castello e il quartiere attorno con le sue case e stradine, il tempio romano di Augusto o la colonna di Giuliano, ma poco di più…. cmq ad Anitkabir è bene andarci, ha un suo perchè e fa parte della storia e cultura di un popolo, se non l’avessi visitato a lungo forse avrei capito meno del culto di Kemal, e sulla sua divinizzazione sono d’accordo con te, e di come possa tuttora essere sentito come veramente qualcosa di cui essere orgogliosi da tutti i turchi con cui ho un pò parlato.

  6. Anna Rita Severini scrive:

    Quando visitai Istanbul la prima volta, nel 1988, con mio marito che c’era già stato anni prima e conosceva l’adorazione dei Turchi per il padre fondatore della loro repubblica, rimasi molto colpita da questa diffuso senso di rispetto che pareva radicato e sincero. Mi sorprende trovare ancora oggi (2010-2012) le sue immagini dappertutto dopo molti anni e, soprattutto, non riesco a farmi un’idea obiettiva del suo operato, perché se da un lato ha fissato come principio forte la laicità dello stato (per me pienamente condivisibile, e purtroppo difficile da applicare in molti altri paesi anche occidentali), fatto che ha finora salvato i Turchi dai fondamentalismi, dall’altro ha imposto trasformazioni radicali nella vita del Paese che hanno negato una storia culturale di antica e nobile tradizione, per non parlare dell’emarginazione delle minoranze. Quindi sono tuttora un po’ disorientata, avendo di tutto ciò una conoscenza non approfondita. Mi chiedo cosa pensino di Atatürk le giovani generazioni turche, i ragazzi di questa Istanbul in piena corsa verso il cambiamento. Comunque, complimenti a Raffaele Morani per il suo racconto scorrevole ed efficace.

    • provo a insistere: questo blog e’ aperto a contributi ‘esterni’, se ti viene voglia di scrivere dei post su qualunque tema (e con qualsiasi contenuto) io sono a tua completa disposizione per pubblicarlo…

    • raffaele morani scrive:

      Grazie a te Anna Rita dei complimenti, sulla figura di Atatürk penso che sia stato un grande statista con luci ed ombre, meriti e difetti, poco conosciuto fuori dalla Turchia, e questo è un male. Io per esempio prima di andare in Turchia mi sono letto qualche sua biografia e i pochi libri sulla storia della Turchia contemporanea che si trovano in italiano….magari se interessa ti scrivo qualche titolo. Io lo vedo con spirito critico, riconosco i suoi meriti nella costruzione dello stato e nella modernizzazione del paese e dei suoi costumi, non mi piace la repressione e negazione delle minoranze, cmq una sua foto ad Anitakabir l’ho acquistata ed attaccata in casa :)
      Su quello che pensano i giovani secondo me sono più critici rispetto ai più anziani, ma è solo una mia impressione, mi piacerebbe sapere ad esempio cosa ne pensano gli amici ed amiche turchi che leggono il blog. Ad esempio Giuseppe che ne pensa Aysegul di Atatürk? :)

      • Anna Rita Severini scrive:

        Se mi mandi qualche titolo, mi fa piacere. Grazie.

        • raffaele morani scrive:

          In italiano sulla storia della Turchia contemporanea ti posso consigliare questi titoli che conosco, gli autori sono molto diversi e puntano l’attenzione su alcuni aspetti piuttosto che su altri:

          “Storia della Turchia contemporanea” di Antonello Biagini, Bompiani, 2005
          “La Turchia contemporanea” di Hamit Bozarslan, Il Mulino, 2006
          “Storia della Turchia : dalla fine dell’impero ottomano ai giorni nostri” di Erik J. Zurcher, Donzelli, 2007
          “La Turchia contemporanea : dalla repubblica kemalista al governo dell’AKP” di Lea Nocera, Carocci, 2011.

