La Turchia e i pregiudizi degli italiani (94)


Ringrazio la collega Marta Ottaviani, che sul suo blog offre spesso deliziosi e agghiaccianti spunti per la mia rubrica sui pregiudizi che gli italiani hanno sulla Turchia:

Nei giorni scorsi mi sono trovata per lavoro dalle parti della Bagdat Caddesi. Non voglio più sentire dire nulla sulla commercializzazione di zone come Taksim o Beyoglu, mi scoccia veramente constatare che lì di turco non è rimasto veramente niente. Nemmeno la gente, mi sa, ho sentito parlare più persone in inglese e russo, due lingue che conosco molto bene e chissà quante altre ce n’erano. Mi sono onestamente chiesta quanta miseria ci sia dietro quei negozi sfavillanti e quei ristoranti sul mare.

Che poi, è liberissima di scrivere tutte le sciocchezze che vuole (che la Turchia non vuole più entrare nell’Unione europea, che la Turchia è alleata dell’Iran, etc. etc.): il problema è che – per colpa di queste sciocchezze – poi chi la legge si fa delle strane idee. Io ci vivo, su Bağdat Caddesi; ed è vero: dalle mie parti ci sono negozi e ristoranti eleganti, parchi e palestre, caffé alla moda e rivenditori di auto di lusso. Ma che vuol dire che tutto ciò non è ‘turco’? Ma la collega forse non sa che Istanbul è sempre stata una città cosmopolita? Cazzo, ci sono persino due chiese vicinissimo a casa mia: ma bruciamole o buttiamole giù, no? Tanto mica sono turche, una l’hanno costruita i greco-ortodossi e l’altra gli assunzionisti francesi: mica erano turchi! Anzi, proporrei di tagliare la lingua a tutti quelli che parlano russo o inglese (o anche italiano): mica ci si comporta così! Comunque, no: qui gli stranieri sono davvero pochi, l’area è abitata quasi integralmente da turchi della media e alta borghesia; ma forse per Marta Ottaviani i turchi non possono vivere nella raffinatezza e nella modernità (che, certo, comporta anche complessi residenziali orribili e negozi/ristoranti che antepongono la presentazione alla qualità)?

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18 risposte a La Turchia e i pregiudizi degli italiani (94)

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  2. Lou darboun eud Couasse ha detto:

    In Via Po a Torino non c’è nulla di italiano: nessuno suona il mandolino e la ghironda, c’è un solo ristorantino di cucina tipica piemontese, nessuno parla in dialetto, la gente non va in vespa, è pieno di Kebab e ci sono sempre turisti stranieri. Per Dio, che commercializzazione! Quanta miseria c’è dietro a quelle vetrine!! La vera Italia comincia al limite a Pinerolo, perché per essere di vera cultura italiana è necessario essere contadini e andare il sabato sera a ballare il liscio.

  3. ricciarmani ha detto:

    Quando ero piccolo – diversi anni fa, oramai – il centro della mia città, Firenze, era caratterizzato da botteghe artigiane, gastronomie tipiche, negozi storici e altre attività commerciali fortemente legate al territorio. Poi gli affitti sono aumentati vertiginosamente e sono arrivate le grandi marche della moda che hanno via via sfrattato i negozi storici, costretti a chiudere perchè non potevano competere con una simile concorrenza (non a caso è stata creata l’associazione “negozi storici” proprio con l’interesse di tutelare i pochi rimasti).

    Si diceva che era la “globalizzazione”, e che questa portava le varie Prada, Hermes o LV laddove c’erano negozi di prodotti alimentari, ferramenta, pelletterie o – al limite – boutique di marchi locali. Ma soprattutto si diceva che in centro a Firenze “di fiorentino non è rimasto nulla”, intendendo per “fiorentino” un qualcosa di tipico, di caratteristico, di fortemente legato al territorio e alla sua tradizione artigiana.

