Il divano di Istanbul. L’amore dall’Egeo al Caspio


All’istituto italiano di cultura, lunedì 14 gennaio alle ore 18

Il divano di Istanbul
L’impero ottomano fu fondato dalla dinastia turca che portava questo nome, in turco gli Osmanli; noi in italiano lo chiamiamo spesso impero turco, ma la sua storia non si può ridurre alla storia dei turchi, che pure erano il popolo dominante. Era un immenso impero multietnico, che andava da Algeri alla Mecca, da Bagdad a Belgrado. Un impero ufficialmente islamico, ma dove metà degli abitanti erano cristiani, e dove gli ebrei cacciati dai paesi cattolici erano accolti a braccia aperte. Raccontare la storia dell’impero ottomano significa riscoprire il passato comune di gran parte dei paesi dell’Europa Sud-Orientale e del Mediterraneo: un passato fatto di violenti conflitti, ma anche di pacifica convivenza, di incomprensioni religiose ma anche di scambi commerciali, e soprattutto di una vocazione alla tolleranza e alla mescolanza dei popoli che può costituire una lezione per il nostro domani

Alessandro Barbero
Laureatosi in Lettere presso l’Università di Torino con una tesi in storia medievale, ha perferzionato i suoi studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Dal 1998, prima come professore associato e poi come ordinario, insegna storia medievale a Vercelli presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Scrittore di saggi storici nonché di romanzi, è oggi membro del comitato di redazione della rivista “Storica” e dirige la collana “Storia d’Europa e del Mediterraneo” della Salerno Editrice. Inoltre, nel 2005 il governo della Repubblica Francese gli ha conferito il titolo di “Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres”.

L’amore dall’Egeo al Caspio
Un inedito percorso musicale da Smirne a Baku

Thoni Sorano – vox
Fakhraddin Gafarov – tar azero, ud
Carmelo Siciliano – bouzouki, ud
Simone Amodeo – daf, darbouka
Salvo Adorno – pianoforte

THONI SORANO
La voce di Thoni Sorano è una “voce migrante”; nato in Sicilia, canta in 5 diverse lingue del Mediterraneo e Medio Oriente. La sua formazione inizia con la danza ma si evolve nel canto classico ed infine, dal 1999, nello studio della lingua e cultura turca presso la facoltà di “Lingue e Civiltà Orientali” in Roma. Focus delle sue ricerche la musica Sufi turca (tasavvuf) e, più recentemente, la musica della sua terra, la Sicilia. Un compendio di tutta questa ricerca è rappresentato dal suo primo disco “Principia”, uscito nel 2009. Sorano è anche autore di colonne sonore per spettacoli teatrali, cortometraggi e film.

FAKHRADDIN GAFAROV
Il maestro Gafarov giunge in Italia da esule politico nel 1999. Nel suo paese d’origine, l’Azerbaijan, dirigeva il Conservatorio di Stato nella capitale Baku. In quella scuola si è formato, dall’età di 12 anni , sullo strumento a corda più amato e popolare del suo paese, il tar. Gafarov è considerato uno dei massimi virtuosi di questo strumento. In Italia, con l’Ensemble Sharg Uldusu, da lui fondato, ha pubblicato 5 cd; come solista ha pubblicato un cd di standard sul Mugham azero (sistema musicale tradizionale) dal titolo “Bu dünyadan”. E’ zikr bashi (capo rituale sufi) presso la comunità Jerrahi-Helveti ove svolge diverse attività culturali.

CARMELO SICILIANO
Musicista, insegnante e mediatore musicale, dopo essersi laureato in chitarra classica col massimo dei voti e la lode si avvicina allo studio della lingua e della musica greca. A numerosissimi viaggi in Grecia affianca così lo studio del bouzouki e dell’oud col virtuoso polistrumentista greco Nektarios Galanis. Specialista del repertorio per bouzouki di musica rebetika, gestisce i siti musicagreca.it e bouzouki.it.

Attualmente sta lavorando a due pubblicazioni riguardanti la musica greca e guida il gruppo Cafè Aman che si esibisce con diversi programmi ispirati alla musica greca dell’Asia Minore.

SALVO ADORNO
Salvatore Adorno inizia la sua carriera artistica nel 1989 come tastierista, in seguito intraprende lo studio della tastiera e del pianoforte. Nel 2000 si diploma presso la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo con il voto più alto conseguendo la qualifica di Arrangiatore Compositore e Programmatore. La scuola ha tra i suoi docenti: Gianni Nocenzi, Walter Savelli, Emanuele Ruffinengo, Celso Valli, Gaetano Ria, Gabriele Barlera, Corrado Buffa, Palmino Pia, Mauro Loggia. Nel 2002 dà vita al suo studio di registrazione musicale “Music Now” a Siracusa, un laboratorio musicale con tecnologia digitale con il quale maturerà una notevole quantità di collaborazioni musicali e produzioni tra il 2002 fino al 2011 con diversi artisti della provincia di Siracusa e provincia. Salvo ha co-prodotto Thonisorano, il nuovo album “Principia” e composto le musiche di “Malpelo e Iqbal”, “Aufbruch Aus Troja” e si esibisce dal vivo in diversi repertori.

SIMONE AMODEO
Amodeo alterna la professione di musicista a quella di liutaio e costruttore di tamburi a cornice.
Allievo del maestro Gafarov si esibisce con lui in vari programmi musicali, incluso quelli dedicati al sufismo e alla musica mediorientale.
Suona le percussioni in vari gruppi musicali nel nord Italia, in particolare col gruppo folk “I briganti”.

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43 risposte a Il divano di Istanbul. L’amore dall’Egeo al Caspio

  1. mirkhond ha detto:

    Alessandro Barbero non è per caso lo stesso signore che va spargendo letame contro il “revisionismo alla pummarola” napoletano, scrivendo un libro negazionista su quella bella, nobile e disinteressatissima conq…pardon unificazione volenterosa tra “fratelli” d’Italia?
    Libro che considera i lag…ehmmm,,, luoghi di accoglienza dei soldati borbonici cattur…ehm…. portati in comode crociere a Genova e in Piemonte per essere ried…ehmm…. per saldare un nuovo spirito di INESISTENTE fratellanza tra italiani?

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      io non ho mai letto niente di suo… a che libro in particolare ti riferisci? dobbiamo ovviamente chiedere anche a Max Vassallo…

    • Alessandro Barbero ha detto:

      Caro Mirkhond, vedo che il suo primo post ha dato origine a una lunga discussione; se permette, essendo parte in causa, mi vorrei inserire anch’io, rispondendo volta per volta ai singoli interventi. Comincio da questo segnalando una sola cosa: che l’espressione “revisionismo alla pummarola”, come lei sa benissimo, io non l’ho mai usata (e, scusi se posso sembrare saccente e spocchioso, non mi sognerei mai di usare un’espressione così ridicola e anche un po’ razzista). L’ha usata lei, ma in un contesto tale per cui il lettore innocente potrebbe anche pensare che lei mi stia citando. A me non sembra tanto corretto, ma pazienza; resta il fatto che la responsabilità di aver parlato di “revisionismo alla pummarola” è tutta e solo sua.

      • Istanbul, Avrupa ha detto:

        gentile professore, grazie mille per il suo intervento: se vuole inviarmi un suo qualsiasi testo, provvedero’ prontamente a pubblicarlo (peccato che la conversazione si sia sviluppata su di un tema che non ha molta attinenza con quello generale del blog)…

        • Alessandro Barbero ha detto:

          La ringrazio, ma effettivamente di pauliciani e peceneghi non so abbastanza per intervenire! Però approfitto della sua gentilezza per segnalarle che il 14 gennaio sarà lunedì e non giovedì…

          • Istanbul, Avrupa ha detto:

            grazie per la correzione, che ho provveduto a inserire. in effetti sono stato poco chiaro: mi riferivo a un testo su temi ottomani, magari un’anticipazione dei temi che tratterà lunedì 14 qui a Istanbul: così ci prepariamo a dovere per la conferenza…

            • Alessandro Barbero ha detto:

              Grazie a lei, ancora: ma ormai sono un po’ di corsa per i preparativi della partenza, rimandiamo a un’altra occasione!

  2. massimo ha detto:

    Alessandro Barbero é un medievista abbastanza noto…ha scritto anche un libro su Carlo Magno…di più dopo, sto andando a pranzare 😀
    Buon Natale a tutti !

  3. mirkhond ha detto:

    Il libro in questione si intitola “I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle.”
    Editore Laterza Bari.
    Libro che ho acquistato e che sto leggendo, e al centro di infuocate polemiche e che ha portato a due dibattiti del professor Barbero, qui a Bari lo scorso 5 dicembre, e da lui a Torino lo scorso 12 dicembre, entrambi su you tube.

  4. massimo ha detto:

    Si, quasi certamente è lui….
    per quanto ne so (non molto) è, come ricordavo, un medievista che si è occupato anche di Impero Ottomano
    ha, o aveva sino a poco tempo fa, un aspetto giovanile, sembra quasi un ragazzino 😀
    è stato invitato anche da Piero Angela, quando parlò di Carlo Magno
    credo che possa definirsi “laico e di sinistra” nel significato subalpino (e non emiliano :D) del termine, dunque azionista, anticlericale, vagamente marxista (ma non leninista “ortodosso”), occidentalissimo, insomma ala laica del PD 😀
    è “filo-islamico” nei limiti e in quanto possa servire a criticare l’Occidente cristiano per la sua cosiddetta “intolleranza”..dubito però che sia a favore degli islamici di oggi, anzi … e qualcosa mi dice (sbaglierò :D) che, ammesso che si interessi un po’ di Turchia moderna, dovrebbe essere ostile a Erdoğan e all’AKP, ad onta del filo-ottomanismo che in lui credo sia in buona parte strumentale (e comunque l’Impero ottomano è stato rivalutato dalla recente storiografia e come storico ne tiene conto)
    dunque si può comprendere (ma non giustificare) che sia un fan sfegatato di Cavour, Mazzini, Garibaldi e che disprezzi i Borboni 😀
    Ciao

  5. mirkhond ha detto:

    Concordo con Massimo, vista l’acredine contro cui si scaglia contro Civiltà Cattolica e Giacinto de Sivo, da lui bollati come “spazzatura clericale”, per negare validità e veridicità alle fonti storiche avverse al cosiddetto risorgimento.
    Insomma un piemontese fighetto-snob pierangelista che ha scritto un libro di getto, più per giustificare il punto di vista sabaudo-risorgimentalista, (e ovviamente negare o fortemente ridimensionare le atrocità piemontounitarie contro di noi), che per chiudere e risolvere una questione, come quella della prigionia e pressione forzata verso i soldati borbonici e i “renitenti” alle nuove leve piemontitaliane, fatte dal 1860 in poi.
    Questione che, infatti è tutt’altro che risolta e che sta portando e temo, purtroppo, che porterà a polemiche sempre più roventi e aspre (per ora fortunatamente solo telematiche) tra difensori e oppositori del risorgimento.

