L’esercito turco salva la tomba di Süleyman Şah


CTRiproduco anche qui il mio nuovo post del blog di “cose turche” che tengo per LookOut News

Con un’operazione in notturna, la Turchia ha evacuato i 40 soldati che sorvegliavano la tomba di Süleyman Şah: un piccolo avamposto in territorio siriano in riva all’Eufrate, di grande rilevanza simbolica perché ospitava le spoglie mortali del nonno di Osman fondatore della dinastia ottomana e perché è stato ottenuto da Mustafa Kemal Atatürk dopo aver ripreso la Cilicia alla Francia (trattato di Ankara, 1921). Ossa e cimeli sono momentaneamente al sicuro in Turchia, troveranno nuova collocazione sempre in territorio siriano – ad Aşme – ma molto vicino al confine: in ogni caso fuori dalla portata dei miliziani dell’Isis, che già un anno fa avevano minacciato un attacco.

Perché proprio adesso la decisione di evacuare? Il motivo di fondo è il timore che lo Stato islamico, sconfitto a Kobane, potesse decidere di rifarsi con un’azione di grande impatto; per giunta, Ankara ha da pochi giorni formalizzato un impegno molto più fattivo nella coalizione anti-Isis,in virtù di un accordo con gli Usa per l’addestramento delle forze ribelli e a una partecipazione di sempre più alto livello nei vertici di coordinamento. Nell’imminenza delle elezioni politiche del 7 giugno, il costo di un nuovo scacco – dopo quello del personale diplomatico preso in ostaggio a Mosul lo scorso, poi liberato – sarebbe stato enorme: e infatti persino le strutture esistenti – comunque moderne – sono state smantellate, mentre la nuova collocazione è sempre in territorio siriano proprio per non dar troppo l’idea di una ritirata totale.

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Istanbul, Europa: Tatar Salim, il Paradiso del döner kebab


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Ho parlato troppo presto. Anzi, ho scritto: perché pensavo di aver localizzato il miglior ristorante di döner kebab di tutta Istanbul – Yonca döner, poi diventato per ragioni di marketing Y döner (si legge ié döner: imperativo, “mangia il döner” – ma nelle scorse settimane me ne hanno fatto conoscere uno di categoria decisamente superiore, Tatar Salim.

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Al döner in “foglie”, in strati sottilissimi (yaprak), e al forno tandır (un pozzetto) per preparare il lavaş, il pane non lievitato d’accompagnamento – come carne in sé, esprimo però una leggera preferenza per uella di Y döner – aggiunge dei punti di forza irrinunciabili: l’insalatina che è veramente mista e rinforzata da grani di nar (melagrana), le patatine tagliate più spesse e più gustose (comprese nel prezzo del döner: e anzi, vengono portate seconde porzioni non appena si finiscono le prime), il sutlaç (dolce a base di latte e riso) impeccabile, soprattutto l’ayran – la bevanda base di yogurt, acqua e sale tipica della Turchia – fatto con il latte di bufala che prende un gusto paradisiaco (me ne sono scolati due bicchieroni tutto d’un fiato). Spesa complessiva: circa 10 euro a persona.

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Istanbul, Europa: Le mostre a Istanbul, “Guarire a Bisanzio”


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Ho appena finito di scrivere un nuovo articolo per Time Out (finito ieri, riletto e consegnato stamattina: che di prima mattina gli errori si scovano più facilmente), sulla mostra – da poco aperta al museo di Pera – sui sistemi di guarigione nell’antica Bisanzio. Ve lo farò leggere successivamente in versione integrale, anche se è in inglese: in effetti vorrei poter parlare di temi simili anche sulla stampa italiana, ma purtroppo l’orientamento prevalente prevede quasi esclusivamente il pittoresco e l’orientalismo (islamofobo). peccato: perché – come ripeto sempre – si fa credere che Istanbul è una città orientale ed esotica, mentre è moderna e non meno romana che ottomana (basta fare qualche metro al di fuori dalla zona turistica, per rendersene conto: i miei itinerari servono proprio a questo).

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La mostra, comunque. E’ di grande interesse perché fa capire i legami – la contiguità, in effetti – tra medicina e religione, tra interventi chirurgici e interventi soprannaturali: al punto che gli stessi medici, quando un paziente non voleva saperne di guarire, gli rifilavano degli amuleti. Tutto illustrato attraverso oggetti vari (reliquiari, x voto, icone più o meno miracolose, set da chirurghi, mortai e pestelli), manoscritti e persino campioni botanici delle erbe usate per medicine e pozioni. Medicina e magia – o religione – sempre fianco a fianco: basti pensare ai santi-medici Cosma e Damiano, che quando non ci arrivavano con la scienza facevano scattare il miracolo. Ho scritto scienza, avrei dovuto scrivere arte: il titolo della mostra, curata da Brigitte Pitarakis (istanbuliota di origini greche che insegna a Parigi) . è infatti “La vita è breve, l’arte lunga”, il celebre aforisma di Ippocrate che è rappresentato nella mostra in un bellissimo manoscritto miniato del ‘300 (in prestito dalla Bibiothèque nationale de France).

