Il ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu è da ieri in Myanmar, per una missione speciale: portare aiuti – per questo è accompagnato dalla moglie e dalla figlia del premier Erdoğan – nella regione dell’Arakan, dove è scoppiata una sorta di guerra civile tra buddhisti e musulmani che ha provocato vittime e rifugiati. Per alcuni aspetti, questa missione è simile a quella dell’anno scorso in Somalia: e visto che siamo in pieno ramadan, il tema della solidarietà islamica è in primo piano; ma più in generale, il viaggio in Myanmar (anche alcune ong turche si sono attiviate per raccogliere fondi) è molto utile per comprendere la visione di politica estera di Davutoğlu: la Turchia come potenza regionale dalle ambizioni globali che opera per la stabilità delle sue periferie, per la risoluzione dei conflitti, per alleviarne gli effetti perniciosi mobilitando risorse e attirando l’attenzione della comunitò internazionale (questo non vuol dire che la Turchia non commetta errori, che non cerchi di promuovere con ogni mezzo a disposizione i propri interssi nazionali, che l’enfasi sull’Islam possa insospettire – ma gli aiuti verranno distribuiti anche nei campi dei rifugiati buddhisti – e risultare controproducente).
Istanbul, Avrupa
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l’Arakan, conquistato dagli inglesi nel 1824-1826, fu solo più tardi unito alla Birmania britannica (conquistata in parte nel 1826, nel 1852 e in toto nel 1886), cui restò unito dopo la proclamazione dell’indipendenza (4/1/1948); purtroppo l’Arakan, che ha subito una forte impronta bengalese-musulmana (confina con il Bangladesh) ha ben poco in comune con la civiltà integralmente buddista hinayana dei birmani, donde persistenti problemi che si spera siano risolti con la democratizzazione birmana (Aung San Suu Kyi) e anche grazie al contributo di Davutoğlu