Il Kasımpaşa in serie A


Il Kasımpaşa, squadra di calcio di un quartiere di Istanbul in cui Erdoğan ha militato da giovane, è tornata nella massima serie del campionato turco: e per festeggiare la promozione, il premier ha ricevuto giocatori e dirigenti e ha avuto come dono una maglia – la numero 5, come la sua – completamente autografata (la foto è tratta dalla pagina ufficiale su Facebook). Curiosità: lo stadio in gioca il Kasımpaşa, in riva al Corno d’oro, è intitolato a un loro ex giocatore illustre, Recep Tayyip Erdoğan.

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33 risposte a Il Kasımpaşa in serie A

  1. Andrea scrive:

    Abito proprio a 100 metri dallo stadio e una volta sono anche andato a vederli! Mi sono affezionato a questa squadra e sono contento che siano tornati in Super Lig. :) Tra l’altro il Recep Tayyip Erdogan Stadyumu è un gioiellino, piccolo ma molto comodo e moderno. L’unico problema è che la maglia del Kasimpasa è praticamente introvabile: mi dovrò rivolgere al primo ministro?

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  3. massimo scrive:

    OT
    29 maggio 1453 (6961 nel calendario romeo)
    Costantinopoli cade in mano ai Turchi di Maometto II (1451-1481) denominato da allora “Fatih” (Conquistatore); l’ultimo Imperatore romeo Costantino XI Dragazes (6/1/1449-29/5/1453) muore in battaglia durante l’assedio; FINE dell’Impero romano d’Oriente (o romeo), dopo oltre 1000 anni dalla fondazione di Costantinopoli, inaugurata da Costantino il Grande l’11/5/330 d.C

  4. luigi scrive:

    FINE di Costantinopoli “greca e cristiana” e dell’ultima patetica dinastia bizantina direi..l’Impero come vera potenza era già entrato in coma 5 secoli secoli prima ed era deceduto da più di 2. Idem successe a quello Ottomano nel IXX secolo. Se poi vogliamo fare Retorica e non Storia..allora è tutto un altro mangiare!

    • pero’ Costantinopoli ‘greca e cristiana’ ha continuato a esserlo per cinque secoli, solo dopo il 1955 e il 1964 ha quasi definitivamente perso questa parte della sua identita’… anche se, come spesso racconto su questo blog e nei miei articoli, quel poco che e’ rimasto sta germogliando di nuovo…

    • massimo scrive:

      beh, forse 5 secoli prima, é un po’ troppo…a meno di sostenere che all’epoca di Niceforo Foca (963-969), Giovanni Zimisce (969-976) e Basilio II (976-1025 d.C, all’inizio minorenne) l’Impero fosse in coma….i Bulgari però, che furono sterminati dal Bulgaroctono, non se accorsero !
      diciamo che la vera crisi inizià dopo Mantzikert (26/8/1071 d.C, cattura di Romano IV Diogene, 1068-1071) ma cominciò a divenire grave solo dopo Myriokephalon (1176 d.C, all’epoca di Manuele Comneno, 1143-1180)…
      il colpo di grazia avvenne nel 1204 d.C ma io non userei il termine “coma” neppure per l’Impero anatolico di Nicea (1204-1261)…
      se proprio vogliamo, “coma” si potrebbe usare dal 1282 in poi (non per Michele VIII, a Cp 1261-1282, che pure ha grandissime responsabilità storiche per la definitiva decadenza del’Impero) e, certamente da metà XIV secolo..i successori di Andronico III (1328-1341), non ci piove, furono delle ombre….ma a metà/fine X secolo, NO, per favore, non si tratta di retorica ma di Storia per quanto condensata succintamente e dunque soggetta a possibili fraintendimenti :D

  5. mirkhond scrive:

    Sul declino della Romània bizantina

    Credo che il declino sia avvenuto in tre fasi: 1025-1081, quando dopo la morte di Basilio II, l’Impero è esausto per un quarantennio di dura lotta contro la Bulgaria e la sua improvvida, a mio parere, annessione.
    L’avanzata romea in Armenia, Siria del nord e Bulgaria, seppur ha ridato prestigio allo stato romano, ha però contribuito alla fine dell’esercito tematico, milizia contadina territoriale, creata nel VII secolo d.C., e che aveva salvato l’Anatolia, e quindi l’impero dalla morsa e dalla conquista arabo-musulmana.
    E tuttavia l’allargamento delle frontiere e la cessazione del pericolo musulmano, avevano reso pesante per il contadino anatolico, continuare a combattere, e questa volta lontano da casa, dalla famiglia, dal villaggio e dalla terra, e per cause che non lo interessavano…
    Inoltre la cessazione del pericolo musulmano aveva favorito la nascita di grandi latifondi, i cui proprietari si erano impadroniti delle terre dei soldati-contadini, che da parte loro pur di non combattere più, per i motivi sovracitati, avevano preferito vendere i loro appezzamenti e restare a coltivarli come servi della gleba.
    Gli imperatori della Dinastia Macedone da Romano I (920-944 d.C.) a Basilio II, se ne erano accorti e avevano cercato, invano di frenare il fenomeno, ma appunto dopo la morte di Basilio (1025), l’esercito tematico, nato come milizia difensiva, è ormai in via di estinzione.
    Già lo stesso Basilio II, per salvare il suo trono dai pronunciamientos della grande aristocrazia militare latifondista anatolica romeo-armena dei Foca e degli Scleri, era dovuto ricorrere all’impiego di mercenari, prima Iberi del principato di Tao-Klarjeti (oggi la regione di Yusufeli in Turchia), nel 976-979, e poi dei Variaghi Rus’ nel 987-989 d.C., che da allora formarono la Guardia Variaga, una sorta di “svizzeri” a protezione della famiglia imperiale romana.
    Da allora in poi, col declinare dell’esercito tematico, accanto alle milizie indigene professioniste come i catafratti, l’impiego di mercenari divenne più frequente e massiccio, anche perché si trattava di professionisti e quindi più idonei al combattimenti di conquista, ma onerosi e spesso di dubbia fedeltà.
    Teniamo infine conto che i nuovi territori annessi, tranne la Bulgaria, erano abitati in prevalenza da cristiani non calcedoniani, vedasi Armenia e Siria del Nord, e la politica bizantina in queste terre fu molto pesante nell’imporre l’Ortodossia di Calcedonia e la soggezione al Patriarcato di Costantinopoli. In sostanza ripetendo la stessa politica giustinianeo-eracliana del VI-VII secolo, e che come allora si rivelerà controproducente.
    Già i Romei avevano da secoli usato la mano pesante verso i gruppi ereticali armeni dei Pauliciani e poi dei Tondrakiani, con modalità non dissimili a quelli dell’odierna repubblica turca verso i Curdi e sempre nelle STESSE ZONE:
    Questa oppressione si era estesa appunto ad Armeni e Siri monofisiti, con arresti di prelati, notabili, deportazioni e ricorrendo non di rado a torture, distruzioni di villaggi.
    Per combattere le Chiese Armena e Giacobita, furono create delle diocesi alla cui testa vennero posti dei prelati romei, o “rinnegati” locali che avevano abbracciato l’Ortodossia di Calcedonia.
    E tutto questo mentre il sistema tematico collassava, arrivavano nuovi e possenti invasori di ceppo turco, come i Peceneghi, Uzi, e Cumani, a nord del Danubio, e i Turcomanni Oghuz di recente conversione all’Islam, alle frontiere armene, per non parlare dei Normanni francofoni che in un quarantennio (1041-1078) conquistarono la Longobardia minor/Puglia/Catepanato d’Italia, e il suo leader, Roberto il Guiscardo, investito del titolo di Duca di Puglia e Calabria da Papa Nicola II nel 1059, aspirava a conquistare la stessa Costantinopoli, nell’ambito della cultura “precrociata” che stava portando all’allargamento delle frontiere del mondo franco, e del Cattolicesimo latino.
    In questo frangente i sovrani romei tra 1025 e 1081 non sono in grado di rispondere adeguatamente a questi pericoli provenienti da più parti e questo forse, proprio in virtù di attuazione dei sogni universalistici romani, ormani non più attuabili…..