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      ‘un piemontese fighetto-snob pierangelista’

      ecco, penso che il ‘pierangelista chiuda ogni possibile discussione…

    • Alessandro Barbero ha detto:

      Caro Mirkhond, anche qui ci risiamo: dov’è mai che lei ha trovato, nel mio libro, l’espressione “spazzatura clericale”? La sfido a citare la pagina, o, se è in buona fede come credo, ad ammettere qui che ha esagerato. Oltretutto c’è un’enorme differenza fra il borbonico de Sivo e i gesuiti della “Civiltà Cattolica”: non ho nessuna difficoltà a riconoscere, da vero fighetto, che quei gesuiti lì a me non piacciono per niente, ma insomma, la faziosità nell’Italia di allora era generalizzata, e i giornali governativi cavourriani non erano meno faziosi di quelli clericali. Chi davvero mi lascia perplesso è chi prende gli articoli urlati in prima pagina da un giornale di partito come se fossero prove dei fatti, ed è questo che ho cercato di mostrare nel libro, quando faccio riferimento a quel giornale (e ad altri, di entrambe le parti). Quanto alle “atrocità piemontounitarie contro di noi” (ma noi chi, scusi?), io ne ho analizzata una, di cui molto si parla, quella di Fenestrelle: ho constatato (se mi sentissi in vena di spocchia direi: dimostrato) che non è mai esistita: a lei di tirar fuori, per confondere me e per edificazione di tutti quelli che ci leggono, le prove che ho torto. Che se poi la “pressione forzata” sui disgraziati sorteggiati alla leva per costringerli a prestare il servizio militare è un’atrocità, be’, è solo questione di intendersi nell’uso del linguaggio; ma le segnalo che quella pressione governativa la subivano tutti gli italiani, “voi” e “noi” allo stesso modo.

  6. mirkhond ha detto:

    Detto questo però la polemica tra Barbero (su cui come medievista e romanziere non ho nulla da aggiungere, in quanto non conosco la sua produzione al riguardo), questa polemica dicevo, ha naturalmente i suoi aspetti POSITIVI e di ciò ringrazio proprio il Barbero, per costringerci ad una revisione e lettura storica più seria e meno pasticciona, grossolana e spesso volgare, come è giusto ammetterlo per una certa pubblicistica “neoborbonica”, condotta più da dilettanti improvvisati che da studiosi lucidi e seri.
    Dicevo che queste polemiche mi aiutano molto a comprendere quanto sia spesso difficile, capire e ricostruire con lucidità e con la maggior esattezza possibile, epoche e contesti storici vicini e lontani, tenendo conto che noi non c’eravamo e/o che siamo troppo coinvolti passionalmente e focosamente, per esprimere giudizi pacati.
    Da qui la scelta del sottoscritto di seguire con passione entrambi gli argomenti storici a lui cari, le due B (Bisanzio e Borbone), ma allo stato attuale, preferendo concentrasi sul primo, proprio per levarsi da un dibattito infuocato che attualmente alimenta solo volgarità e parolacce degne di altri contesti.
    Da qui i miei passati articoli sul declino della Romània nell’epoca di Alessio I Comneno, e i post sui Romei/Rum cappadoci di qualche giorno fa, e pubblicati grazie alla gentilezza del nostro Giuseppe.
    Al quale, se lo gradisce, ne posso scrivere un altro sempre sui primi anni del grande impertore romano orientale e sul rapporto con la questione pauliciana e quella pecenega, che nel 1086-1091, rischiarono definitivamente di ANTICIPARE la fine della Romània bizantina.
    ciao!,

  7. mirkhond ha detto:

    Alessio I, i Peceneghi e la questione pauliciana

    In alcuni miei post, pubblicati da Giuseppe lo scorso maggio, iniziai a parlare delle cause del declino della Romània bizantina, una delle grandi potenze medievali e continuatrice (sebbene solo in una sempre più ristretta Pars Orientis) della Romània classica dei cesari.
    Ora, nel periodo tra il disastro di Manzikert (19 o 26 agosto 1071) e la vittoria definitiva sui Peceneghi al Monte Livunio il 29 aprile 1091, la Romània bizantina fu molto vicina al crollo finale.
    Ciò che la salvò, fu la mano ferma di Alessio I Comneno (1081-1118), a mio parere uno dei più grandi imperatori romani, il quale unendo abilità militare ad una staordinaria intelligenza politico-diplomatica, riuscì ad evitare il collasso e a preservare la Romània e il suo prestigio imperiale fino alla catastrofe del 1204.
    E tuttavia Alessio nel fronteggiare le pesanti minacce che gravavano sulla Romània, commise anche lui, nei primi anni del suo regno, dei passi falsi, che per poco non provocarono guai più gravi.
    Mi riferisco alla questione pauliciana.
    Lo scorso anno, agli esordi di questo blog, postai una serie di interventi sulle ipotesi storiografiche relative alla genesi dell’Alevismo anatolico, citanto recenti studi di armenistica come i lavori di Seta Dadoyan, in cui si avanzano forti e fondati indizi su almeno una radice pauliciana nella genesi dell’Alevismo suddetto.
    E si rese necessario fare una breve storia dello stesso Paulicianesimo, eresia armena sorta intorno al 650 d.C., di stampo dualista “manicheo” e diffusasi tra parte della popolazione armena dell’Anatolia romana, soprattutto nell’area tra l’entroterra di Trebisonda, come Colonia (oggi Şebinkarahisar), Sivastia (Sivas) Tefrice (oggi Divriği) e sull’alto bacino dell’Eufrate.
    Accennamo anche all’oscillante politica romana tra repressioni antiereticali sanguinosissime, alternate a editti di tolleranza per fini militari, formando i Pauliciani, una grossa porzione di soldati di frontiera (akriti) dell’Armenia romana.
    E tuttavia nel 970-975 d.C., l’imperatore Giovanni I Zimisce (969-976) decise di trasferirne una grossa fetta nei Balcani, a Filippopoli (attuale Plovdiv) e dintorni, ricreando nella Tracia un nuovo “grenzraum” una nuova frontiera militare akritica prima in funzione antibulgara, poi in quella antipecenega.

  8. mirkhond ha detto:

    Negli anni successivi al disastro di Manzikert, oltre al crollo del sistema militare romano, e l’avanzata di nemici minacciosi come i Turcomanni Selgiuchidi in Anatolia, i Peceneghi sul Danubio, e i Normanni nella Longobardia minor/Puglia sull’Adriatico, la Romània vide anche diversi pronunciamientos da parte di vari generali per strappare il trono all’imbelle Michele VII Ducas (1071-1078), e per contenderselo.
    Nel novembre 1077 il duca (cioè governatore) di Durazzo, Niceforo Briennio (nonno o padre dell’omonimo generale, storico e genero di Alessio Comneno), si autoproclamò imperatore e marciò fino ad Adrianopoli, roccaforte della sua famiglia, e da lì fin sotto le mura di Costantinopoli.
    Il 7 gennaio 1078, Niceforo Botaniate, notabile frigio di Botania, e governatore del Tema degli Anatolici, si proclamò anch’egli imperatore, assoldando i Turcomanni Selgiuchidi dell’emiro cadetto Suleyman ibn Qutulmish, fondatore del sultanato selgiuchide di Rum (cioè dell’Anatolia romana).
    Botaniate, dotato di forze maggiori del rivale balcanico, tra cui forse, l’esperta milizia locale dei Comatini (cioè della città anatolica di Coma) e soprattutto dei Turcomanni di recente invasione-immigrazione, ebbe la meglio, giungendo a Nicea nel marzo 1078.
    A Costantinopoli ci si pronunciò per Botaniate, e il 24 marzo 1078, dopo l’abdicazione di Michele VII, (che si rinchiuse in monastero, e più tardi sarebbe divenuto vescovo), Botaniate fu incoronato imperatore come Niceforo III (1078-1081).
    E tuttavia, sia per l’età (aveva più di 70 anni) che per la debolezza personale, dipendendo prevalentemente dai nuovi signori DE FACTO dell’Anatolia, e cioè i Turcomanni Selgiuchidi, il cui emiro Suleyman ibn Qutulmish si era stabilito proprio a Nicea, insieme al bisogno di fronteggiare il pur potente Briennio di Adrianopoli, si fece affiancare da un giovane generale, che si sarebbe poi rivelato il migliore dei comandanti romani di questo periodo catastrofico.
    Parliamo di Alessio Comneno (1048 o 1056- 1118), giovane e già esperto veterano, essendosi formato proprio in Anatolia, combattendo ad Amasya contro il generale normanno Ursel de Bailleul, già al soldo romano, e che durante o subito dopo Manzikert, aveva disertato e con i suoi normanni si era insediato proprio ad Amasya, cercando di crearsi un principato autonomo, come quelli dei suoi connazionali in Puglia e Sicilia, e anticipando i futuri stati franchi di Terrasanta (1073).
    Già allora, Alessio, appartenente ad una nobile famiglia paflagone di Castrum Comnenii/Castamone (oggi Kastamonu), e nipote dell’imperatore Isacco I Comneno (1057-1059) aveva mostrato le sue doti di soldato e diplomatico, che poi gli avrebbero valso il trono.
    Insomma l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto.
    Niceforo III dunque, appena asceso al trono, affidò le sue sorti al giovane generale anch’egli anatolico, nominandolo Domestico delle Scholae cioè capo delle forze armate subito dopo l’imperatore, in pratica il ministro della guerra, titolo che all’epoca tendeva a confondersi e poi ad esser soppiantato da quello di Gran Domestico.