          Su Atatürk invece in italiano c’è solo un titolo, la bella e completa biografia scritta dal professor Fabio L. Grassi, molto valido, direi in Italia il più grande esperto di MKA:
          “Atatürk: il fondatore della Turchia moderna”, Salerno, 2008

          • io il ibro di Biagini non l’ho letto: ma pare sia condito da vergognosi strafalcioni (probabilmente ha incaricato di scriverlo dei suoi studenti). e poi ci sono i ‘libri’ della Ottaviani, ovviamente :-)

            • raffaele morani scrive:

              i libri della Ottaviani li ho letti anch’io ma non sono di storia :)
              su Biagini, qualche strafalcione c’è del resto è uno storico dell’Europa orientale, ma nulla di troppo preoccupante, ci sono più strafalcioni storici in “Mille e una Turchia”, ma lasciamo perdere va…..
              degli altri Zurcher è il più completo, la Nocera non è male, è il più recente, agile, scritto bene e chiaramente,vuoi per caso una recensione Giuseppe? :)
              poi la biografia di Grassi su è MKA mi è piaciuta molto, certo quella di Andrew Mango è la più completa, ma purtroppo non è mai stata tradotta in italiano :(

  7. mirkhond scrive:

    A proposito della nascita della Turchia moderna

    Ieri notte su you tube, mi sono visto un film rumelico, 1922 del 1978, tratto da romanzo autobiografico dello scrittore rum Elias Venezis (1904-1973) di Ayvalik, Numero 31328, che narra le drammatiche vicende delle comunità cristiane della costa egea anatolica, rum, armena e persino levantina dopo la sconfitta romea del settembre 1922 e della riconquista osmanica di Smirne (nel film c’è appunto un italiano che parla in italiano stentato ma comprensibile, il quale pur avendo inneggiato a Mustafà Kemal, viene ugualmente fucilato assieme ad altri ostaggi Rum e Armeni).
    Un film molto drammatico, con scene davvero “forti” e che ricorda e anticipa nel tempo (1978 appunto) il più famoso La Masseria delle Allodole.
    Ora, purtroppo non ho letto il romanzo che parla di 3000 Rum catturati dagli Osmanli e portati nell’interno dell’Anatolia in una marcia della morte, da cui ne sarebbero sopravvissuti solo in 23 tra cui Venezis, poi profugo nella Rumeli….
    Ma, osservando il film, una cosa mi ha colpito, e cioè che i Cristiani, Rum e Armeni, siano prevalentemente benestanti e vestano, uomini e donne alla maniera franca, mentre i musulmani portano il tipico costume ottomano. Tra l’altro le truppe kemaliste e i briganti paramilitari che li affiancano nella riconquista di Smirne, sono spesso trasandati, con giacche aperte e torsi nudi, in un atteggiamento ambiguo, da “checcoidi”…
    Per quel che ne so, a me sembra che, almeno ai piani “bassi” della società ottomana, cristiani e musulmani vestivano allo STESSO MODO, come mi è capitato di leggere in studi sull’Impero Ottomano e attraverso le foto di contadini Rum cappadoci, scattate dal gesuita francese, padre De Jerphanion nel 1912-13.
    Ma forse a Smirne e sulla costa l’influenza franca dovette essere più forte, influenzando anche la moda dei cristiani poveri (cosa che, ripeto, a me NON risulta dalle foto, anche di aree costiere…).

  8. mirkhond scrive:

    Purtroppo non so linkare. Comunque cerca su you tube Nikos Koundourous 1922 (1978), e dovrebbero apparire sia il trailer che il film completo, purtroppo non doppiato, ne sottotitolato, e quindi per me comprensibile a grandi linee…
    Film molto duro e drammatico che, se non conoscessi il contesto storico, i Turchi te li farebbe odiare…
    Come posso trasformare il commento in post?

    ps. Koundourous è il regista di 1922, tratto dal romanzo autobiografico di Elias Venezis “Numero 31328″
    ciao

  9. mirkhond scrive:

    Ah, per me va benissimo. Purtroppo però non ho letto il romanzo di Venezis, per cui ben vengano interventi che mi aiutino ad inquadrare meglio almeno la trama e i dialoghi del film, più alcuni aspetti del costume anatolico primo ’900, che mi lasciano dubbioso…
    ciao e grazie!

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