  6. mirkhond scrive:

    E così si giunse al periodo drammatico del 1071-1081, quando sembrò che la Romània fosse sul punto di crollare per gli attacchi contemporanei dei Normanni ad ovest e di popolazioni turche a nord e ad ovest.
    E il tutto nella PIU’ FOLLE E CIECA politica di bizantinizzazione forzata delle aree orientali siroarmene!
    Ancora nel 1064, quando Costantino X (1059-1067) annette il principato armeno di Kars, e i Turcomanni selgiuchidi espugnano Ani (romea dal 1045), Costantino X dicevo, CONTINUA nella FOLLE politica di assimilazione religiosa forzata, mentre i Turcomanni già dal 1048 col bagno di angue di Kapetrou presso Teodosiopoli/Karin/Erzurum, hanno massacrato 100.000 persone, e da allora i loro raids diventano sempre più devastanti e in profondità fino alle porte di Ankara (1068).
    Imperatori di valore come lo sfortunato Romano IV Diogene (1068-1071), falliscono a Manzikert, proprio per le ragioni sovracitate, oltre per il tradimento dei generali romei Giuseppe Tarcaniote e Andronico Ducas (futuro suocero di Alessio I Comneno), oltre che per la diserzione di un intero reggimento di mercenari peceneghi passati al sultano Alp Arslan (1063-1072).
    E tuttavia Manzikert, come molte date storiche, è più che altro una convenzione per indicare la VERA catastrofe romea che avvenne DOPO quegli eventi dell’estate 1071.
    Le ricerche storiche infatti, hanno ormai dimostrato come Alp Arslan si comportasse con generosità e spirito di lealtà cavallersca verso lo sfortunato Romano da lui imprigionato dopo la battaglia, trattandolo con tutti gli onori e stipulando un trattato in cui chiedeva solo l’Armenia, Edessa e Antiochia più 10.000.000 di lingotti aurei, poi scalati ad un milione e infine a 500.000.
    E qui veniamo al punto cruciale, e cioè che l’obiettivo dei sultani Selgiuchidi, impadronitisi dell’Iran, seguiti da grandi masse di sudditi nomadi Oghuz nel 1040-1055 circa, vi avevano restaurato l’ortodossia sunnita e il rispetto formale verso il Califfato Abbaside di Baghdad.
    Scopo di Toghrul Beg (1038-1063), e di Alp Arslan, era appunto la restaurazione della Sunna, e i raids sugli altipiani armeni avevano il duplice scopo di dare sfogo alla sete di pascoli e bottino per i suoi sudditi Oghuz, popolazioni di pastori seminomadi, i quali tra Azerbaigian e Eufrate, trovavano terreni adatti all’insediamento loro e del loro bestiame, non molto diverse dalle terre centroasiatiche tra Caspio e Aral da cui provenivano.
    L’Armenia poi (insime a Edessa/Urfa e Antiochia) serviva ai Selgiuchidi come base per la guerra contro “l’eretico” Califfato Fatimide d’Egitto.
    In sostanza il trattato di Manzikert del 1071 avrebbe potuto essere una catastrofe MOLTO MINORE se a Costantinopoli si fossero accettate le concilianti richieste del sultano selgiuchide, ritornando al confine antecedente alle conquiste di Niceforo II Foca (963-969 d.C.).
    E tuttavia le cose andarono diversamente: Romano Diogene sulla via del ritorno a Costantinopoli fu detronizzato da un golpe organizzato dal ministro Michele Psello, facendo arrestare Romano e facendolo accecare (ottobre 1071). Romano poi morì per le torture subite (estate 1072), e nel 1072 morì pure Alp Arslan, combattendo nel Khorasan contro un vassallo ribelle.
    Il nuovo imperatore, Michele VII (1071-1078), si rivelò una nullità, come del resto suo padre Costantino X e la dinastia dei Ducas in genere, lasciando il potere ad un figuro come Psello.
    L’esercito era ormai allo sbando e diversi comandanti militari e governatori insorsero per contendersi il trono, mentre il nuovo sultano selgiuchide Malik Shah (1072-1092), di fronte al mancato riconoscimento degli accordi di Manzikert, non solo mantenne ciò che ormai deteneva, ma dette sfogo all’avanzata turcomanna oghuz verso il cuore dell’Anatolia, con poco o nullo contrasto da parte romana.
    Anzi, vi furono comandanti mercenari come il normanno Russel de Bailleul, il quale s’impadronì di Amasya e ne fece un principato sul modello dei suoi simili di Puglia, ma fu abbattuto dal giovane generale Alessio Comneno col concorso dei nuovi invasori Turcomanni (1073), e Russel prigioniero a Costantinopoli.
    Alessio e altri generali che avevano ripreso per poco Cesarea di Cappadocia, dovettero nuovamente abbandonarla ai Turcomanni così come Amasya (1073).
    A peggiorare le cose ci si mise il governatore del Tema degli Anatolici, Niceforo Botaniate, cioè di Botania in Frigia, il quale nel 1078, coll’aiuto dei Turcomanni prese Nicea e ottenne il trono imperiale come Niceforo III (1078-1081), ma al prezzo di cedere l’Anatolia occidentale al principe dei Turcomanni, il cadetto selgiuchide Suleyman ibn Qutulmish, fondatore del Sultanato di Rum (1077-1308) e suo primo sultano con sede proprio a Nicea!
    Soltanto alcuni principi armeni, già ufficiali dell’esercito romano, come Filarete Vahram, Tatul, Thoros tra l’Eufrate, il Tauro ed Edessa, e Rupen e Hetum in Cilicia, non persero la testa e si abbarbicarono nei territori su cui assunsero il governo, e a capo di grandi masse di Armeni immigrati tra Eufrate e Cilicia, sia in seguito alle deportazioni romee dei secoli X-XI, a scopo di ripopolamento di queste aree sottratte ai Musulmani da Niceforo II a Basilio II, e sia in fuga di fronte alle devastazioni turcomanne del 1030-1071 della Grande Armenia.
    Filarete Vahram tra il 1071 e il 1090 circa divenne il più potente signore di questi nuovi territori armeni, mantenendo sia l’alto controllo su tutti gli altri e sia mostrando un’ambigua fedeltà a Costantinopoli, riuscendo persino ad ottenere la conferma del ducato (governatorato) di Antiochia, rimasta romana (circa il 1078).
    Se l’Anatolia venne così devastata, anche il Balcano romano non fu indenne agli assalti selvaggi dei Turchi d’oltre Danubio, Peceneghi e Uzi, affini ai Turcomanni Selgiuchidi e dello stesso ceppo Oghuz, sebbene in gran parte pagani e, secondo Franco Cardini, almeno in parte, Cristiani Nestoriani, originari delle aree intorno al Lago Balkhash.
    Incursioni iniziate nell’inverno 1046-47 e talmente devastanti che il cronista romeo Michele Attaliata (c.1020-30-1085), scrive che: “Tutta la popolazione d’Europa (Balcanica cioè) pensava di EMIGRARE!”
    Inoltre anche qui vi furono sollevazioni militari, sia di pretendenti al trono bulgaro, come Piotr Deljan e Alusiano (1040-41), Costantino Bodin, principe della Zeta (attuale Montenegro e Serbia) nel 1072-1073, i Pauliciani di Filippopoli guidati da un certo Leka nel 1078, e i vari generali romei Niceforo Basilacio, Niceforo Briennio tra Durazzo e Adrianopoli nel 1077-1078, coevi a Niceforo Botaniate, poi divenuto imperatore e Niceforo Melisseno in Anatolia, quest’ultimo nel 1080.
    Insomma intorno al 1080-1081 la quasi totalità dell’Anatolia era in mano turcomanna, sotto un cadetto selgiuchide residente a Nicea, ma il Balcano, seppur in una situazione di devastazione interna ed esterna simile, era ancora romano.
    Il perché di questo diverso destino, che proprio dal Balcano, col golpe di Alessio Comneno nell’aprile del 1081, sarebbe partita la salvezza e parziale ripresa di prestigio imperiale romano-bizantina per un altro secolo ancora, per me non trova ancora una spiegazione esaustiva.