  9. mirkhond ha detto:

    Ora, il giovane Domestico Alessio Comneno doveva fronteggiare la minaccia del più anziano ed esperto soldato Niceforo Briennio, il quale nella primavera-estate 1078 controllava praticamente tutta la Romània balcanica, con un esercito intorno ai 12.000 uomini, anch’essi esperti soldati.
    Mentre Alessio Comneno poteva disporre solo di ciò restava delle truppe anatoliche, come il piccolo nucleo di veterani Comatini, e gli ausiliari Turcomanni selgiuchidi, in pratica le truppe fornitegli dal Botaniate, e assieme a leve raffazzonate all’ultimo momento e inesperte, ammontanti nell’insieme a non più di 5000-10.000 uomini.
    A peggiorare le cose, si aggiunsero nuovi raids dei Peceneghi, i quali si insediavano sempre più sulla sponda sudorientale romana del basso Danubio, nel Tema provincia) del Paristrion/Paradunavon.
    I Peceneghi qui fecero lega con i Pauliciani di Filippopoli a cui abbiamo accennato prima.
    Dopo esser stati trapiantati in massa a Filippopoli e dintorni, i Pauliciani si erano rafforzati, ma probabilmente per almeno un secolo dovettero sostanzialmente svolgere il compito secolare di truppe di frontiera, seppur con entusiasmo e fedeltà altalenante.
    Non sappiamo quale fosse il loro comportamento a partire già dal 1047-1048 durante i primi raids peceneghi nel Balcano romano. Raids, ricordiamolo non meno DEVASTANTI di quelli condotti dagli affini seppur di recente islamizzazione, Turcomanni in Armenia e in Anatolia.
    E cronisti come Michele Attaliata (1030-35 c. – 1085-1100 c.) descrivono in toni apocalittici tali incursioni.
    E tuttavia nel 1078, all’epoca del pronunciamiento di Niceforo Briennio, vediamo ritornare alla luce i pauliciani come RIBELLI, nella persona di un certo Leka, il quale sposa una principessa pecenega e insieme ad un certo Dobromir, forse un notabile bulgaro o valacco, con un’armata di 80.000 uomini (stando a Scilitze e Attaliata), in maggioranza appunto incursori peceneghi, devastano tutto il territorio tra le foci del Danubio a Nis. Leka uccise anche il vescovo ortodosso di Serdica (Sofia) reo di esser rimasto fedele a Niceforo III e aver incitato la popolazione della sua diocesi a non unirsi ai ribelli.
    Leka si fortificò sul lato meridionale dell’Emo (Balcani) a nord di Filippopoli, area in cui in un secolo dal loro insediamento in Tracia, i Pauliciani erano dilagati, e dove li ritroveremo in seguito, durante i primi anni di regno di Alessio Comneno e perfino ancora nei secoli XVII-XVIII!
    Da questi aspri e boscosi contrafforti montani, il generale pauliciano dirigeva i suoi ribelli, forse in un ambiguo appoggio a Niceforo Briennio.
    Perché questa ribellione?
    Forse lo sfaldamento dello stato romano, forse un rinnovato tentativo di conversione alla Chiesa Ortodossa da parte del clero bizantino, forse gli ambigui e sostanzialmente difficili rapporti tra il potere ortodosso romano, e questa etnia armena, che dopo un secolo aveva mantenuto una straordinaria compattezza etno-territoriale, e verosimilmente se non la lingua o il dialetto armeno nativo, non si era romeizzata nemmeno linguisticamente, come alcuni indizi ci suggeriscono e come vedremo in seguito.

  10. mirkhond ha detto:

    Alessio Comneno, affrontò i numerosi rivali del suo sovrano uno per volta. Raggiunto anche un piccolo contingente di Franchi (probabilmente Normanni di Puglia ostili a Roberto il Guiscardo), il generale affrontò il più forte Niceforo Briennio a Kalavrye, tra Eraclea (oggi Marmara Ereğlisi) e Rodosto (oggi Tekirdağ), sconfiggendolo all’ultimo momento, e consegnandolo a Niceforo III che fece accecare Briennio e poi lo rispedì ad Adrianopoli, dove il vecchio generale, ritenuto comunque un valido ed esperto veterano, fu trattato con magnanimità sia da Niceforo III che poi da Alessio I, giocando ancora un ruolo importante negli anni successivi.
    Subito dopo Niceforo Briennio, anche il suo successore nel governatorato di Durazzo, Niceforo Basilacio, si era come Briennio, rivoltato contro Niceforo III e autoproclamatosi imperatore, supportato da contingenti Albanesi, Romei e Slavi, e si era insediato a Tessalonica, attendendo gli eventi tra Niceforo III e il Briennio (1078-1079). Rimasto il solo rivale di Niceforo III, Alessio Comneno affrontò Basilacio sul Vardar, sconfiggendolo. Basilacio, tradito dai suoi stessi soldati fu consegnato ad Alessio, che lo inviò a Niceforo III, che fece accecare anche costui.
    Infine Alessio si rivolse anche contro Leka e Dobromir, i quali, rimasti senza appoggi furono catturati e anch’essi inviati a Costantinopoli.
    E tuttavia nel 1080, Niceforo III Botaniate, per motivi ancora inspiegati, liberò i due ribelli e li onorò con terre e titoli nobiliari!
    Si era ormai alla frutta, e nello stesso 1080, un altro generale Niceforo Melisseno (1045-1104 c.), appartenente ad una nobile famiglia anatolica di Dorileo (oggi Eskişehir), fuggì dal suo confino nell’isola di Coo (dove Niceforo III lo aveva esiliato nell’aprile 1078) e si rese signore di ciò che restava dell’Anatolia (ancora) in mano romana, tra la foce del Sangario e l’Egeo.
    Come già Botaniate, anche Melisseno cercò e ottenne l’ormai inevitabile appoggio dei Turcomanni di Suleyman ibn Qutulmish, le truppe del quale vennero insediate nelle ultime città anatoliche rimaste alla Romània come truppe di guarnigione.
    Secondo lo storico francese Cheynet, questo gesto scaturiva dalla disperata volontà del nobile anatolico di salvare quanto restava dei propri possedimenti di famiglia, dalle razzie e devastazioni turcomannre.
    E questo spiega forse, il tentativo di Niceforo Melisseno di spartirsi ciò che restava della Romània tra Niceforo III ( e poi Alessio Comneno) a cui sarebbe rimasta la Romània balcanica, e l’Anatolia invece a lui stesso, restando però salva l’unità formale della Romània.
    Insomma un progetto di diarchia romana su basi geopolitiche, già comparso al tempo della ribellione della lobby armena di Cesarea di Cappadocia guidata dai generali Vartan Sclero e Vartan Foca contro Basilio II (976-1025) e proposta nel 987 d.C.
    Alessio Comneno, spinto da Niceforo, questa volta non intervenne, e invece ai primi del 1081 si incontrò a Tzurullon (oggi Çorlu) con gli esponenti prncipali della famiglia Ducas, con cui era imparentato, avendo sposato nel 1078 l’allora giovanissima Irene (12 anni), figlia di Andronico Ducas, uno dei responsabili del disastro di Manzikert del 1071.
    Anche Melisseno era imparentato con Alessio, il quale dissuase Melisseno dal progetto di spartizione della Romània, promettendogli un alto titolo nobiliare, il governo di Tessalonica e soprattutto POSSEDIMENTI TERRIERI nella Romània balcanica.
    Niceforo Melisseno, allettato dall’offerta favorevole di Alessio, e forse ormai consapevole dell’impossibilità di sbarazzarsi degli scomodi alleati Turcomanni, abdicò a favore del giovane e brillante generale. Il quale nella pasqua del 1081, convinta anche la guarnigione di Costantinopoli, composta in parte da mercenari franchi (Tedeschi) entrò nella Capitale, convincendo anche l’ormai anziano Niceforo III ad abdicare e a ritirarsi in convento, dove morì pochi mesi dopo, nel dicembre 1081.