    Il concetto è lo stesso per molte altre città italiane, e anche Istanbul non può fuggire da questa logica. Quando tra qualche anno il quartiere di Tarlabasi (giusto per fare un esempio) sarà stato raso al suolo e convertito in un quartiere alla moda, pieno zeppo di boutique francesi, catene alberghiere americane e ristoranti italiani, anche in questo caso si dirà che “a Tarlabasi di turco non è rimasto nulla”…

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      sinceramente non riesco a capire perche’ ti ostini a difendere questa RAZZISTA matricolata (perche’ e’ di questo che stiamo parlando).

      ad ogni buon conto, quando hai voglia di farti una passeggiata da queste parti io e la mia fidanzata (turca: pero’ ha la carnagione chiara e parla anche inglese/francese/italiano, quindi non so se puo’ essere considerata autenticamente turca) ti accompagniamo volentieri: scoprirai negozi e ristoranti dal nome turco, gestiti da turchi, con prodotti turchi (ci sono delle eccezioni, ovviamente). e verremo in tua difesa ogni volta che qualcuno se la prendera’ a male se – incontrando un russo o un inglese – gli griderai in faccia ‘NON PASSA LO STRANIEROOOOOOOOOO’

    • Filippo M. ha detto:

      Bernardo, vivi a Istanbul? Oppure ci passi regolarmente abbastanza tempo?

  4. ricciarmani ha detto:

    Io ho solo espresso la mia opinione, non ho difeso nessuno.

    La tua zona la conosco molto bene, sono venuto spesso a fotografarla e sempre molto volentieri; comunque ti ringrazio dell’invito che spero di poter accettare un giorno.

    Anche io ho molti/e amici / amiche turchi/e che parlano perfettamente molte lingue. Tuttavia quando vado – spesso – a Diyarbakir, Erzurum, Mus, Batman, Giresun, Trabzon, Elazig, Kayseri etc. ho un po’ più di difficoltà di comunicazione, ma per fortuna la mia conoscenza del turco mi aiuta e mi offre anche la possibilità di parlare con le persone del posto, che sono sempre estremamente piacevoli e cordiali. Ricordo quando un anno fa andai a fotografare la Ulu Camii di Erzurum, una delle moschee più belle della Turchia e fui accolto come ospite d’onore. Partecipai alla cerimonia della sera, in rispettoso silenzio, e fui invitato dalla comunità locale a mangiare datteri e bere il tè con loro. Mi dissero che erano onorati che uno straniero visitasse/fotografasse la loro moschea e mi chiesero anche di venire la mattina successiva, ma dovevo lavorare e tristemente fui costretto a declinare l’invito.

    Questo per dirti che anche io conosco la Turchia, credo anche abbastanza bene, e non ho mai avvertito il bisogno che qualcuno venisse in mia difesa (comunque ti ringrazio dell’offerta di aiuto). Però mi dispiace vedere come alcune zone di Istanbul stanno cedendo il passo convertendo aree “autentiche” (adesso so che mi attaccherai chiedendomi cosa intendo dire con “autentiche”) per fare spazio a quartieri che rischiano una perdita di identità (dai, attaccami anche su cosa vuol dire “identità”), esattamente come è successo in altri posti non troppo tempo fa.

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      se la mia zona la conosci molto bene, mi dici cosa c’e’ di ‘non turco’ – a parte qualche negozio di prodotti stranieri (anche italiani) – e dove sono queste orde di russi e inglesi che stanno colonizzando Baghdat Caddesi al posto degli indigeni?

      perche’ non sostengo ce questo fenomeno non esiste… ma che non esiste qui: ma i negozi e ristoranti di classe e di lusso evidentemente non corrispondono evidentemente agli stereotipi di chi ha scritto le sciocchezze segnalate!

  5. Filippo M. ha detto:

    Per una volta mi tocca dare ragione a Giuseppe!
    Questi, alla Ottaviani, sono pregiudizi al contrario, nel senso che sarebbe autenticamente originale solo quello che è ancora un po’ esotico e vecchio (o antiquato).

