La moda del made in Turkey


L’obiettivo lo ha fissato direttamente Recep Tayyp Erdoğan: «Avere almeno 10 grandi brand internazionali entro il 2023» (nel centenario della Repubblica creata Atatürk: data-simbolo in occasione della quale il Partito della giustizia e dello sviluppo – l’Akp, al potere dal 2002 – ha fissato una serie di traguardi socio-economici e politici da raggiungere). Il premier si è così rivolto, martedì 7 maggio, agli imprenditori dell’Associazione dei produttori turchi di abbigliamento (Tgsd), riuniti per la serata inaugurale della sesta Conferenza internazionale sulla moda all’hotel Shangri-La sul Bosforo, appena aperto in uno sfoggio di raffinatezza e lusso (la Tgsd è stata fondata già nel 1976). «Non accetto l’idea che la Turchia è rimasta indietro rispetto ad altri paesi nell’industria tessile e della moda; al contrario, siamo in grado di competere con chiunque: sono sicuro che questa conferenza darà nuovo vigore agli sforzi della Turchia per assicurarsi una fetta crescente di mercato e il governo farà la sua parte», così ha proseguito e concluso Erdoğan.

Nei due giorni successivi, una conferenza vera e propria con molti ospiti stranieri: forse troppi, ha osservato più di qualcuno durante le pause di networking, e incontri bilaterali tra gli imprenditori per fare progetti e affari. L’ospite d’onore è stato il ministro per gli affari europei Egemen Bağış: ha presentato Istanbul come una delle nuove capitali della moda, in cui nascono marchi capaci di farsi conoscere in tutto il mondo; ha sottolineato il ruolo cruciale di designers ed esportatori nel dare all’esterno un’immagine nuova e più moderna della Turchia, così da contribuire a sconfiggere quei pregiudizi che rendono più difficili le trattative per l’adesione di Ankara all’Unione europea: «Vi considero membri a tutti gli effetti del mio team negoziale».

Insomma, la Turchia non vuole più essere una manifattura a basso costo: vuole essere una “nuova Italia” – per tutti il modello a cui ancora ispirarsi, almeno nel settore della moda – e totalizzare valore aggiunto con lo stile e le firme che da sole moltiplicano i prezzi; “dal made in Turkey al designed in Turkey”: questo è stato ad esempio lo slogan lanciato lo scorso anno in occasione della Biennale del design. Ma non mancano i problemi, tutti economici: ne ha parlato il presidente della Tgsd Cem Negrin rivolgendosi ai presenti: «Oggi persone che domani si trasformeranno in buoni affari». Se l’è presa essenzialmente con le barriere tariffarie: quelle dell’Ue, che consigliano una delocalizzazione delle manifatture turche in Europa orientale, quelle degli Usa, che arrivano al 30% e richiederebbero un accordo di libero scambio. Ha però espresso soddisfazione per i nuovi incentivi decisi dal governo per le zone depresse della Turchia orientale: arriveranno sicuramente investimenti, anche per la produzione autoctona del cotone. In ogni caso, le esportazioni complessive del settore – tessile e abbigliamento – hanno raggiunto nel 2012 il totale in valore di 23,9 miliardi di dollari (in lieve calo rispetto al 2011).

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