  11. mirkhond ha detto:

    Appena divenuto imperatore, nell’aprile del 1081 il giovane Alessio I, dovette fronteggiare due pericoli: ad est i Turcomanni ormai padroni di quasi tutta l’Anatolia romana, e ad ovest i Normanni di Puglia, guidati dal loro duca Roberto il Guiscardo, e di cui un’avanguardia al comando del figlio Boemondo (1050-1058 c. – 1111) era già sbarcata tra Durazzo e Valona alla fine del 1080.
    Non staremo qui a ripercorrere le vicende della pur importante guerra romano-normanna del 1081-1085, e che, per certi versi è un anticipo delle successive crociate franche in Oriente.
    Ciò che qui ci interessa, è cogliere ancora, il difficile rapporto tra potere politico-religioso romano-bizantino con la componente pauliciana e la sua tenace resistenza all’integrazione nel tessuto civile-militare religioso romeo-ortodosso.
    Alessio, resosi conto che i Turcomanni erano per il momento il male minore, dirottò fin dal giugno 1081 le sue forze contro i più aggressivi Normanni di Puglia, il cui leader, Roberto il Guiscardo (1015-1085), dopo aver conquistato la Longobardia minor/Puglia romana, si apprestava ad allargare le sue conquiste, verosimlmente fino a Costantinopoli.
    Dovendo dunque lottare per la salvezza della Romània, Alessio radunò tutte le forze disponibili, tra cui il contingente pauliciano di Filippopoli, forte di circa 2800 uomini, tutti esperti soldati al comando dei loro comandanti (anch’essi pauliciani) Xantas e Culeone.
    Dopo la disfatta romana di Durazzo (15-18 ottobre 1081), con Alessio a stento sottrattosi alla cattura da parte dei Normanni, l’intero contingente pauliciano che doveva aver perso circa 300 uomini, disertò e tornò a Filippopoli.
    Nei due anni successivi, Alessio più volte sconfitto dal Giuscardo e da Boemondo che avanzarono in profondità nel Balcano romano fino al Vardar e fin quasi all’Egeo, Alessio dicevo, disperatamente bisognoso di soldati, implorò più volte il soccorso pauliciano, offrendo il suo perdono. Ma a Filippopoli fecero orecchio da mercante.
    Per cui, dopo aver vinto Boemondo a Larissa (settembre 1083) e a Kastoria (ottobre-novembre 1083), e scongiurato momentaneamente il pericolo normanno, Alessio sulla via del trionfale ritorno a Costantinopoli pensò bene di punire questi tenaci ribelli armeni.
    Ritenendo non opportuno avventurarsi direttamente a Filippopoli, con uno stratagemma, convocò i notabili pauliciani a Mosinopoli (oggi delle rovine presso Komothini), facendoli entrare uno per volta, dopo averli fatti disarmare.
    Avuti i leaders pauliciani in mano sua li fece imprigionare per alto tradimento, e diserzione, obbligandoli a scegliere tra il Battesimo Cristiano Ortodosso e la prigionia.
    Alcuni si convertirono e potettero quindi tornare a Filippopoli, ma per i recalcitranti ci fu la prigione nelle isole (forse ai Principi o nell’Egeo) e la confisca delle proprietà.
    Quest’ultima misura, nonostante i tentativi “riduzionisti” di Anna Comnena, figlia primogenita e principale biografa di Alessio I (e nata proprio in quei giorni), dovette essere assai più pesante di come appare nell’Alessiade, la biografia suddetta di Alessio I, e redatta dalla figlia molti anni più tardi, nel periodo 1137-1148.
    Misura talmente grave da provocare una nuova e virulenta guerra romano-pauliciana, poi sfociata nella più grave e mortale minaccia pecenega.

  12. mirkhond ha detto:

    E arriviamo al cuore di questo lungo e elefantiaco racconto.
    Una decina d’anni fa, quando mi accinsi alla lettura dell’Alessiade, proprio per degli articoli che scrissi su un quotidiano della mia città, e riguardanti proprio le campagne normanne in Romania del Guiscardo e di Bormondo d’Altavilla, scoprii questa chicca di cui mi accingo al racconto.
    Una storia tragica, degna di un romanzo e che se fossi un romanziere, mi sarebbe piaciuto sviluppare.
    Una di quelle apparenti piccole storie di personaggi che emergono dall’oscurità della storia, per risprofondarne subito dopo, e che però gettano una piccola luce su un’epoca, un mondo, un contesto storico e culturale, e che possono fornirci piccoli, ma preziosi indizi anche sulla grande storia, quella dei potenti.
    Dunque siamo nel dicembre del 1083, nel periodo di Natale e a Costantinopoli, che allora, come oggi, doveva avere i tetti imbiancati di neve.
    Chissà che effetto doveva fare Santa Sofia e le altre grandi e piccole chiese della Regina delle Città.
    Chissà quanti fiochhi di neve, quante pentole e caldarroste, camini accesi, nel Grande Palazzo imperiale, nelle residenze dei nobili, dei ricchi e nelle casupole dei poveri, nelle bettole e nelle osterie, che, in mancanza di fonti iconografiche comprensibili, ci piace ritenere non tantissimo diverse dagli edifici dai tetti spioventi e in parte di legno, della più tarda epoca ottomana e turca repubblicana, come compaiono, ad esempio, in racconti come Istanbul di Pamuk.
    Quel Natale del 1083, in Romània e soprattutto nella Capitale era un periodo di gioia e festeggiamenti, prima per la vittoria di Alessio sul pericoloso Boemondo d’Altavilla, pericolo solo temporaneamente rimosso dalle beghe politiche italiche, in cui gli Altavilla si trovarono coinvolti loro malgrado, in quanto vassalli della Santa Sede.
    Ma accanto alla vittoria politico militare del giovane imperatore Alessio, vi era stato anche un lieto evento: il 2 dicembre di quello stesso 1083, nel momento dell’ingresso di Alessio vittorioso, la giovanissima imperatrice Irene, a 17 anni, dopo un parto travagliato, aveva dato alla luce la primogenita della coppia imperiale, la principessa porfirogenita (perché nata nella sala del Trono, detta la Porpora, per via delle pareti rosse, il colore simbolo dell’imperatore) Anna Comnena.
    Dunque per Alessio (e Irene), la famiglia imperiale Comnena-Ducas e per la popolazione romana, finalmente un Natale più gioioso, più carico di speranze, il primo forse dopo tanti anni, in quel tremendo ventennio 1071-1091. E ancora altri ne sarebbero venuti di inverni duri e tristi, ma in quel momento era la speranza a dominare.
    Epperò quel lontano natale del 1083, non era un momento di gioia per TUTTI i sudditi romani, e in quei giorni c’era chi nel buoio di una cella fredda, nel confino su di un’isola nel Marmara o nell’Egeo, tra i campi gelati e i freddi inverni del Balcano, soffriva lacrime amare.
    Si trattava dei Pauliciani puniti da Alessio un mese prima circa, e di cui abbiamo già accennato.
    Tra questi infelici c’era un uomo che in conseguenza di queste dure misure prese dall’imperatore, avrebbe scatenato una nuova e pericolosissima guerra.
    Nel 1078, appena divenuto Domestico delle Scholae o Gran Domestico, insomma il capo delle forze armate, il giovane generale Alessio Comneno aveva assunto nel suo staff, un pauliciano, che Anna Comnena chiama Travlòs, termine romaico indicante un balbuziente, e verosimilmente un soprannome dal sapore snobistico-spregiativo dietro cui si nascondono il vero nome e l’identità di un personaggio che non conosceremo mai.
    Dunque anche noi lo chiameremo Travlòs, solo a scopo indicativo, e non per spregiare la memoria di qualcuno la cui madrelingua non dovette essere il Romaico, ma più verosimilmente una variante armena dialettale, oppure un dialetto bulgaro slavonico, come forse da tempo parlava la numerosa colonia pauliciana di Filippopoli, e costituente un’isola etnolinguistica nel mare slavofono della Tracia settentrionale. Oppure era un bilingue armeno-slavo (così come la sua gente).
    Ciò che appare dal racconto di Anna, è che quest’uomo doveva parlare un romaico grossolano, approssimativo, o comunque con un forte accento che ne delineava la provenienza non romeofona.
    Chi era questo Travlòs?
    Anna lo definisce un membro della servitù di Alessio, ma dal contesto e da ciò che sarebbe successo poi, sempra verosimile ritenere che il pauliciano fosse un ufficiale ed un ufficiale piuttosto esperto e valoroso.
    Poi il periodo in cui entra in servizio presso Alessio è indicativo. Siamo nel 1078, nei primi tempi del regno di Niceforo III, al’epoca della rivolta PAULICIANA di Leka, di cui già abbiamo parlato.
    Travlòs era stato un commilitone di Leka? Si conoscevano? Aveva partecipato alla rivolta contro Botaniate (in realtà più una rivolta antiromana) e resosi corresponsabile dei Massacri tra il delta del Danubio e Nis, alla testa di 80.000 uomini, in maggioranza peceneghi? Fu catturato da Alessio assieme a Leka e a Dobromir?
    Non lo sapremo mai, ma è probabile che venisse da quello stesso background ribelle di Filippopoli.
    Alessio, che come Anna ci ripete più volte nell’Alessiade, stimava i Pauliciani proprio per il loro grande valore militare e per il loro coraggio, costantemente bisognoso di esperti ufficiali e soldati, per quale che sia la causa, arruola Travlòs nel suo staff, ma lo fa battezzare all’Ortodossia Cristiana e gli da in moglie una domestica della moglie (e futura imperatrice) Irene.
    Passano 5 anni, durante i quali il nostro Travlòs dovette dare esempio di pauliciano integrato, un pò come i convertiti all’Islam nei coevi imperi musulmani e nel futuro Impero Ottomano.
    Forse fu a fianco del suo signore durante le guerre contro Niceforo Briennio e Niceforo Basilacio, e poi con Alessio Imperatore a Durazzo e nell’offensiva antinormanna.
    Non sappiamo se fosse presente a Mosinopoli nel novembre 1083, quando Alessio punisce la leadership pauliciana.
    Però Anna ci dice chiaramente che Travlòs maturò la sua ostilità e ribellione contro l’imperatore, in conseguenza di quelle misure repressive, e più specificatamente quando venne a sapere che le sue quattro sorelle erano state anch’esse imprigionate e le loro proprietà confiscate.
    Da queste scarne notizie, possiamo dedurre che Travlòs non fosse un pauliciano qualsiasi, ma piuttosto un notabile e che la punizione imperiale si era abbattuta anche sui suoi familiari rimasti pauliciani, proprio in virtù di tale status sociale!
    Anna non poi è molto reticente e cerca di sminuire la faccenda, arrivando addirittura a descrivere Travlòs come una specie di ingrato che ha sputato sul piatto dove ha mangiato, ma chiaramente questo è il punto di vista imperiale, quella che dovette essere la versione ufficiale di ciò che accadde dopo, e che Anna naturalmente riporta.
    Ma il nostro sospetto è che la faccenda fosse molto più grave di quel che appare nell’Alessiade.
    Possibile che Travlòs prima di intraprendere la strada rischiosa della ribellione, strada che appare meditata e non repentina, non avesse chiesto la grazia al suo sovrano per le sue sorelle?
    Tenendo conto che passò qualche mese dalla rivolta, non possiamo escluderlo e il nostro non ci sembra certo uno sconsiderato, anche se Anna, ovviamente cerca di farlo passare come tale.
    Una cosa ci colpisce, tenendo conto degli eventi successivi, e cioè quando ormai Travlòs era diventato un ribelle dichiarato e pericoloso, Alessio cercò di trattare, emettendo persino una Crisobolla (Bolla d’Oro), documento di altissimo livello, e in cui si garantiva all’ex “cameriere” il pieno perdono e la libertà. Però Anna NON fa alcun riferimento alle 4 sorelle di Travlòs.
    Si può supporre che forse le povere donne dovevano esser passate a miglior vita, probabilmente per la brutalità e l’oltraggio della detenzione e la confisca dei loro beni.
    Oppure erano GIA’ morte al momento della rivolta del loro congiunto (inizi del 1084).
    Sta di fatto che in quel Natale del 1083 e nei primi mesi successivi, l’ira di Travlòs aumentò e con essa, il rancore e il desiderio di vendetta contro il suo sovrano e signore.
    Forse, altri parenti e profughi di Filippopoli giunti a Costantinopoli per chiedere aiuto al più illustre congiunto, come sembra trasparire dalla pur reticente Anna, dovettero ragguagliarlo degli sviluppi della situazione.
    La moglie, domestica dell’imperatrice Irene, venuta a conoscenza di questa tragedia, probabilmente tentò più volte di placare il marito e di farlo desistere dal cacciarsi in guai ancora più grossi, ma infine, vedendo lui sempre più irato e determinato, temendo forse un gesto di omicidio verso il sovrano, e/o comunque per la sua incolumità, tenendo conto che lei non era pauliciana, ma ortodossa e romana, si recò a denunciare il marito dal funzionario addetto alle questioni pauliciane.
    Con questa “chicca” Anna ci fornisce un elemento importantissimo, facendo un pò di luce sulla complessa burocrazia romana-bizantina e sull’esistenza di un alto funzionario, forse un ministro addetto proprio ai rapporti con la particolare etnia armena.
    Forse (ci piace pensarlo) la donna sperava con questo gesto estremo, paradossalmente di salvare la vita allo stesso marito, magari poi graziato dopo un certo periodo in gattabuia.
    Ma qui entriamo in una sfera profonda di sentimenti e psicologie di cui non sapremo mai, e questa è una storia e non un romanzo.
    Qualunque siano state le motivazioni della domestica, il nostro Travlòs, venutolo a sapere e temendo (a ragione) un arresto imminente, in una notte dei primi mesi del 1084, fuggì da Costantinopoli con un centinaio di parenti e compaesani-correligionari, radunati in precedenza (e ciò costituisce un ulteriore indizio di una lunga e sofferta premeditazione, piuttosto che il gesto repentino e folle di un disperato).
    Travlòs e i suoi raggiunsero il fianco meridionale dell’Emo/Balcani, riattando un’antica fortezza in rovina, Belyatovo (Veliatova, scritto Beliatoba nell’Alessiade). Forse si trattava di parte di un sistema di fortificazioni già note ed adoperate dai Pauliciani a difesa di Filippopoli (e della Romània balcanica), tenendo conto di quanto accennato all’epoca della rivolta di Leka e Dobromir nel 1078, e che la STESSA ZONA era il quartier generale dei ribelli.
    Ancora oggi gli studiosi non sono riusciti ad identificare con precisione dove fosse situata esattamente Veliatova/Belyatovo, ma sicuramente doveva controllare qualcuno dei passi montani dei Balcani, che collegano l’area a nord della grande catena montuosa e il basso danubio, con le pianure tracie intorno a Filippopoli e a su della stessa catena montuosa.
    Sta di fatto che da quella fortezza, Travlòs riprese una nuova guerra romano pauliciana (1084-1086), spingendosi a razziare e a devastare il territorio fino a Filippopoli!
    Che non si trattasse di una semplice guerriglia di briganti, lo dimostra proprio il comportamento di Alessio che, dapprima ancora impegnato contro i Normanni (1084-1085), e poi temendo a ragione una nuova e pericolosissima alleanza pauliciano-pecenega come quella di Leka, cercò di trattare con Travlòs, come abbiamo già riferito.
    Ma quest’ultimo sia perché ormai era pronto a tutto, e sia forse perché si era spinto troppo oltre per poter tornare indietro, non solo respinse le ripetute offerte di perdono imperiale, ma come già Leka, si alleò con i principi peceneghi stanziati sulla sponda romana del basso Danubio, e ne sposò la figlia di uno di essi.
    Insomma, appena passato il pericolo normanno, si verificò ciò che Alessio temeva, e nella primavera del 1086 una grossa orda pecenega si unì ai Pauliciani di Travlòs e razziò selvaggiamente la Tracia.
    Questa era la ripresa di un vero e proprio tentativo di insediamento di grandi masse di Peceneghi, inclazati a loro volta da altre stirpi turche come loro, i Cumani, ormai impadronitisi delle steppe a nord della foce del Danubio.
    Alessio inviò il suo Gran Domestico, Gregorio Pacuriano, il quale restò ucciso in battaglia nel tentativo di prendere Veliatova.
    Negli anni successivi lo stesso Alessio accanto ai generali Adriano Comneno suo fratello e a Taticio (forse di origine turca) tentarono con risultati alterni, di rintuzzare le orde peceneghe.
    Le quali nel 1090-1091, alleatesi con l’emiro turcomanno di Smirne Caka (1085-1093), tenteranno di dar vita ad un blocco “panturanico” che rischiò seriamente di distruggere la Romània.
    Pericolo sventato dall’abilità dipolomatica di Alessio, alleatosi con i peggiori rivali dei Peceneghi, i sovracitati Cumani, i quali sul Monte Livunio in Tracia, presso Enos (oggi Enez) il 29 aprile 1091 sconfisse DEFINITIVAMENTE i Peceneghi sterminandoli in massa con modalità paragenocidarie, e arruolandone i supersititi nell’esercito romano e stanziandoli come coloni-soldati nel Tema di Moglena, in Macedonia.