    Certamente la globalizzazione ha uniformato sempre più i modi di vivere e quindi le città di tutto il mondo, che ne sono diretta espressione, si assomigliano sempre più.
    Tuttavia, che piaccia o no, questa è la nostra epoca. Non si può fare come certi fotografi (anche famosi come Alex Webb http://inmotion.magnumphotos.com/essay/istanbul) che non fotografano di proposito quello che è moderno, mostrando una Istanbul che non esiste più, essendo questa una città di mille anime che si ritrovano tanto nelle gambe delle ragazze di Bağdat Caddesi quanto nei baffi di Kumkapı e Fatih.

    Anch’io all’inizio ero vittima di quest’approccio orientalista (forse perché avendo vissuto a Üsküdar come prima esperienza ho avvertito il cambiamento maggiormente) ma adesso, dovendo scegliere, preferisco documentare fotograficamente la vita di Nişantaşı o Bebek a quella di Tarlabaşı che pure è fotograficamente molto più interessante e che andrà irremediabilmente perduta nel giro di qualche anno. Perché? Perché tanti fotografi hanno dato e stanno dando già il loro contributo a riguardo e perché, ora come ora, è una parte della città tra le meno rappresentative dell’Istanbul del XXI secolo. La Istanbul di Ara Güler è perduta per sempre e persiste solo come un ultimo riflesso nelle pozzanghere di un’epoca ormai tramontata.

    Se lo scopo è raccontare la realtà, dobbiamo accettare il fatto che Istanbul sia una città molto più brutta, conformista e meno interessante dopo decenni di cementificazione e globalizzazione; ciò non la rende però meno turca né tantomeno rende più turche le parti che hanno resistito finora in qualche modo.

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      a me sembra di leggere le parole di un pensionato leghista che, dopo che una famiglia di nord-africani si e’ trasferita nel suo quartiere, si avvelena perche’ non vuole negri tra le palle! ecco, il livello delle considerazioni della collega e’ piu’ o meno questo: e ancor piu’ grave – per chi dovrebbe fare informazione sulla Turchia – e’ il suo implicito riferimento alla ‘purezza turca’ in una citta’ storicamente cosmopolita, da sempre punto di armonico incontro tra genti, etnie, lingue, culture, religioni. roba da pazzi!

      • ricciarmani ha detto:

        Ho letto il tuo articolo sul Gran Bazar, peraltro molto interessante. Mi permetto di trarne spunto per ricollegarmi a questa discussione. Immagina tra 15 anni se ti capitasse di tornare al Gran Bazar e di trovare al posto dei suoi negozi tipo quello di Levent, una serie di boutique che vendono le stesse marche che trovi ovunque (Gucci, LV, Prada) oppure prodotti e souvenir “Made in China” che con la Turchia e con la sua storia di artigianato non hanno niente a che fare. Non ti verrebbe da pensare “qui di autentico non c’è rimasto più nulla”?

        • Istanbul, Avrupa ha detto:

          certo! potrei anche dire che di ‘turco’ non e’ rimasto piu’ nulla!!!

          pero’ – ti ripeto – su Baghdat Caddesi l’80-90% degli esercizi commerciali (ristoranti compresi) e’ gestito da turchi, ha personale turco, vende o serve prodotti turchi: turchi ma ‘rivisitati’, per tener conto della modernita’ e della globalizzazione.

          prendi Simit Sarayi, ad esempio: e’ ‘turco’… oppure il simit possono venderlo solo i carrettini per strada?

          e’ questo il pregiudizio della Ottaviani: considerare quella turca una societa’ pre-moderna in cui la modernita’ e’ qualcosa di estraneo, di ‘non turco’ (ignorando completamente la storia dell’impero ottomano nella seconda meta’ del XIX secolo).

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