  7. mirkhond scrive:

    errata corrige: bagno di sangue

  8. luigi scrive:

    Grazie Mirkhond per i dettagli..quando dicevo “impero in coma” intendevo una struttura politica con confini geografici in arretramento più o meno costante (come gli Ottomani nel IXX secolo) e non più in grado di influire in maniera decisiva sul mondo. I colpi di coda comunque sempre solo nelle regioni limitrofe ai confini dello Stato e ben all’interno dell’area di espansione precedente non credo siano dei segni di perdurante vitalità di un vero “Impero”. Idem la riconquista di Costantinopoli dai Latini. Spesso la debolezza o le divisoni degli avversari fanno sì che realtà politiche fragili durino più di quanto ci si aspetterebbe..

  9. mirkhond scrive:

    Spesso la debolezza o le divisoni degli avversari fanno sì che realtà politiche fragili durino più di quanto ci si aspetterebbe..

    Concordo pienamente Luigi.
    Lo stato romano-bizantino era in declino già dall’XI secolo, e proprio per via delle politiche interne ed esterne sovracitate.
    Già nel VI-VII secolo dopo Cristo l’universalismo romano, il sogno di restaurazione imperiale dell’intera area imperiale romana si era rivelata impossibile, nonostante l’impegno e il prestigio di sovrani come Giustiniano I (527-565 d.C.) e di Eraclio (610-641 d.C.)
    I successori di Eraclio, più saggiamente ripiegarono sulla più difendibile Anatolia centro-occidentale, diventata il vero cuore e perno della Romània, e su una serie di enclavi costiere europee tra Mar Nero e Adriatico, accettando DE FACTO la progressiva diminuzione e perdita dei territori balcanici, e italiani e africani riconquistati da Giustiniano.
    Quindi se DE JURE, il sovrano romano di Costantinopoli continuava a sentirsi il supremo sovrano dell’Ecumene Cristiana, de facto era a capo di un più ridotto, ma più robusto e difendibile stato orientale, e questa politica tra VII e X secolo gli aveva garantito oltre alla sopravvivenza, di “riciclarsi” nel nuovo ruolo di antemurale della Cristianità Ortodossa Calcedoniana contro l’Islam, nonché di faro di civiltà cristiana ortodossa, nella rievangelizzazione dei Balcani slavi e nell’Evangelizzazione della Rus’ di Kiev nei secoli IX-XI.
    E tuttavia questa situazione di SANA CONCRETEZZA romea, era cessata colla disgregazione del Califfato Abbaside e la ripresa della politica espansionista, in Armenia, Siria, Balcani e Longobardia minor, l’Italia meridionale.
    Se al principio, questo espansionismo era una necessità difensiva e finalizzata alla sicurezza di un confine più omogeneo, come nelle campagne condotte dal generale Stauracio per sottomettere gli Slavi del retroterra tra Tessalonica e Atene nel 783 d.C., sotto il regno di Costantino VI (780-797 d.C.), e poi di Niceforo I (802-811), Michele III (842-867) e Basilio I (867-886), che assicurarono alla Romània il possesso di una fascia costiera contigua tra Costantinopoli e Durazzo, la riconquista del Peloponneso, che ormai veniva chiamato Morea alla maniera slava, e della stessa Longobardia minor, queste conquiste dicevo, servivano a rendere più contigui i domini europei e a parare la minaccia di un’alleanza bulgaro-araba. Idem le campagne di riconquista di Creta (960-961) e Cipro (965), che liberarono l’Egeo dalla minacciosa e devastante presenza piratesca musulmana.
    In seguito però, nell’avanzata in Armenia e Siria, così come in Bulgaria, qui grazie a Basilio II (976-1025 d.C.), le autorità romane, dimentiche della lezione del passato, ripresero GLI STESSI ERRORI, del VI-VII secolo, con la compressione violenta dei nuovi popoli acquisiti e del collasso di strutture militari-finanziarie studiate e concepite per scopi DIFENSIVI, e che non potevano durare, ne garantire il possesso stabile dei nuovi territori nel caso di nuove invasioni di cui abbiamo accennato.
    E quindi fu il DISASTRO, disastro dovuto a megalomania, mancanza di realismo politico, e soprattutto della FINE della possibilità di CONCRETA ATTUAZIONE dell’Universalismo Romano, quando invece si andava in direzione di più limitati ma più difendibili, stati “nazionali”, nei secc. XI-XIII.
    Lo stesso del resto accadde anche nel Sacro Romano Impero, restaurato dagli Ottoni nel X secolo, e collassato per i sogni altrettanto impossibili degli imperatori svevi Hohenstaufen (1138-1254), con Federico I Barbarossa e suo nipote, il fin troppo lodato Federico II (1220-1250).
    I quali nel tentativo di restaurare il loro potere sovrano diretto sul Regno d’Italia longobardo-carolongio, ormai frantumato in comuni e feudi, e nella lotta col Papato per il potere supremo sul mondo franco, gli Hohenstaufen, consumarono le ultime risorse imperiali, abbandonando DE FACTO la Germania ai grandi principi, ecclesiastici e soprattutto laici, questi ultimi poi, i veri autori della conquista-evangelizzazione-germanizzazione delle terre slavo-baltiche tra Elba e il Golfo di Finlandia….
    Alla morte di Corrado IV (1254), il Sacro Romano Impero esisteva solo DE JURE (durerà fino al 1806), ma ormai il Primo Reich, era una congerie di grandi e piccoli feudi, laici ed ecclesiastici, e di città libere, de facto autonome.
    Le successive dinastie degli Asburgo e dei Lussemburgo infatti, cercheranno di ritagliarsi all’interno dei confini imperiali, una serie di compatte e limitate aree DIRETTAMENTE APPARTENENTI alle loro dinastie, in modo da gestire meglio quello che era appunto diventato una FINZIONE GIURIDICA.
    ciao!

  10. luigi scrive:

    Ancora grazie Mirkhond!La Storia ( e la Geografia) ben raccontata potrebbe davvero aiutare gli uomini ad evitare prese di posizione dettate da emozioni e ricordi distorti che poi portano a revanchismi e conflitti assurdi. Spesso si pensa alla Storia come una serie di date epocali (Presa di Costantinopoli = fine dell’Impero Bizantino; Battaglia di Lepanto=trionfo definitivo cristaiano e fine del dominio marittimo Ottomano, Assedio di Vienna=trionfo definitivo cristiano e fine del potere Ottomano in Europa e.tc etc)che invece fanno parte di un continuum. Credo davvero che se non fosse arrivato (provvidamente?)Tamerlano il buon Bayazid si sarebbe pappato Costantinopoli 50 anni prima senza molti problemi perchè i bizantini erano di fatto difesi solo dalla possanza delle mura e non da una forza militare adeguata. Quali conseguenze storiche avrebbe poi portato un simile anticipo è un bellissimo interrogativo per esperti e appassionati..

  11. massimo scrive:

    @mirkhond
    molto interessante, continua !
    avrei voluto dire qualcosa sulla Germania post-1254 (condivido quasi tutto ciò che fai detto) ma andrei ancora più fuori tema…:D
    prima finisci tu, poi si vedrà (magari attenderò su kelebek o qui un post opportuno :D )
    ciao a tutti

  12. luigi scrive:

    @giuseppe..hai ragione: la mia espressione “greca e cristiana” sembrava un po’ definitiva ma l’intendevo nel senso dell’indipendenza politica..io stesso, pur comprendendo le difficoltà da entrambe le parti, auspico che i Turchi comprendano come le minoranze facciano parte della loro Storia ma anche del loro Presente, e mi piacerebbe che (vista anche la congiuntura economica favorevole..finchè dura) provassero a far rientrare un po’ di “esodati”. Non che Istanbul abbia bisogno di nuovi abitanti ma si rafforzerebbe il ruolo di polo di attrazione e di influenza politico-culturale che sta guadagnando in questi anni su quasi tutta l’area ex-ottomana

  13. mirkhond scrive:

    L’interrogativo che mi pongo da anni, è sul PERCHE’ il crollo romano del 1071-1081 avvenisse in Anatolia, e non nei Balcani, che pure, come abbiamo visto, furono colpiti dalle STESSE calamità di invasioni esterne turche oghuz, molto devastanti e giunte in profondità fino quasi alle porte di Costantinopoli, oltre che da pronunciamientos separatisti serbo-bulgari e dei comandanti militari e governatori di provincia, tra cui sarebbe emerso l’imperatore Alessio I Comneno (1081-1118).
    Anni fa, lo storico barese Nino Lavermicocca, affermò che con la perdita in CONTEMPORANEA della Longobardia Minor e dell’entroterra anatolico, la Romània avrebbe perso le sue terre più ricche, e subito un colpo da cui non si sarebbe mai più ripresa…
    E tuttavia, se la perdita della lontana provincia longobarda italo-meridionale, poteva essere un danno marginale, quella BEN PIU’ CONSISTENTE dell’Anatolia, fu un vero dramma.
    Perché, in sostanza con le stesse situazioni, l’Anatolia fu persa, e il Balcano no?
    L’unica risposta che, allo stato attuale delle mie conoscenze mi sembra la più logica, è nello SPOSTAMENTO DEL BARICENTRO romano dall’Anatolia ai Balcani, durante il regno di Basilio II (976-1025).
    Mentre Niceforo II e Giovanni Zimisce (969-976), erano legati all’Oriente, proveniendo dalla grande aristocrazia latifondista militare armena di Cesarea di Cappadocia (Kayseri), e le loro conquiste furono rivolte ad oriente, in Armenia e Siria Settentrionale (nel 975 Zimisce giunse fino in Palestina e le avanguardie romee erano arrivate nei dintorni di Gerusalemme), Basilio II invece, in lotta con quella stessa “lobby” armena di Cappadocia, i cui esponenti ed eredi dei Foca, degli Scleri e dei Gurgen/Kurkuas (il casato di Giovanni Zimisce), pur proseguendo l’avanzata e il consolidamento delle frontiere orientali, stabilizzandosi su una linea tra le pendici meridionali del Caucaso e Beirut, Basilio dicevo, decise di dedicare i suoi sforzi maggiori nella lunga e snervante conquista della Bulgaria, portata a termine nel 1018.
    Basilio probabilmente, desiderava costruirsi una propria “zona d’influenza” fondata sul prestigio delle SUE conquiste, per “rivaleggiare” e “superare” i suoi grandi patrigni e predecessori Niceforo II e Giovanni I, e gli ambienti militari di Cesarea di Cappadocia, legati al prestigio di quei sovrani e delle loro conquiste siro-armene.
    La Bulgaria era un territorio immenso che riportò la Romània al Danubio e al Balcano interno tra Mar Nero e Adriatico.
    Era un paese a stragrande maggioranza slava, con cospicui nuclei di Valacchi, ed era soprattutto un paese a maggioranza cristiana ortodossa, la cui cristianità, a differenza di quella longobarda cattolica italiana, e di quelle monofisite siriaca giacobita e armena, era il frutto proprio dell’opera missionaria bizantina, soprattutto ad opera dei discepoli SLAVI dei Santi Cirillo e Metodio di Tessalonica.
    Inoltre era una regione ricca di acqua e foreste, ancora oggi tra le più fitte d’Europa, e possedeva fertili pianure sulla sponda sud del Danubio, nell’area di frontiera meridionale intorno a Filippopoli (Plovdiv) e in Macedonia.
    E tuttavia questo lungo conflitto voluto dal megalomane sovrano, aveva dissestato le finanze romane e contribuito al collasso definitivo dell’esercito tematico, la milizia territoriale contadina, istituita dai successori di Eraclio, concepita come milizia difensiva.
    Inoltree, morto Basilio, la politica romea in Bulgaria, subì delle modifiche, a partire dal regno di Michele IV (1034-1041).
    Basilio II, infatti, se era stato implacabile e feroce nella conquista, si era dimostrato un sovrano accorto e illuminato dopo l’annessione della Bulgaria, mantenendo DE FACTO il Patriarcato Bulgaro di Ochrida, retrocesso si ad Arcivescovato, ma AUTOCEFALO e sottoposto direttamente all’imperatore, e non al Patriarcato di Costantinopoli, e per di più negli STESSI confini ecclesiastici pre-romei, e con al vertice prelati indigeni slavi.
    Nel 1037 invece, Michele IV, morto l’arcivescovo bulgaro Giovanni, nominò al suo posto il cartofilace di Santa Sofia, Leone, e da allora in poi, gli arcivescovi di Ochrida sarebbero stati sempre romei. Inoltre sostituì l’antica e mite tassa in natura bulgara, colla pesante pressione fiscale romea, accomunando così, CONTRO le disposizioni di Basilio, l’immensa area bulgara al regime fiscale dl resto della Romània.
    Da qui le rivolte “legittimiste” di vari pretendenti bulgari e serbi.
    E tuttavia nonostante questi aspetti, nonostante le devastanti incursioni peceneghe e uze, nonostante i pronunciamientos militari romei in lotta per il trono romano, il Balcano RESSE, e RESTO’ romeo, a differenza dell’Anatolia e Longobardia minor.
    Forse la salvezza, fu dovuta allo “spostamento di interessi” anche di almeno, parte della grande aristocrazia latifondista anatolica, la quale acquisì anch’essa nuove terre nei territori balcanici, soprattutto al seguito dell’irruzione turcomanna in Anatolia, e infine al tempismo di Alessio I Comneno, il quale giunto al potere dopo una serie di complessi accordi familiari coi Ducas e altri magnati romei, col golpe di Pasqua del 1081, si sarebbe rivelato l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto.

    • massimo scrive:

      alla tua splendida e dettagliata esposizione, lasciami solo aggiungere che l’Arcivescovato autocefalo di Ohrid durò, in mano ai greci (ma con alcune caratteristiche slave), sino al 1767 allorché il Fanar, approfittando del debole Mahmut I (1757-1774) lo fece abolire e si riprese i territori bulgaro-macedoni (che nel frattempo erano stati ridotti)…
      l’anno precedente, 1766, gli stessi ambienti erano riusciti a fare abolire il Patriarcato di Peć (in albanese Pejë), creato nel 1557 sotto Solimano il Magnifico (1520-1566) per il fratello cristiano di Mehmet Soqollu (Sokolović)…
      é uno degli strani paradossi della storia che i greci (tu diresti i romei), proprio quando, ALL’INTERNO DEL MONDO OTTOMANO, avevano ottenuto quasi tutto (erano classe dirigente in Moldavia e Valacchia; dominavano la Chiesa in Serbia e in Bulgaria; erano dovunque influenti, specialment5e nel commercio, pur sotto i musulmani) decisero (non tutti, é vero !) di dare retta ad alcuni eroici “folli” e con la rivoluzione del 1821 sprecarono tutto (oltre ad essere vittima di orrendi massacri da parte turca, si pensi a Chio..lo stesso Gregorio V, pur fedele agli ottomani, fu orrendamente messo a morte da Mahmud II e il suo cadavere dato ai giudei, come estremo sfregio)…infatti da quella rivoluzione nacque sì la piccola Grecia indipendente, ma iniziò l’agonia della grecità !
      ciao !