  13. mirkhond ha detto:

    errata corrige: Anna poi è molto reticente e cerca di sminuire la faccenda ecc.

    • mirkhond ha detto:

      errata corrige2: e che la stessa zona era stata il quartier generale dei ribelli ecc.

      (in riferimento al quartier generale dei ribelli Pauliciani sul fianco meridionale dell’Emo/Balcani, a nord di Filippopoli nel 1078)

  14. mirkhond ha detto:

    E Travlòs?
    Che fine fece?
    Anna non lo dice e dopo la vittoria del Monte Livunio del 1091, tornerà ad occuparsi dei Pauliciani nel penultimo libro dell’Alessiade (il XIV), mentre le vicende di Travlòs sono narrate nel VI libro e la guerra contro i Peceneghi nel VII.
    Nel 1114, Alessio, ormai negli ultimi anni del suo regno e della sua vita, temendo una nuova alleanza pauliciano-cumana, si recò personalmente a Filippopoli cercando con le buone o con pressioni, di convertire defnitivamente i Pauliciani all’Ortodossia bizantina.
    Secondo Anna, i risultati furono soddisfacenti con circa 10.000 convertiti da Alessio trasportati in una nuova città, Neocastro, costruita affianco a Filippopoli.
    E tuttavia la tenace e persistente presenza pauliciana a Filippopoli e dintorni ancora ai tempi della crociata di Federico Barbarossa che soggiornò proprio a Filippopoli nell’agosto-novembre 1189, e le testimonianze dei conquistatori franchi nel 1205, sembrerebbero affermare piuttosto il contrario.
    Sta di fatto che i Pauliciani erano ancora in Tracia, quando vennero gradualmente convertiti al Cattolicesimo dai francescani di Bosnia, in piena epoca ottomana tra 1580 e 1680, e ancora nel 1717 Lady Mary Montague, moglie dell’ambasciatore britannico ad Istanbul, afferma di aver incontrato a Filippopoli/Filibe/Plovdiv dei “Paulines” e cioè i nostri Pauliciani ormai cattolici e veromilmente slavizzati linguisticamente.
    Altri Pauliciani si rifugiarono nel Banato, al seguito della rivolta antiottomana del 1688 e nel XVIII secolo, in terre divenute asburgiche, dove vennero considerati dei “Bulgari cattolici”.

  15. massimo ha detto:

    contributi interessantissimi, mirko…e fatti molto bene (come sempre)

  16. massimo ha detto:

    a proposito di Bulgari cattolici
    il 1° libro in bulgaro moderno (neo-bulgaro) stampato lo fu il 6/5/1651, a Roma da Propaganda (aveva titolo “Abagar” ed era in cirillico), e fu proprio opera di questi Bulgari cattolici e precisamente del vescovo Filip Stanislavov ! gli ortodossi all’epoca, e per molto tempo, se scrivevano (e le condizioni culturali pare fossero di una decadenza estrema) utilizzavano il medio-bulgaro o qualcosa che gli assomigliava, diciamo lo slavone bulgaro che era in uso anche in Valacchia e Moldavia sino al XVII secolo (simile, ma non eguale, allo slavone serbo, allo slavone ruteno e allo slavone moscovita…per così dire l’antico slavo ecclesiastico “degradato” e corrotto regionalmente, ma ancora tale da rendere possibile una comprensione letterario-liturgica, pur fra difficoltà, tra gli ortodossi slavofoni o slavizzati dal Montenegro agli Urali)
    si pensi che per trovare un altro testo in neo-bulgaro stampato dobbiamo probabilmente attendere il 1806 (allorché parte la raccolta di libri neo-bulgari dal 1806 al 1870, in bulgaro, edita a Vienna nel 1872 dallo slavista Jireček !)…pur essendoci forse alcuni tentativi settecenteschi, non sempre, e non ancora ben investigati
    ciao e di nuovo auguri, a te, a Giuseppe e a tutti i frequentatori del blog !

