La Turchia e la primavera curda


In Turchia è arrivata la primavera: non solo quella del calendario e climatica, ma anche una primavera tutta politica. Una primavera più curda che turca, in effetti: perché proprio il 21 marzo – il giorno di Newroz, celebrato saltando sul fuoco della rinascita (una sorta di capodanno persiano) – Abdullah Apo Öcalan ha invitato i miliziani del Pkk al cessate il fuoco e turchi e curdi a lavorare insieme per una pace duratura. Il messaggio è stato letto nelle due lingue – turco e curdo – nella piazza di Diyarbakır affollata da oltre duecentomila persone, in un tripudio di giallo, verde e rosso: i colori del movimento politico e popolare che – a fasi alterne, nel corso dell’ultimo secolo – ha cercato di creare uno Stato indipendente, una nazione, almeno un’identità collettiva; in ogni caso, sempre in contrapposizione – anche violenta – alla Repubblica turca fondata nel 1923 da Mustafa Kemal Atatürk.

A leggere il messaggio sono stati i deputati del Bdp (Partito per la pace e la democrazia, filo-curdo) Sırrı Süreyya Önder e Pervin Buldan; Öcalan non ha potuto farlo di persona, è in carcere dal 1999 con una condanna all’ergastolo: perché il Partito dei lavoratori curdi dai lui fondato nel 1978 – con un’esplicita impostazione marxista e maoista – ha scelto ben presto la strada delle armi e del terrorismo: innescando una guerra civile che – anche a causa di rappresaglie militari contro la popolazione civile – ha provocato decine di migliaia di morti, devastazioni e miseria nelle aree sud-orientali del paese.

Il messaggio del leader del Pkk non è stato una mossa improvvisa, ma il culmine di un lungo processo iniziato – già nel 2002 – con “la primavera turca”: la definitiva ascesa al potere del movimento politico d’ispirazione islamica, attraverso il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) guidato da Recep Tayyip Erdoğan, che ha smantellato il sistema autocratico kemalista – forze armate, alta burocrazia, élites economiche – e contestualmente promosso riforme democratiche per includere nel progetto nazionale le masse conservatrici e le minoranze musulmane e non musulmane. Il culmine di questo processo sarà la nuova costituzione, attualmente in fase di elaborazione, basata su di una definizione di cittadinanza non più etnica ma civica: diretto riconoscimento della parità tra turchi, curdi, alevi, romei, armeni, siro-ortodossi, laz, circassi, bosniaci, cattolici e tutti gli altri gruppi che formano il mosaico etnico della Turchia.

Nel 2009, il premier di Ankara ha deciso di favorire la pacificazione nazionale attraverso negoziati diretti tra lo Stato e Öcalan, incaricandone il responsabile dei servizi segreti – e suo fedelissimo – Hakan Fidan: il cosiddetto “processo di İmralı”, dal nome dell’isola in cui Apo è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza; pacificazione nazionale che è stata giudicata indispensabile non solo per compiere la transizione da autocrazia a democrazia, ma anche per assicurare un più armonico sviluppo economico nelle aree più depresse del paese: un piano di incentivi agli investimenti industriali è già stato lanciato, da decenni si lavora alla costruzione di grandi dighe per modernizzare l’agricoltura. I negoziati – avviati in tutta segretezza – sono però stati ripetutamente sabotati, probabilmente sia da pezzi deviati dello Stato (lo “Stato profondo”) sia dalle fazioni più intransigenti del Pkk: diffondendo su Internet le registrazioni dei colloqui di cui Erdoğan aveva negato l’esistenza, organizzando temerarie azioni di guerriglia contro l’esercito, provocando sanguinosi incidenti come il bombardamento di Uludere (vittime, 34 contrabbandieri scambiati per membri del Pkk); sono ripresi a dicembre con maggiore trasparenza e col coinvolgimento del Bdp e hanno dato stavolta frutti pressoché immediati: nonostante l’ulteriore tentativo di farli deragliare con l’uccisione a gennaio – a Parigi – di una fondatrice del Pkk e di due attiviste filo-curde. Ma c’è davvero voglia condivisa di pace.

[…]

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