  14. mirkhond scrive:

    Quando Alessio I giunge la potere, la Romània appare sull’orlo del baratro.
    Se i suoi sovrani per salvare qualcosa dellimmensa compagine imperiale al collasso, scelogono il Balcano, sacrificandogli tutto il resto, è però vero che nel decennio 1081-1091, anche il “resto” balcanico della Romània fu sul punto di crollare definitivamente.
    Nel 1081 la quasi totalità dell’Anatolia era in mano turcomanna selgiuchide, tranne poche enclavi costiere, e una vasta area tra l’Eufrate e Antiochia in mano a principi armeni solo, molto teoricamente legati a Costantinopoli, ed essi stessi sottoposti alla forte pressione selgiuchide e, purtroppo, anche in contrasto tra loro…
    In Longobardia, sotto la nuova dominazione normanna, si era creato un nuovo saliente franco-cattolico, il cui sovrano, il duca Roberto il Guiscardo (1059-1085), pur in contrasto co,l Papato, e spesso sotto scomunica, ne era però diventato un vassallo e si era impegnato nella “ricattolicizzazione” e “rilatinizzazione” della Longobardia minor e della Sicilia che in quegli anni, assieme a suo fratello Ruggero, stava conquistando metro per metro ai dominatori musulmani dell’Isola (1061-1091).
    Il Guiscardo però, aveva messo gli occhi anche sull’opposta sponda adriatica balcanica, ed erede della Longobardia bizantina, aspirava probabilmente a più ampie conquiste nei Balcani, forse alla stessa Costantinopoli e al trono imperiale romano.
    Non a caso i bizantinisti chiamano le imprese balcaniche del Guiscardo “precrociata” in quanto vi colgono, giustamente, le prime avvisaglie di quella grande espansione demografico-politico-religiosa franco-cattolica che nei secoli XI-XIII avrebbe allargato le frontiere del Frangistan dall’Atlantico a Gerusalemme, e di cui la terribile “crociata” del 1202-1204, conclusasi con la conquista franco-veneziana di Costantinopoli, sarebbe stata il vergognoso culmine!
    Nel 1081 quindi Alessio si trovò di fronte ad una triplice minaccia, a cui seppe opporsi con coraggio e una staordinaria intelligenza politica.
    Infatti, mentre il Guiscardo e suo figlio Boemondo da Otranto erano sbarcati a Valona e assediavano Durazzo, Alessio saggiamente riconobbe a Suleyman ibn Qutulmish (1077-1085), il titolo di Sultano di Rum, colla finzione giuridica dell’occupazione turcomanna dell’Anatolia a titolo di federati e alleati della Romània. In cambio Suleyman fornì nel 1081-1083, dei contingenti militari che, assieme a mercenari peceneghi e uzi, avrebbero sotto la guida di Alessio sconfitto e bloccato l’avanzata normanna nei Balcani.
    Inoltre, ricorse allo strumento antichissimo ed efficace della dipolomazia del divide et impera, facendo scatenare una rivolta longobarda, capitanata da due nobili rampolli Altavilla, Abelardo ed Ermanno nel 1082-1083, costringendo il Guiscardo a tornare in Longobardia e poi sconfiggendo lo stesso Boemondo, lasciato dal padre a proseguire l’avanzata normanna, nelle due battaglie di Larissa (settembre 1083) e Kastoria (ottobre-novembre 1083).
    Il Guiscardo, ripresa la campagna nell’inverno 1084-1085, morì a Cefalonia (17 luglio 1085), e i suoi figli Boemondo e Ruggero Borsa tornarono in Longobardia per contendersela, e lasciando per molti anni tranquillo quel fronte.
    Nello stesso anno e pare, nello stesso giorno, morì anche Sulyman ibn, Qutulmish, il quale, strappata Antiochia a Filarete Vahram (gennaio-febbraio 1085), e quindi alla (ormai nominale) signoria romea, era stato sconfitto in battaglia da altri emiri turcomanni di Siria, spaventati dalla crescente potenza del nuovo cadetto selgiuchide. Suleyman, non sopportando l’onta della sconfitta, si suicidò facendo “karakiri” con la sua spada gettandosi sul suo scudo.
    Alessio, liberatosi in un sol colpo di due grosse minacce, pensò da un lato di consolidare e riprendere i porti le città costiere della sponda anatolica del Marmara, aggiungendo a Calcedonia, Nicomedia, Cio, e facendo compiere alcuni raids esplorativi nell’entroterra di Nicomedia, con mercenari variaghi e normanni (1085-1086).
    E tuttavia, poco dopo si aggiunse un’inaspettata rivolta pauliciana e la ripresa in rande stile delle incursioni peceneghe che nel 1086-1091, avrebbero portato la Romània vicino al crollo definitivo.

  15. mirkhond scrive:

    In sostanza ciò che salvò lo stato romano nel 1081-1091, fu la straordinaria capacità di Alessio I Comneno di sfruttare i molteplici nemici della Romània mettendoli l’uno contro l’altro o almeno, impedendo il più possibile un fronte comune che avrebbe davvero distrutto la Romània.
    Nel 1081-1085 si servì dei Selgiuchidi di Rum contro i Normanni, ma utilizzò mercenari normanni di Longobardia minor/Puglia come mercenari per ristabilire delle teste di ponte costiere anatoliche.
    Si servì anche di contingenti Peceneghi e Uzi sempre contro i Normanni del Guiscardo e di Boemondo, e poi dei Cumani contro gli stessi Peceneghi nel 1091.
    Con la morte di Suleyman ibn Qutulmish (17 luglio 1085), non essendo in grado neppure di riprendere Nicea, Alessio sfruttò comunque le rivalità tra gli emiri turcomanni d’Anatolia, riuscendo a metter il nuovo sultano di Rum, Abul Qasim (1085-1092), contro l’emiro di Smirne Çaka (1085-1093).
    Çaka fu il primo turco a capire l’importanza di una flotta, e approfittando di cioè che restava della marineria romea nel suo emirato costiero, mise su la prima flotta pirata turca della storia, colla quale devastò le isole dell’Egeo nel 1088-1093, diventando in quegli anni una seria minaccia, sia per il collasso della flotta imperiale romea, in quegli anni terribili, e sia per la sua capacità di tessere un’alleanza “panturanica” con gli stessi Peceneghi che negli stessi anni (1086-1091), devastavano i Balcani, spingendosi fino alle porte di Costantinopoli.
    Nel 1090-1091 infatti Çaka e i Peceneghi bloccarono i Dardanelli, minacciando Costantinopoli.
    Riferendosi a quel terribile inverno, Anna Comnena racconta che ” l’Impero Romano, un temo esteso da Thule (Britannia/Inghilterra) al Golfo Persico, a quel tempo era esteso da Adrianopoli a Costantinopoli”.
    Ancora una volta l’abile Alessio, ottenuta l’alleanza dei Cumani, altra popolazione turca delle steppe tra il Lago Balkash e le foci del Danubio, riuscì a spezzare quel blocco mortale, sconfiggendo prima i Peceneghi al monte Livunio presso Cipsella (oggi Ipsala) alle foci della Marizza (29 aprile 1091)*, e poi facendo eliminare Çaka dal nuovo e “legittimo” sultano selgiuchide di Rum, Kiliğ Arslan I (1092-1107) nel 1093.
    In questa politica, fondata più sulla diplomazia che sulla reale forza militare romea (che all’epoca ormai si basava in gran parte su mercenari di vari popoli, Peceneghi, Uzi, Cumani, Turcomanni d’Anatolia, Normanni e Franchi in genere e Variaghi, non più solo Rus’, ma anche Danesi, e soprattutto Anglosassoni, fuggiti in Romània dopo la battaglia di Hastings del 1066, e forse la milizia mercenaria PIU’ FEDELE al trono romano, in virtù del suo giustificato e comprensibile odio antinormanno), vi erano però anche delle debolezze che si sarebbero alla lunga rivelate fatali, e cioè proprio la mancanza di una flotta degna di questo nome e il ricorso, fin dal 1082-1084 dei Veneziani, come paravento marittimo antinormanno.
    Venezia, antica provincia romana, resasi DE FACTO autonoma da Costantinopoli, nel IX secolo dopo Cristo, fin dagli inizi dell’XI secolo, aveva cominciato a svolgere un ruolo sempre più consistente di ausiliario marittimo romeo, prima liberando l’Adriatico dalla pirateria slavo-dalmata e poi appunto, contribuendo a salvare dal mare la stessa Romània, ma facendosi PAGARE CARO l’aiuto NON disinteressatamente prestato all’antico sovrano, facendosi esentare dalle tasse di nolo e di soggiorno in tutti i porti romani.
    Iniziava così quella capillare penetrazione commerciale veneziana nel Levante, e che se inizialmente coprì le spalle alla Romània,sul lato marittimo negli anni di Alessio I, Giovanni II (1118-1143) e Manuele I (1143-1180), alla lunga si rivelò una piaga impossibile da estirpare, malgrado alcuni tentativi di Giovanni II Comneno nel 1124-1126, e con la più risoluta opera di Manuele I Comneno nel 1171-1172.
    E infatti, malgrado l’odio sucistato dall’avidità veneziana nel popolo romeo, non era più possibile liberarsi di Venezia e la reazione allo scatto di dignità “nazionale” di Manuele I, sarebbe stato pagato caro col disastro del 1204.

    * Anna Comnena, nella sua Alessiade, afferma riguardo alla sconfitta pecenega del 29 aprile 1091, che :” un intero popolo non vide mai maggio”, in quanto vennero quasi tutti sterminati, e i superstiti confinati nel Tema di Moglena in Macedonia, come coloni-soldati per l’esercito romano.

  16. mirkhond scrive:

    errata corrige: l’odio suscitato

  17. mirkhond scrive:

    E veniamo infine ad un punto pure dibattuto nella bizantinistica, e cioè se Alessio I Comneno (1081-1118), liberatosi della triplice minaccia selgiuchide-pecenego-normanna nel 1081-1091, era in grado di riprendere con le sue sole forze l’Anatolia.
    Anni fa, lo storico veneto Girogio Fedalto che abbiamo conosciuto ad un paio di conferenze qui a Bari, affermò che l’arrivo dei Franchi crociati a partire dal 1096 avrebbe ostacolato l’avanzata turca verso l’Europa per circa due secoli.