  17. mirkhond ha detto:

    Per Massimo

    Grazie e ricambio gli auguri a te a Giuseppe e a tutti i frequentatori del blog.
    Quanto ai Pauliciani, mi sembra che il primo nucleo di popolazione bulgara cattolica fossero proprio loro, definiti Pavlikiani.
    Ancora oggi sulla sponda bulgara del Danubio vi è una cittadina chiamata Pavlikeni!
    E’ davvero interessante osservare come un antico gruppo dualista armeno, che per mille anni ha TENACEMENTE resistito ai tentativi di conversione forzata all’Ortodossia bizantina, sia poi invece passato in massa al Cattolicesimo nel giro di UN SECOLO e per giunta sotto dominazione ottomana!
    ciao!

  18. mirkhond ha detto:

    La storia di Travlòs e della complessa vicenda romana balcanica della fine dell’XI secolo dopo Cristo, mi affascina proprio per quella dinamica tormentata di assimilazione-differenziazione che almeno dai tempi dell’ultima fase imperiale assira (740-640 a.C.) al mondo globalizzato di oggi a guida americana, caratterizza molte vicende storiche.
    Penso ancora alla tormentata e difficile unificazione dell’Italia, e di come problematiche simili si ritrovino proprio nei primi anni a partire dal 1860 tra popoli diversi e che non riescono ad accettare facilmente di esser diventati parte di un nuovo soggetto unitario e a modo suo “globalizzante”. E il riferimento è proprio a quanto accennato sul discorso dei lager sabaudi sovracitati.
    Travlòs avrebbe potuto essere l’esempio di un’integrazione riuscita, e per giunta ai più alti vertici, a fianco del capo delle forze armate e poi imperatore Alessio Comneno.
    La sua stessa conversione all’Ortodossia bizantina, magari opportunistica, il matrimonio con una domestica della Casa Imperiale, insomma tutto fa supporre che l’integrazione di questo gruppo armeno “ereticale”, poteva essere realizzabile.
    E tuttavia un eccesso di zelo, nella pur comprensibile reazione imperiale alla diserzione dei Pauliciani, che in un periodo di minaccia mortale alla sopravvivenza della stessa Romània non poteva essere considerato altro che tradimento, eccesso di zelo imperiale dicevo, che per risolvere un problema ne crea un altro, alttrettanto gravissimo, come l’ultima e più sanguinosa guerra romano-pecenega, che portò la Romània sull’orlo del crollo, già nel durissimo inverno 1090-1091 e a stento respinta.
    Eccesso di zelo che, colpendo negli affetti più profondi proprio Travlòs l’integrato pur col suo linguaggio romaico “balbuziente” e grossolano, ma fedele servitore dell’imperatore, distrugge questa possibilità di integrazione.
    Ci sarebbe piaciuto molto sapere che fine abbia fatto il nostro sventurato eroe. Forse rimase ucciso durante il conflitto del 1086-1091. Forse morì di morte naturale e/o di vecchiaia nella sua roccaforte di Veliatova. Forse morì esule in terre lontane. Forse fu ucciso da sicari imperiali e/o da qualche suo luogotenente comprato dall’oro romano, o ambizioso, come capita tante volte in queste storie di “brigantaggio” politico, e non.
    Anna Comnena tace e noi non possiamo fare che congetture.
    Resta il fatto però che questa storia ci affascina molto e da anni cerchiamo in solitudine e con pazienza (proprio il caso di dirlo! 🙂 ), di reperire ogni pur piccola, ma preziosa traccia di questa vicenda umana, che, interagendo con la grande storia, quella dei potenti e scritta per elogiare gli stessi potenti, ci offre un piccolo spaccato su una vicenda che altrimenti sarebbe rimasta sepolta nell’oscurità in cui viene avvolto chi “val meno di niente e che niente non ha” parafrasando la sigla della Freccia Nera televisiva del 1968.

  19. Giuseppe ha detto:

    Scusate l’incursione, ma ho letto i commenti relativi ad Alessandro Barbaro che nel giro di poche righe è stato definito spargitore di letame, fighetto-piemontese-pierangelista ed infine utile al confronto, tutto questo da parte di un certo mirkhond che pubblica un suo articolo (a che pro?) su uno spazio dedicato ad un evento culturale. Ora conoscendo, a differenza del commentatore, le innumerevoli pubblicazioni di Barbero, prima di pubblicare e condividere certi commenti, sarebbe auspicabile una maggiore conoscenza sia dell’autore che del libro (giudicare un libro da un dibattito su youtube con un dirigente del partito neoborbonico è di per sé avvilente). Faccio presente che il professor Barbero è uno dei più illustri medievalisti italiani e che quando uno attacca una persona dovrebbe entrare nel merito di quello di cui sta disquisendo. Quindi tacciare qualcuno di superficialità senza spiegare il perché quello si è superficiale.

  20. mirkhond ha detto:

    Gentile Giuseppe

    Visto che il “caso Barbero” su questo blog l’ho tirato in ballo io, è opportuno che sia io a risponderle.
    Non ho nulla da dire sul Barbiero medievista, e non metto in nessun dubbio la serietà degli studi medievisti nei quali, come lei ci conferma, è uno specialista.
    La mia polemica riguarda invece un altro argomento, quello di Fenestrelle e della controversia che da anni è incentrata su questa e altri aspetti dell’unità d’Italia.
    Ognuno legittimamente ha le sue posizioni, e dunque il professor Barbero ha le sue. Bene.
    E’ anche vero che il professor Barbero ha l’indubbio MERITO di aver contribuire col suo testo a far piazza pulita di tante, TROPPE ESAGERAZIONI e CORBELLERIE di certa lettaratura “neoborbonica” che, diciamolo finalmente, in questi ultimi anni si è lasciata correre un po’ troppo la mano della fantasia creativa, senza un adeguato riscontro storico.
    Dunque su questo aspetto, non mi sembra ci sia nulla di opinabile nel lavoro del docente piemontese.
    Se però andiamo a leggere il libro e io il libro l’ho letto, mi scusi ma il discorso cambia.
    Il professor Barbero che accusa e non sempre a torto la propaganda neoborbonica di mistificazione e soprattutto di arroganza e spocchia, cade anche lui nella spocchia, ma di quella PEGGIORE, perché si avvale della furbizia dell’accademico, col suo guardare dall’alto verso in basso, con tanto snobismo e SPOCCHIA, chi a suo avviso è colpevole di avere una DIFFERENTE VEDUTA sull’unità d’Italia, e soprattutto sulle MODALITA’ in cui questa è avvenuta.
    Nel libro inoltre, scritto più per polemizzare e giustificare la conquista piemontese, lo studioso cade in diverse contraddizioni, quando ad esempio afferma che ci sono i documenti sullo stato di servizio di ogni singolo ex soldato borbonico passato (quasi sempre forzatamente) nel nuovo ordine piemontitaliano, e poi lui stesso afferma di averne consultati solo in minima parte, auspicando che altri studiosi si assumano in futuro l’oneroso incarico.
    Benissimo. Ma allora, se si è fatto uno studio su un campione LIMITATO di documenti, perché usare quello stesso campione per denunciare “fini immondi” da parte della propaganda “neoborbonica”?
    Tra l’altro lo stesso docente dedica un intero capitolo a polemizzare aspramente contro i suoi avversari, usando anch’egli toni eccessivi e poco consoni alla sobrietà di un docente universitario, che non sta parlando in privato tra amici, ma PUBBLICA un libro.
    Poi certo chi le sta scrivendo è il signor nessuno senza cattedre da difendere, ma penso che dietro la guerra dei libri, dei documenti e sui blog, vi siano delle DIFFERENTI e DISCORDANTI idee sul risorgimento.
    Com’è normale in qualsiasi società umana libera di esprimersi.
    Cordialmente.

    • Alessandro Barbero ha detto:

      Caro Mirkhond, il linguaggio durissimo che io ho usato, l’ho usato a ragion veduta e me ne assumo la responsabilità. Nel mio mestiere ci sono dei limiti etici e il più importante è di non fare affermazioni (soprattutto su fatti clamorosi e di grande rilevanza anche nel dibattito politico e nella formazione dell’opinione pubblica) inventate o comunque prive di qualunque riscontro documentario. Chi non accetta questo codice etico si deve aspettare di essere trattato con ripugnanza. La spocchia accademica, però, qui non c’entra nulla, così come non c’entrano nulla le idee discordanti di cui lei parla: qui c’entrano i fatti, che come dicono spocchiosamente gli angloamericani sono una roba dura (“hard facts”), ed è una malattia della nostra epoca quella di credere che anche quando si tratta di fatti, conoscibili e dimostrabili, tutti siano liberi di avere opinioni DIFFERENTI e DISCORDANTI. Non tutti i fatti si possono conoscere, non tutte le verità si possono dimostrare, ma se io dico “è accaduta la tal cosa” DEVO darne almeno degli indizi, e se qualcuno mi dimostra documenti alla mano che la tal cosa NON è accaduta, non è lecito dire “e io invece continuo a crederci”. Venendo a me, lei scrive di “diverse contraddizioni”, poi ne cita una (e aspetto fiducioso che citi anche le altre, di cui prenderò atto): io affermo “che ci sono i documenti sullo stato di servizio di ogni singolo ex soldato borbonico passato (quasi sempre forzatamente) nel nuovo ordine piemontitaliano, e poi lui stesso afferma di averne consultati solo in minima parte, auspicando che altri studiosi si assumano in futuro l’oneroso incarico”. Ora, abbia pazienza, ma devo cercare di farle capire come si presenta la situazione. L’esercito italiano nel 1861 contava 70 reggimenti di fanteria (senza contare cavalleria, artigleiria, bersaglieri ecc.). Per ognuno di questi reggimenti l’Archivio di Stato di Torino conserva decine di immensi volumi in cui sono registrati i dati anagrafici e lo stato di servizio di TUTTI i soldati arruolati in quel reggimento, in ordine cronologico. Io ne scelgo uno a caso, un campione, come è scientificamente corretto fare, e constato che in seguito al Regio Decreto del 20 dicembre 1860 il reggimento riceve nel gennaio 1861 la sua quota di 150 ex-soldati borbonici ora arruolati nel Regio Esercito italiano. Ne verifico un altro a caso, e constato che anche questo reggimento negli stessi giorni riceve i suoi 150 uomini, numero prefissato dalle circolari ministeriali. Ne verifico un terzo: anche lì, stessa cosa. Ora, mi dica, davvero lei a questo punto prima di trarre delle conclusioni andrebbe avanti? Andrà avanti chi volesse – e sarebbe una ricerca interessantissima, molto lunga, ma facilissima da fare: e che, chissà perché, nessun neoborbonico ha mai fatto) costruire un database di tutti gli ex-soldati borbonici, a fini statistici; e io, sì, spero che prima o poi lo si faccia, così come il personale dell’Archivio sta facendo per i garibaldini, su cui esiste un materiale altrettanto immenso. Ecco, spero di averle risposto con la sobrietà da lei auspicata! (Chissà perchè chi scrive PUBBLICAMENTE su di me sui blog può accusarmi di “spargere letame”, e di “snobismo e SPOCCHIA”, ecc., e invece io se PUBBLICO un libro devo attenermi, ecc. ecc…. mah…)

