Turchia – Le opportunità offerte da un paese “giovane e dinamico”


(pubblicato oggi su Develop.med dell’Istituto Paralleli)

Nel 2012 il prodotto interno lordo della Turchia è cresciuto del 2,2%, ben al di sotto delle stime che – ancora a metà anno – oscillavano tra il 3 e il 4%. In questo contesto di rallentamento – provocato sia dalla crisi globale, sia dalla politica monetaria restrittiva necessaria a sanare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti – l’Italia ha sostanzialmente mantenuto le sue ottime posizioni. Le esportazioni italiane si sono attestate attorno a 13,5 miliardi di dollari (pressoché invariate), con un saldo positivo di 6,5 nell’interscambio. Le imprese italiane di diritto turco, pur nelle difficoltà di un censimento completamente affidabile, sfiorano ormai quota 1000. Gli investimenti sono aumentati del 57%, per un totale di 161 miliardi di dollari.

Proprio gli investimenti e il modo in cui la Turchia cerca di incentivarli sono stati al centro di un incontro, dal titolo “Investire in Turchia: esperienze ed opportunità”, organizzato a Istanbul dall’Ufficio economico-commerciale dell’Ambasciata d’Italia, l’11 aprile a Palazzo Venezia. A intervenire, davanti a una platea di imprenditori italiani, Derun Ülgen di Ispat, l’Agenzia governativa per il supporto e per la promozione degli investimenti in Turchia. Attraverso dati, grafici, tabelle, specchietti normativi e qualche immagine ha spiegato quali sono le buone ragioni – almeno secondo le autorità di Ankara – che dovrebbero spingere le aziende straniere a investire in Turchia. Ha preso successivamente la parola anche il dottor Massimo Deandreis di SRM – Studi e ricerche per il Mezzogiorno, che ha illustrato uno studio comparativo sulla presenza imprenditoriale di Italia e Germania.

Innanzitutto, la Turchia è un paese giovane e dinamico. L’età media della popolazione è di 30 anni – con metà sotto i 29 – contro i 45 dei 27 membri dell’Unione europea. In più, ha una posizione geografica da hub naturale che consente il facile accesso a una pluralità di mercati – 56 stati nel raggio di 4 ore d’aereo – e già ospita le sedi regionali di numerosi multinazionali (Coca Cola, Microsoft, Unilever, Ericsson, Pfizer e molte altre). E’ dotata di una forza lavoro – almeno secondo le slides della dottoressa Ülgen – “produttiva e competente”, con un bassissimo tasso di assenze lavorative (4,6 giorni di malattia all’anno) e una settimana lavorativa estremamente lunga (52,9 ore, contro le 41,6 della media Ue). La Turchia ha inoltre conosciuto negli ultimi anni riforme legislative in serie, a partire dal nuovo codice commerciale entrato in vigore lo scorso anno e imperniato sui principi di trasparenza e responsabilità.

Ma non bisogna dimenticare i dati macro-economici, indicatori eloquenti dei passi in avanti compiuti nel decennio di governo monocolore del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp): crescita media annua del 5,1%, Pil pro capite triplicato (da 3400 a 10500 dollari), inflazione scesa dal 30 al 7%, esportazioni moltiplicate per cinque, su mercati diversificati e con una componente sempre più sostanziosa di tecnologia incorporata. Lo stesso governo ha fissato per il 2023 – la data fortemente simbolica del centenario della Repubblica – obiettivi estremamente (o forse eccessivamente) ambiziosi: Pil tra i primi dieci al mondo (Goldman Sachs stima la Turchia al nono posto, ma più realisticamente solo nel 2050), Pil pro capite a 25000 dollari, valore delle esportazioni a 500 miliardi di dollari (tre volte il livello attuale). I settori in cui si prevedono le migliori opportunità sono quelli degli autoveicoli (2 milioni di unità da produrre nei prossimi 5 anni), delle reti infrastrutturali (autostrade, ferrovie, porti, aeroporti), dell’energia, del real estate, della finanza, delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

La rappresentante dell’Ispat ha inoltre illustrato in dettaglio il meccanismo di funzionamento del sistema degli incentivi per gli investimenti, che ha come obiettivo strategico la riduzione della dipendenza dalle importazioni di prodotti semilavorati. Esistono, in effetti, quattro diversi programmi: il primo, un “regime generale” che agisce tramite l’esenzione dalle tasse doganali o dall’Iva per attrezzature e macchinari importati o acquistati in loco; il secondo, un “programma regionale” in cui gli incentivi – di carattere soprattutto fiscale – vengono accordati in base al tasso di sviluppo di ognuna delle 81 province in cui è divisa la Turchia; il terzo, un “programma di incentivi agli investimenti su larga scala”, relativo per esempio alla raffinazione, ai porti e ai servizi portuali, all’industria automobilistica, alla produzione di locomotive ferroviarie e di carrozze ferroviarie e di tram, al settore elettronico, alla produzione di apparecchiature mediche, alla produzione di aerei e veicoli spaziali, al settore minerario; il quarto, un “programma di incentivi per investimenti strategici” per la produzione di beni semilavorati e finiti nei settori con alta dipendenza dalle importazioni.

Per i dettagli basta rivolgersi direttamente all’Ispat, nelle due sedi di Istanbul e Ankara o attraverso il sito web in cui spiccano i “10 motivi per investire in Turchia”: un’economia di successo, popolazione [giovane], una forza lavoro qualificata e competitiva, clima per gli investimenti liberale e riformista, posizione centrale, infrastrutture, corridoio energetico e terminale per gli approvvigionamenti energetici dell’Europa, tasse ridotte e incentivi, accordo di unione doganale con l’Ue dal 1996, importante mercato nazionale.

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