Istanbul e l’autenticità dell’esperienza turistica


Ieri la mia amica Daniela Patanè ha scritto un interessante post sull’autenticità dell’esperienza turistica, che è un po’ una risposta ai miei decaloghi – e a qualche mia provocazione – dedicati a cosa fare o non fare a Istanbul, a cosa vedere o non vedere assolutamente: lo potete leggere direttamente sul suo blog, Storie di viaggio.

Intervengo sinteticamente, con la speranza di innescare un bel dibattito.

Primo, a mio avviso le città possono essere capite solo a partire dal loro funzionamento: cioè, percorrendone le vie di comunicazione (che a Istanbul sono particolarmente suggestive, visto che comprendono le vie d’acqua), meglio se – almeno quando possibile – a piedi; immergendosi nella loro stratificazione, magari attraverso i musei civici/archeologici; visitandone i mercati, soprattutto quelli di approvvigionamento alimentare. Le città si visitano seguendo ITINERARI!

Secondo, ho sempre detestato il turismo delle “cose principali”: perché non si capisce bene chi debba stabilire cos’è “principale” e cosa non lo è, soprattutto in base a quali criteri (quel che è peggio, regolarmente le “cose principali” vengono visitate al di fuori del contesto comunicativo/stratigrafico).

Terzo, non riesco a comprendere l’obiezione del “poco tempo a disposizione”: se si ha poco tempo a disposizione, magari non è una buona idea visitare una città enorme che richiede molto tempo per essere “capita”; non si è obbligati a venire a Istanbul se si ha poco tempo a disposizione: le alternative più adeguate non mancano, sia sul territorio nazionale (italiano) sia all’estero.

Quarto, per “luoghi turistici” intendo quelli organizzati e gestiti come attrazioni spettacolarizzate, come luna park della storia: la basilica cisterna di Istanbul, in cui per l’appunto luci e musica non hanno nulla a che vedere con la funzione del luogo o con finalità didattiche/esplicative. Per fare degli esempi: il Louvre continua a essere il più importante museo del mondo nonostante la folla quasi perenne (ma vivere a Parigi mi ha permesso di andarci – spesso – in orari serali: quando le orde di giapponesi si erano ormai ritirate); la Moschea blu di Istanbul ho sconsigliato di vederla quando c’è folla, in ogni caso ho dato alternative di moschee che considero più belle e interessanti; Ayasofya a Istanbul, avendo perso il suo carattere sacrale, offre un’esperienza di visita – a causa di flash continui e brusio di sottofondo – a mio avviso del tutto insoddisfacente.

In ogni caso, poi ovviamente siete liberissimi di fare quello che volete: non ho nessuna intenzione di piazzarmi a Sultanahmet, di sabato e domenica, armato di cartello ‘turista fessacchiotto tornatene a casa’…

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2 risposte a Istanbul e l’autenticità dell’esperienza turistica

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