    Personalmente sono convinto della sua tesi, ma in modo articolato.
    Innanzitutto diamo uno sguardo alla geopolitica dell’epoca: Nel 1091 Alessio I riesce a salvare ciò che resta della Romània, e cioè il Balceno tra Danubio, Adriatico, Ionio, Egeo e Mar Nero, più le isole egee, Creta e Cipro.
    In Anatolia l’Impero possiede davvero pochissime piazzaforti costiere, l’area tra la foce del Sangario/Sakarya, e Cizico e i Dardanelli, le enclavi isolate di Trebisonda sul Mar Nero e Attalia nel Mediterraneo, mentre tutto il resto è in mano a gruppi di tribù nomadi turcomanne oghuz più o meno raccolte attorno ad un ramo cadetto selgiuchide col titolo di Sultanato di Rum, cioè il Sultanato Romano, proprio perchè edificato sul suolo anatolico romano.
    Morto Suleyman ibn Qutulmish nel 1085, questa prima abborracciata compagine turcomanna, si era sfaldata in un coacervo di emirati rivali, tra cui quello di Smirne, davvero pericoloso negli anni 1088-1093, come abbiamo visto in precedenza, e lo stesso sultanato allora con sede a Nicea in mano all’usurpatore Abul Qasim (1085-1092).
    Alessio, cercò di approfittare delle circostanze per riprendere la meno la costa anatolica del Marmara, già nel 1085-1086 con dei commandos di Variaghi e Normanni.
    Tuttavia questo primo tentativo era stato interrotto dalla ripresa dell’ultima, grande e pericolosissima invasione pecenega del 1086-1091. Si invasione, esattamente come quella degli affini e (da poco) musulmani Turcomanni Selgiuchidi in Anatolia. Invasione che, come abbiamo visto venne sventata, solo grazie alla grande abilità dipolomatica di Alessio I.
    In questo terribile frangente, l’Imperatore aveva incontrato in Tracia a Roussa (oggi Keshan) un piccolo contingente di cavalieri franchi provenienti dalle Fiandre e al comando del loro conte Roberto nel 1090.
    Questi Franchi erano diretti in pellegrinaggio in Terrasanta, come ormai da quasi un secolo, grazie alla conversione dell’Ungheria al Cattolicesimo, che aveva permesso a gruppi di pellegrini franchi di percorrere il relativamente sicuro passaggio via terra attraverso i Balcani per giungere al Santo Sepolcro.
    Già nel 1010 abbiamo le prime notizie di questi pellegrini cattolici franchi, e poi nel 1026 e 1064.
    E tuttavia già prima dell’invasione turcomanna dell’Anatolia, le frequenti aggrssioni a cui questi pellegrini guidati da ecclesiastici come il vescovo di Bamberga, erano sottoposti, convinse costoro da farsi scortare da gruppi di cavalieri armati, i quali anch’essi svolgevano il pellegrinaggio, spesso per sciogliere un voto al seguito delle varie Tregue di Dio che la Chiesa,Franca soprattutto l’Ordine Cluniacense imponeva a questi cavalieri, spesso cadetti della nobiltà e spiantati vari, che diventavano delle vere e proprie bande di briganti.
    La Chiesa Franca, intuendone il potenziale, riuscì a dirottare la sete di avventura, gloria e bottino di questi banditi verso la lotta all’Islam e all’avanzamento delle frontiere franche cattoliche in Spagna, nella Sicilia al seguito dei Normanni, e sempre più verso i Luoghi Santi di Palestina.
    Già intorno al 1074 Papa Gregorio VII (1073-1085) aveva accolto un appello di aiuto da parte di Michele VII di Romània, di fronte all’invasione turcomanna dell’Anatolia e del Vicino Oriente (i Selgiuchidi dell’Iran si erano spinti fino a Gerusalemme che sottrassero ai Fatimidi nel 1076-1077).
    La spedizione di Roberto di Fiandra nel 1090 era diretta appunto verso i Luoghi Santi in pellegrinaggio, e Alessio riuscì a convincere Roberto a fornirgli un contingente dei suoi cavalieri che, prima utilizzò per sconfiggere i Peceneghi, e subito dopo inviò in Anatolia, a Nicomedia e nella nuova fortezza di Civoto, baluardo per i raids verso Nicea.
    In sostanza la cosiddetta richiesta di Alessio di aiuti rivolta al Frangistan, e all’origine delle Crociate, non fu in realtà che una concreta richiesta di contingenti di mercenari franchi, soprattutto reparti di cavalleria, a quel tempo i migliori soldati della Cristianità occidentale, e le cui tecniche di combattimento, erano apprezzate in Romània, proprio perché in grado di rintuzzare Peceneghi e Selgiuchidi.
    Già nel 1083 e poi nel 1085, Alessio si era mostrato conciliante verso i Normanni di Longobardia sconfitti, offrendo loro un ingaggio nell’esercito imperiale, cosa che fu accolta favorevolmente da almeno una parte di questi esperti guerrieri franchi, tra cui alcuni rampolli di famiglie normanne come Pietro conte d’Alife (in altre fonti chiamato Pietro d’Aulps e identificato invece come provenzale), un certo Raoul e Guido d’Altavilla, figlio minore di Roberto il Guiscardo. Questi tre nobili normanni avrebbero poi dato origine a tre prestigiose casate romee, quelle dei Raul, dei Gido (Guido) e Petralifa (Pietro d’Alife), che ancora al tempo degli Angeli (1185-1204), avrebbero ricoperto ruoli di prestigio nell’amministrazione e nell’esercito romano, e i Petralifa saranno ancora importanti come grandi latifondisti in Macedonia ed Epiro nei secoli XIII-XIV.