      • mirkhond ha detto:

        Gentile Professor Barbero

        Mi aspettavo un suo intervento in materia, e devo dire che debbo RINGRAZIARLA per il suo confrontarsi con emeriti sconosciuti come il sottoscritto.
        Così come debbo RINGRAZIARLA per aver portato documenti e contribuito a rendere più SCRUPOLOSA la ricerca su questi controversi capitoli della storia d’Italia.
        Concordo con lei sull’approssimazione di tanta pubblicistica neoborbonica e ben venga CHIUNQUE ci aiuti a sgombrare il campo dal ciarpame.
        Lei ai miei occhi ha avuto l’immenso PREGIO di fare due confronti pubblici a Bari (di dove sono io) e nella sua Torino, e le dirò che ho PREFERITO proprio il dibattito di Torino tra lei e l’altrettanto pacato dottor Gigi Di Fiore.
        Se DEBBO chiederle scusa se ho recato offesa alla sua persona, debbo anche constatare che tra le pagine del suo libro, scorgo qua e là espressioni diciamo di alterità verso chi appartiene ad un altro popolo e ad un’altra nazione: la MIA.
        Ora lei da piemontese è nel pieno diritto di difendere la sua bandiera e l’onorabilità del Piemonte e della dinastia sabauda, altrettanto chi le scrive prova un DISAGIO nel trovare considerazioni le più malevole possibili verso i Borbone e tutto ciò che puzza di borbonico.
        De Sivo sarà stato di parte sicuramente, ma lo siamo TUTTI professore, lo sono io e lo è pure lei.
        Un mio docente di storia medievale Giosuè Musca (1928-2005), che forse lei avrà conosciuto, ci diceva quando eravamo studenti, che l’obiettività storica NON ESISTE, ma i nostri studi sono sempre dettati dalla nostra sensibilità personale.
        Se lei vuol dirci che Fenestrelle non fu una “piccola Auschwitz” debbo concordare con lei, e personalmente non ho MAI creduto alla storia del genocidio di noi napoletani ad opera del Piemonte.
        Le cifre tirate in ballo, NON SONO MAI STATE SUPPORTATE DA DOCUMENTI, e ciò SQUALIFICA proprio gran parte dell’attuale pubblicistica “neoborbonica”.
        Le dirò inoltre che le mie simpatie borboniche e patrie, mi son venute paradossalmente leggendo testi di autori di SICURA FEDE ANTIBORBONICA come Pietro Colletta
        (1775-1831), Ruggero Moscati e Adolfo Omodeo!
        Nel suo libro trovo interessante l’accenno ai soldsti lombardi ex ausburgici che pure erano insofferenti al nuovo ordine sabaudo panitaliano.
        Lei dice che le costrizioni vi erano in tutti gli eserciti, ma dobbiamo considerare che per i miei connazionali di allora si trattava di una chiamata alle armi da parte di un paese STRANIERO e INVASORE.
        Ora se non si sopportano imposizioni a casa propria, figuriamoci dalle case altrui!
        Le porgo un quesito: se l’unità d’Italia fossimo stati NOI Napoletani a farla, VOI Piemontesi COME avreste reagito?
        Se avessimo compiuto stragi, saccheggi, violato le vostre sostanze e le vostre donne, se avessimo costretto i vostri giovani ad arruolarsi nell’armata di un re STRANIERO e ODIATO, seppure in nome di un grande ideale di fratellanza?
        Come avreste reagito voi?
        La saluto cordialmente e la ringrazio per aver risposto al signor nessuno che è il sottoscritto.

        • Alessandro Barbero ha detto:

          Caro Mirkhond, grazie a lei della sua cortesia. Se volessi prolungare il nostro dialogo, le direi che non riesco a capirla solo in un punto: quando lei dice “un altro popolo e un’altra nazione”. Non so: io non riesco a sentirmi all’estero a Napoli, a Bari o a Palermo. Non riesco a considerare stranieri i miei tanti amici meridionali, i colleghi delle università del Sud, i compagni meridionali con cui ho studiato a Torino e a Pisa, il mio editore Pepe Laterza. Non riesco a considerare stranieri gli innumerevoli miei concittadini torinesi nati al Sud o figli di immigrati dal Sud. Non ci riesco: non me ne voglia!
          Un’ultimissima cosa: su stragi, saccheggi, sostanze e donne, è proprio sicuro che su questo non sia stata creata ad arte confusione e mistificazione, proprio per alimentare l’idea che in questo paese ci siamo “noi” e “voi”? Non mi fraintenda: che la repressione del brigantaggio (perché solo a questo credo possano riferirsi tutte le cose cui lei accenna) sia stata una pagina nera della storia d’Italia, non ci sono dubbi. Una vera guerra civile, come proprio da parte meridionale e neoborbonica oggi si insiste ad affermare, con buone ragioni. Senonché, appunto: una guerra civile è quella che si combatte dentro uno stesso paese, dentro uno stesso popolo. Più si legge e ci si informa su quelle vicende, e più ci si accorge che c’erano da una parte l’esercito italiano, reclutato in tutto il paese, e la Guardia nazionale locale, interamente composta di proprietari e contadini del Sud, e dall’altra i briganti, con le loro mille motivazioni. Non crede che ridurre una vicenda così drammatica all’immaginetta propagandistica dei “piemontesi contro meridionali” significhi far torto anche alla memoria e alle ragioni di tutti coloro che hanno vissuto quell’epoca?

  21. Giuseppe ha detto:

    Se avesse scritto quanto ha scritto ora in risposta al mio commento non avrei eccepito, ma utilizzare un linguaggio, diciamo così, colorito, non rafforza le opinioni ma le svilisce di significato. Si può discutere, anche animatamente, su qualsiasi argomento senza incorrere in giudizi senza alcun fondamento sulle persone. Si può essere contrari ad opinioni, anche se supportate da fatti storici, ma senza trascendere. Per quanto nello specifico ha scritto, le posso solo dire che l’Italia è ormai divisa in guelfi e ghibellini che non conoscono la materia su cui si discute ma che hanno la “necessità” di esprimere un’opinione per partito preso.

  22. mirkhond ha detto:

    Giuseppe

    Concordo in pieno con lei che l’Italia è il paese dei Guelfi e dei Ghibellini, e purtroppo aggiungo che sarebbe meglio una ricerca storica revisionista e controrevisionista non legata alla politica.
    Purtroppo da 20 anni a questa parte non è così.
    Perché?
    Perché si stanno avendo delle “rinascite” identitarie. Lo stato unitario dopo 150 anni, forse non riesce più a soddisfare esigenze e aspirazioni di fette crescenti di suoi cittadini a nord come a sud.
    Niente è eterno su questa terra, e così come gli esseri umani, anche le compagini statali possono finire, con gioia e/o con rimpianto a seconda dei punti di vista.
    Spesso sento dire dagli antiborbonici, che la “rinascita” neoborbonica è avvenuta con 150 anni di ritardo. E’ vero. Ma anche l’Iran Sasanide (226-651 d.C.) invaso dagli Arabi e crollato come un castello di carta, si “risveglio'” dopo 200-300 anni, collo sfaldarsi del Califfato Abbaside (750-1258 d.C.), e sotto nuove dinastie IRANICHE come i Tahiridi (820-872 d.C.) i Saffaridi (861-1003 d.C.), i Samanidi di Bukhara (874-999 d.C.) i più grandi di tutti e i Buwahidi del Gilan e dell’Iran Occidentale (934-1055 d.C.). Questi ultimi ripresero l’antico vessillo nazionale del Leone di Persia PREislamico!
    Ora si trattava di dinastie e regni TUTTI MUSULMANI, quindi incomprensibili senza la conquista araba e la diffusione dell’Islam. Eppure in questi regni MUSULMANI si assistette alla rinascita della lngua persiana e della grande letteratura dello Shanamè (il Libro dei Re) di Firdusi (934-1020 d.C.), in cui si glorificava l’Iran PREislamico.
    Ora, seppur in un contesto profondamente diverso, anche da noi nel (fu) Regno di Napoli, sta avvenendo qualcosa del genere, ed io stesso lo posso constatare parlandone con tante persone che fino ad avantieri non si occupavano minimamente di questi argomenti.
    Naturalmente quando la storia, vera o mistificata, diventa argomento di discussione di massa, può cadere (e spesso cade) nella grossolanità, nel dilettantismo, nella mistificazione.
    Credo infine che, quali che siano i nostri personalissimi e ovviamente opinabilissimi pareri, questo meccanismo si è ormai innestato, anche se, ripeto, personalmente con tutte le mie simpatie, penso che allo stato ATTUALE della situazione italiana, per noi “meridionali” separarci sarebbe una sventura, dato il livello delle nostre classi dirigenti.
    Un “padano” forse può permettersi di realizzare i suoi sogni separatisti, noi napoletani no.
    La saluto cordialmente