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Istanbul, Europa: La nevicata del febbraio 2015 a Istanbul


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Mah, non appartengo di certo alla schiera di chi sfrutta pochi fiocchi di neve come pretesto per piazzare foto su Facebook e nei blog: trovo la cosa generalmente piuttosto infantile, anzi per molti aspetti la neve la detesto.

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La nevicata degli ultimi due giorni a Istanbul, però, un’eccezione la merita: dove abito io- nella cosiddetta “parte asiatica” – ci saranno 20-30 centimetri, stamattina ho scattato delle foto rappresentative (le moschee innevate – tanto sono le stesse ogni anno – le trovate altrove).

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Istanbul, Europa: Gli alberghi di Istanbul, Vault a Karaköy


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Nei giorni scorsi sono andato a visitare un albergo aperto da poco, Vault a Karaköy: un albergo di lusso – con tanto di spa, ristorante di classe e programma di attività culturali – del gruppo “The House Hotel” (ce ne sono altri due, di cui vi parlerò prossimamente), che ha la particolarità di essere in realtà un edifico storico riadattato. Era infatti una banca – il Crédit général ottoman – e si trova infatti sulla per me spettacolare Bankalar caddesi di Karaköy (“via delle banche”), nel cuore finanziario dell’impero ottomano: a pochi passi dalla Banca imperiale ottomana, oggi Salt Galata.

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Istanbul, Europa: Tappeti ottomani in mostra a Izmir


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Altra preziosa proposta culturale: la mostra di tappeti ottomani della collezione Arkas – fine XIX, inizio XX secolo secolo – all’omonimo centro culturale di Izmir. Lucien Arkas è un ricco uomo d’affari, a capo della Holding anch’essa omonima, che ha deciso di impegnarsi nel mecenatismo di alto profilo: e ha trasformato il vecchio consolato francese, uno dei pochi edifici ottocenteschi a uscire indenne o quasi dal grande fuoco di Smirne del 1922 (quando la città tutta venne praticamente ridotta in cenere), in spazio espositivo per grandi mostre.

L’ultima in programma, per l’appunto, quella sui tappeti realizzati nelle manifatture imperiali di Feshane e Hareke, oltre che nel quartiere di Kumkapı in riva al mare di Marmara (sempre a Istanbul) e a Sivas – in tutto 55 magnifici esemplari, che rendono la collezione Arkas tra le più importanti al mondo. Non sono un esperto di tappeti, ma dalla lettura del catalogo che accompagna e presenta la mostra ho colto tre spunti: si tratta di opere uniche, quelle di Kumkapı – oltre che in seta – realizzate con fili d’oro e argento; la produzione dei tappeti, rigorosamente a mano, nacque di pari passo con l’industrializzazione (la manifattura di Feshane, in riva al Corno d’oro, venne infatti costruita nel 1834 per produrre tessuti e fez per il nuovo esercito che aveva preso il posto del corpo dei giannizzeri)

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Istanbul, Europa: Andare per l’Italia araba


andareperlitaliaaraba-copertinaHo recentemente letto un libricino molto interessante, anche se dal titolo fuorviante (anzi, secondo me profondamente sbagliato): Andare per l’Italia araba, di Alessandro Vanoli. E’ stato pubblicato dal Mulino a fine 2014, fa parte della collana “Ritrovare l’Italia”: che raccoglie “itinerari d’autore tra storia e cultura”. Dice: ma perché ce ne parli? Cosa c’entra con Istanbul? Beh, il punto è che nel libro non si parla solo di “arabi”, ma anche di turchi e persiani: più specificamente, delle tracce che hanno lasciato gli scambi – di oggetti, persone e idee – “tra una penisola posta al centro del Mediterraneo e il mondo a maggioranza musulmana che la circonda [sic!] a sud e a est”. Un mondo temuto, fantasticato, percepito come “un insieme indistinto”: da qui la scelta del titolo, con riferimento all’uso intercambiabile dei termini “mori”, saraceni”, “turchi”… e per l’appunto “arabi”.

Vanoli rintraccia – capitolo per capitolo, tappa per tappa – le tracce profonde ma per lo più nascoste della presenza musulmana in Italia: “spesso mascherate, ancor più spesso volutamente dimenticate”. Tracce profonde e secolari, a partire dalla conquista della Sicilia nel IX secolo: “[m]a fu il sacco di Otranto del 1480″ – per mano degli ottomani di Maometto II, che dopo Costantinopoli puntava a conquistare anche Roma (ma morì l’anno dopo) – “l’evento che si impresse negli animi in maniera più profonda e duratura. le coste si gremirono di torri di guardia e postazioni d’allarme; mentre le città presero a incrementare le proprie fortificazioni”. Non solo guerra, però: perché – com’è noto – nel corso dei secoli i rapporti tra l’impero Ottomano e gli stati italiani produssero idee, gusti, mode – soprattutto grazie agli schiavi e ai rinnegati. Ma c’è anche un’altra e molto più recente “Italia araba”, quella degli immigrati arrivati soprattutto a partire dagli anni ’80: un mondo che è entrato nel nostro quotidiano, che ha massima – e purtroppo controversa! – visibilità.

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