  18. mirkhond scrive:

    errata corrige: Giorgio Fedalto

  19. mirkhond scrive:

    errata corrige 2: per riprendere almeno

  20. mirkhond scrive:

    Negli 1091- 1095 inoltre, Alessio dovette ancora dedicare le sue energie ai Balcani, prima contro i Serbi di Costantino Bodin (1080-1101), che si era creato un grande regno dall’Adriatico al Medio Danubio e che nel 1092-1094 devastò i territori romani fino a Skopije, e poi a respingere altre due invasioni, questa volta da parte degli ex alleati Cumani nel 1094-1095, guidate dai loro principi Togortaq e Maniaq (Tokortan e Bonjak nelle coeve cronache russe). Cumani che sostenevano un pretendente al trono romano che si faceva passare per un figlio del defunto e sfortunato Romano IV Diogene (1068-1071).
    Riuscito a sventare anche queste minacce colla sua grande astuzia diplomatica, Alessio poteva finalmente guardare all’Anatolia.
    Noi, come il professor Fedalto sovracitato, riteniamo però che Alessio con le sue sole forze non sarebbe stato in grado di arrivare nemmeno a Nicea, e neppure di vederla da lontano col lanternino.
    In questi stessi anni, il sultano selgiuchide dell’ Iran e sovrano supremo della vastissima compagine selgiuchide che andava dal Khorasan all’Egeo, Malik Shah, o più verosimilmente suo figlio Barqyiaruq (1092-1094), desiderosi di mettere a posto i turbolenti cadetti occidentali, a partire proprio dall’usurpatore Abul Qasim poi ucciso e sostituito dal legittimo erede di Suleyman ibn Qutulmish, Kiliğ Arslan I (1092-1107) nel Sultanato di Rum, oltre che impressionato dai successi davvero miracolosi nel salvare la Romània, propose ad Alessio un matrimonio tra il suo erede e la figlia primogenita (ed erede designata al trono romano, all’epoca), la piccola principessa porfirogenita Anna Comnena, allora una bambina (era nata il 2 dicembre 1083).
    In cambio Barqyiaruq s’impegnava a far sgomberare le aree costiere dell’Anatolia e restituirle al legittimo Malik ar-Rum (imperatore dei Romani).
    In sostanza una “riedizione” degli accordi di Manzikert del 1071 e come allora proposti dal supremo sultano SELGIUCHIDE dell’Iran!
    E tuttavia, stando alla testimonianza della stessa Anna Comnena, nella sua Alessiade (non abbiamo purtroppo la controparte documentata turca e musulmana di questa storia), Alessio sarebbe scoppiato a ridere, dicendo che non avrebbe MAI mandato sua figlia come sposa ad un sultano turco, perché la piccola principessa sarebbe stata INFELICE in Iran (sempre stando a ciò che ci riferisce Anna Comnena).
    E tuttavia, sempre secondo Anna, sarebbe riuscito a convincere l’ambasciatore del sultano, un turco di madre ibera (georgiana) e cristiana, a tradire lo stesso sultano, a far consegnare Sinope con falsi documenti, ad Alessio che ne riprese il possesso, e ad abbracciare lui stesso il Cristianesimo Ortodosso, per poi essere nominato governatore di Anchialo sul Mar Nero, per tali “servigi”!

  21. mirkhond scrive:

    Nel rileggere i miei post, mi accorgo che ho collezionato una serie di strafalcioni grammaticali.
    Giuseppe, se non riesco ad accorgemene dopo averli postati, ti è possibile corregere questi errori, almeno nei post pubblicati come articoli!
    Comunque grazie come sempre per questa pubblicazione della mia non sintetica esposizione.
    ciao!

  22. mirkhond scrive:

    rierrata corrige: ti e possibile corregere questi errori, almeno nei post pubblicati come articoli?

  23. mirkhond scrive:

    correggere.
    La fretta e la foga nella battitura mi fanno fare strafalcioni grammaticali in continuazione!

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