  23. Giuseppe ha detto:

    Nei periodi di crisi è facile proporre la contrapposizione tra identità differenti invece che una seria ricerca delle soluzioni ai problemi. Sta a noi non cadere nel tranello. La classe dirigente, ormai, non è dissimile tra nord e sud o tra est e ovest del Paese, sarebbe auspicabile che certi fatti storici, nel bene o nel male, non fossero usati per difendere le proprie posizioni ma utilizzate per una disamina seria degli stessi. Personalmente non ho simpatie per i fondamentalismi di qualsiasi natura, tantomeno non abbraccio la retorica sabauda o quella neoborbonica. Infine, sono lieto che il professor Barbero abbia voluto intervenire, prova del fatto che quando si è responsabili e seri nel proprio lavoro, non si ha timore nel difendere quanto pubblicato, anche quando, come scrive lei, si deve rispondere al signor nessuno.
    Cordialmente.

  24. mirkhond ha detto:

    Gentile Professor Barbero

    La ringrazio ancora per la cordialità e la disponibilità con cui mi ha risposto.
    Io non credo nell’unità d’Italia, o meglio non credo nell’esistenza di un unico popolo italiano.
    La storia d’Italia, è stata (a parte la pur lunga epoca romana) una storia di soggetti politici e culturali diversi, uniti soltanto da idiomi quasi tutti di origine latina e dall’essere (quasi) tutti cattolici.
    L’unità d’Italia fu evento forzato e imposto da logiche di interessi geopolitici britannici, e della Real Casa di Savoia, con naturalmente minoranze di intellettuali dei vari stati della Penisola.
    Lei stesso nel suo libro ci parla della sofferenza dei coscritti lombardi, già soldati asburgici nel servire la nuova “patria” panitaliana.
    Ora, la stessa cosa è avvenuta anche per il mio popolo.
    Anch’io ho parenti piemontesi, residenti in Val di Susa, cugini materni, nati dall’amore di un mio zio di Bari e della moglie piemontesissima di Bra.
    Sono stato a Torino, a Bra, in Val di Susa, ad Ivrea e sono SEMPRE stato trattato con gentilezza e NESSUNO si è MAI permesso di chiamarmi terrone.
    Io potrei anche essere suo amico (e la cosa, al di la delle nostre reciproche chiarificazioni e differenze ideologiche) mi può fare sicuramente piacere.
    In questo forum scrivono anche due piemontesi (uno è Massimo, di cui avrà scorso l’intervento sulla lingua paleoslava in Bulgaria), e dieci anni fa ero in corrispondenza con un suo connazionale e concittadino, il Dottor Milo Julini, studioso serio del Risorgimento e del brigantaggio piemontese.
    Milo Julini, il tipico gentiluomo di un Piemonte antico e davvero cortese verso il povero sottoscritto così curioso verso certe pagine oscure e vergognose della storia d’Italia.
    Quindi da parte mia non vi è ostilità verso il suo popolo, e comprendo perfettamente la sua passione (come quella del dottor Bossuto, il cui testo però non ho letto) nella divesa dell’onorabilità del vostro esercito e della vostra dnastia.
    Io però sono e mi sento NAPOLETANO nel senso di abitante del fu Regno di Napoli, e col tempo, e grazie ad uno zio ora defunto, e alla lettura sia di storici ANTIborbonici come i tre che ho citato, e poi, MOLTO POI, di storici come Michele Topa, Tommaso Pedio e Angelo Mangone, ho maturato una forte devozione e attaccamento “affettivo” se si può dire all’ultima dinastia del mio paese, e cioè i Borbone-Napoli (1734-1861), e in particolar modo a Ferdinando II (1830-1859) il più calunniato dei re, da parte di tanta storiografia unitarista.
    Sulle guardie nazionali ha totalmente ragione, ma sospetto che quegli 84000 miei connazionali che nel 1860-1876 servirono la causa sabaudo-unitaria, fossero per lo più degli opportunisti.
    Le stesse autorità piemontesi non sempre li consideravano in modo lusinghiero, e molti erano i criptoborbonici saltati all’ultima ora sul carro del vincitore.
    Sa questo è il paese dei gattopardi, e chi tiene famiglia e ha da perdere, magari anche solo una casetta e un po’ di terra, i suoi calcoletti se li è fatti, e ha convenuto che servire il vincitore procurava dei vantaggi.
    Gli eroi e gli idealisti sono sempre stati molto pochi, e lei stesso nel suo studio ce lo conferma.
    Nel solo 1863 le autorità piemontunitarie sciolsero 89 corpi della guardia nazionale per collusione con i “briganti” (dal testo di Fulvio Izzo sui lager sabaudi).
    Sempre Izzo, citando la corrispondenza di un giornalista inglese del novembre 1861, sostiene che le autorità piemontesi interrogate dal giornalista, affermavano che da noi erano quasi tutti borbonici e persino le guardie nazionali IN FONDO simpatizzavano per i “briganti”.
    Ancora, Luigi Sylos, massone e unitarista di Bitonto, il comune della Terra di Bari da cui sono originario, Sylos dicevo, parte attiva negli eventi del 1860 e posteriori, nella sua opera in tre volumi sulla Storia di Bitonto, sostiene che gran parte delle Guardie Nazionali del mio comune di origine erano opportunisti e infiltrati borbonici!
    In sostanza nel 1860-1876 circa, ci fu ANCHE una guerra civile nell’ex Regno di Napoli, ma guerra civile TRA NOI NAPOLETANI inserita nel conflitto tra parte del mio popolo e l’apparato politico-militare piemontese-sabaudo-unitario.
    Non è stata una novità Professore, ma una COSTANTE nella nostra storia, fin dai tempi dei Normanni, fondatori del Regno di Sicilia e Puglia.
    Normanni che, chiamati da una fazione di longobardi baresi guidata dai notabili Melo e Argiro, finirono per impadronirsi di tutto il meridione!
    Idem con le successive calate di Svevi, Angioini, Aragonesi, e Spagnoli.
    Idem nel 1798-1799, nel 1806-1815, con i Francesi.
    Quindi vi furono almeno DUE conflitti, uno tra esercito invasore sttraniero e parte del mio popolo, e tra NOI STESSI, tra fedeli al legittimo sovrano e coloro che per vari motivi, appoggiavano l’invasore.
    Del resto ancora oggi, se da una scorsa ai vari blog sul tema, noterà sicuramente che i più feroci e accaniti antiborbonici sono proprio certi miei connazionali, oltre a siciliani.
    La vecchia, solita guerra civile tra di noi.
    Insomma, essere diversi, appartenere a popoli diversi, non vuol essere sempre sinonimo di inimicizia. I popoli non sono cattivi. Sono i singoli ad esserlo. Piemontesi, napoletani, ecc.
    La saluto cordialmente.

    • Alessandro Barbero ha detto:

      “Venuto adunque Sicurano in Acri (…) e andando da torno veggendo, e molti mercatanti e ciciliani e pisani e genovesi e viniziani e altri italiani vedendovi, con loro volentieri si dimesticava per rimembranza della contrada sua…”
      Boccaccio, Decameron, II.9.
      Un cordiale saluto!
      Alessandro Barbero

  25. mirkhond ha detto:

    Inoltre, come accennato in uno dei miei primi post, sono appassionato di varie vicende storiche, che ho sintetizzato nelle due B : Bisanzio e Borbone.
    Sulla seconda, avendo un animo passionale ereditato dai miei avi materni calabresi, leggere il modo in cui il mio paese è stato venduto e sacrificato a logiche geopolitiche camuffate da grandi ideali di fratellanza panitaliana, questa storia dicevo, dato il mio carattere, mi fa male, molto male.
    Non è stato facile leggere dei continui tradimenti di gran parte dell’alta ufficialità del mio paese nel maggio 1860 – marzo 1861 e del fango che da allora in poi è stato rovesciato su di noi, anche per colpe NOSTRE e da parte di MIEI connazionali.
    Per cui, proprio perché non mi è facile essere lucido sull’argomento dato il mio forte coinvolgimento emotivo, ho preferito in questi anni “ripiegare” sull’altro mio grande amore dell’infanzia: la storia bizantina con incursioni nell’amato Iran PRE e musulmano (da qui il mio nickname Mirkhond, dal grande storico iranico di Bukhara del XV secolo).
    Da qui il mio scrivere articoli su questo blog, grazie alla cortesia, gentilezza ed amicizia del dottor Giuseppe Mancini, che ha la fortuna di risiedere in uno dei paesi più belli del mondo.
    Articoli appunto relativi al mondo bizantino, con particolare attenzione a realtà marginali e da quel che ne so, alquanto trascurate dalla storiografia italiana, come il Paulicianesimo armeno e le sue connessioni nel contrastante e difficile rapporto con le autorità di Costantinopoli, e nella genesi dell’Alevismo anatolico.
    Come d’altra parte, mi piacerebbe se potessi, approfondire lo studio sulla dominazione angioina in Piemonte (1260-1382), Piemonte da cui (insieme alla contigua Provenza) partì nel 1266 proprio Carlo I d’Angiò nella conquista del mio paese.
    Anche allora, dei Piemontesi scesero e si insediarono da noi, come già nell’XI-XII secolo sotto i Normanni!
    Cordialmente

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