Ahmet Davutoğlu e le mediazioni internazionali (conferenza a Istanbul)


(pubblicato oggi sulla rivista Il Mulino online)

Una necessità, più che una scelta. La Turchia vuole trasformare in profondità il sistema delle relazioni internazionali: per renderlo più equo e rappresentativo, per farlo funzionare meglio. La politica estera del ministro Ahmet Davutoğlu – reso famoso dall’approccio “degli zero problemi” nei confronti dei Paesi confinanti – ha infatti un respiro globale ed è fondata su una serie di iniziative di alto profilo e aggreganti, che hanno un obiettivo unico: il definitivo superamento delle istituzioni emerse nel secondo dopoguerra, ancorate – per mentalità e procedure – allo schema bipolare della Guerra fredda o alla frattura Nord/Sud.

Negli corso degli ultimi anni la Turchia ha reclamato, in maniera sempre più intensa, una riforma inclusiva del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per eliminare i privilegi dei 5 membri permanenti, ha favorito la creazione del G20 come alternativa al G8, si è fatta portavoce degli Stati meno sviluppati (Ldc) in seno all’Onu e organizzerà un tavolo Ldc-G20 quando nel 2015 ne sarà presidente di turno. Ha dato inoltre vita, insieme alla Spagna, all’Alleanza delle civiltà per promuovere il dialogo planetario e combattere le derive da scontro di civiltà e ha lanciato insieme alla Finlandia – e sempre in ambito Onu – il progetto “Amici della mediazione”.

Il capo della diplomazia di Ankara considera infatti le negoziazioni internazionali – in cui è frequentemente coinvolto – uno strumento privilegiato per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti; si è quindi attivato affinché venga istituito a Istanbul un centro internazionale per le mediazioni, dove – al sicuro e al riparo da pressioni – facilitare processi di pace. Per il momento, il suo ministero ha organizzato nella città sul Bosforo due grandi conferenze internazionali, con la partecipazione di esperti, diplomatici, ministri, mediatori ed ex nemici riappacificati; l’ultima l’11 e 12 aprile.

Durante la prima, nel 2012, Davutoğlu aveva parlato della sua esperienza personale, raccontando diversi aneddoti gustosi; facendo poi riferimento al contributo della Turchia in campo internazionale, lo aveva presentato come una necessità più che una scelta, dato che il proprio Paese si è trovato coinvolto nei maggiori terremoti geopolitici degli ultimi vent’anni: la fine dell’Unione Sovietica (1991), la guerra globale al terrorismo dopo l’11 settembre (2001), il risveglio arabo e la crisi economica europea e mondiale (2011).

Ha voluto ribadire lo stesso concetto anche quest’anno, nella sessione conclusiva in cui hanno preso la parola, oltre a lui, il ministro filippino – e mediatrice nella guerra civile di Mindanao – Teresita Quintos Deles, il ministro degli Esteri finlandese Tuomioja, il presidente dell’Assemblea generale dell’Onu – ed ex ministro degli Esteri della Serbia – Jeremic. “Perché la Turchia è così attiva? Perché è al centro del continente afro-eurasiatico e tutti questi problemi ci riguardano direttamente”. Con “questi” si è riferito ai conflitti e alle crisi che figurano nella sua agenda di aprile e maggio: Siria, Sudan, Somalia, Afghanistan, Iran, la trilaterale Turchia-Georgia-Azerbaigian per il Caucaso, la trilaterale Turchia-Bosnia-Erzegovina-Serbia per il Kosovo.

Ha quindi spiegato come la riforma del sistema internazionale interessi tre distinti livelli: quello nazionale, in cui a prevalere deve essere la logica della democrazia, della legittimità dei governanti e della dignità per tutti i cittadini; quello regionale, in cui i conflitti vanno affrontati col massimo grado di coinvolgimento come nel “processo di Istanbul” sull’Afghanistan; infine quello globale, in cui “la comunità internazionale ha bisogno di voci che la rappresentino”.

E la Turchia vuole essere “la voce delle vittime, la voce della pace”: come nel caso della Palestina, che ha il diritto di avere piena sovranità nei confini del 1967 e Gerusalemme come capitale condivisa tra i due Stati (“nessuno può monopolizzare Gerusalemme, la città delle tre religioni abramitiche”). Ma basteranno le scuse ottenute da Israele per l’eccidio della Mavi Marmara e il gradimento degli Usa per accreditarsi di nuovo come mediatrice? Nel frattempo, gli “Amici della mediazione” fanno proseliti, in un anno i membri sono passati da 32 a 44; sono state anche prodotte due risoluzioni dell’Assemblea generale, con in allegato a quella del 2012 una “guida per la mediazione efficace”.

L’obiettivo è utopico: esaminare ogni anno una success story fino a quando i conflitti non scompariranno. Del progettato centro internazionale a Istanbul, però, l’11 e 12 aprile non si è parlato.

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