La Turchia e la “difesa della pace”


Missili, mimetiche e bombe a mano. Da 7 al 10 maggio, a Istanbul, 781 aziende provenienti da 50 paesi hanno messo in mostra i loro prodotti più sofisticati alla Fiera internazionale dell’industria della difesa (Idef), che con l’edizione numero 11 (è organizzata dal 1993 dalla Fondazione delle forze armate turche (Tskgv) con cadenza biennale) si è definitivamente affermata come la più grande della regione eurasiatica e tra le cinque più importanti al mondo: cinquantamila visitatori, 105 delegazioni ufficiali, uniformi e stellette dappertutto.

Una fiera ad alta tecnologia: quella della Turchia, soprattutto. Dopo l’inno nazionale – sotto il ritratto protettore di Atatürk – e immagini di mezzi e soldati in azione proiettate sul maxischermo, il ministro della Difesa İsmet Yılmaz ha intonato un’ode alla modernizzazione in parte compiuta e in parte ancora in corso: «in passato acquistavamo dall’estero o al massimo creavamo joint-ventures, adesso abbiamo produzioni nazionali che rispondono agli standard internazionali e che sono state esportate nel 2012 per un valore complessivo di 1,28 miliardi di dollari».

Le forze armate turche, in effetti, in virtù delle riforme volute dal governo del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), hanno perso la centralità politica di un tempo. Basti pensare ai 4 colpi di stato inferti alla nazione dal 1960 al 1997, con macchinazioni e complotti negli ultimi contro l’Akp, che hanno portato a inchieste della magistratura, ad arresti anche dei vertici, a processi già arrivati alle prime e pesanti condanne. Il riscatto è nell’industria e nel ritorno alla missione primaria indicata da Atatürk, con uno dei suoi slogan che resistono al tempo: “pace nella nazione, pace nel mondo”. L’ha citato nel suo intervento inaugurale anche il presidente del Parlamento, Cemil Çiçek, che ha individuato nella robustezza delle forze armate e dell’industria della difesa le chiavi per preservare la pace in un contesto geopolitico particolarmente difficile, a partire dalla situazione in Siria. L’orgoglio (nazionale) ritrovato.

Gli stand, le brochures e i sorrisi elargiti erano molto eloquenti: il salto qualitativo c’è stato, l’industria della difesa turca ha compiuto la transizione voluta. Qualche nome su tutti: Altay, il carrarmato tutto turco; T129 Atak, l’elicottero d’attacco co-prodotto dalle Industrie aerospaziali turche (Tai) e dalla anglo-italiana AgustaWestland, di Finmeccanica; UMTAS, il missile anti-carro a lunga gittata, sviluppato dalla Roketsan proprio per il T129; Tulpar, il nuovo blindato della Otokar; Karayel e Bora, i droni prodotti dalla Vestel e dalla AYESAŞ e integralmente turchi (software compreso); Anka, il drone della statale TUSAŞ. E poi scarponi ed elmetti, fucili e munizioni, armi non letali per il controllo della folla, sistemi di videosorveglianza e simulatori di ogni tipo. La guerra come gadget, ma sempre “per difendere la pace”.

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