Turchia, ondata di proteste


Tutto è nato per un parco, ma le cause sono più profonde e diverse. Istanbul e molte altre città della Turchia sono da venerdì teatro di manifestazioni e proteste: l’obiettivo in principio era la salvaguardia del Gezi Parkı a ridosso di piazza Taksim, di ridotte dimensioni e non particolarmente curato, oggetto di un vasto e poco trasparente progetto di sviluppo urbano che prevede la ricostruzione della caserma ottomana dell’artiglieria – Topçu Kışlası, demolita nel 1940 – per destinarla probabilmente a centro commerciale, a residenze di lusso, a non meglio precisati spazi sociali; l’intervento affrettato e sbrigativo della polizia – che ha sgombrato un gruppetto di un centinaio di persone all’alba di venerdì 31 maggio – ha scatenato una reazione a catena, i manifestanti sono diventati migliaia e poi decine di migliaia: animati da ostilità nei confronti del governo dell’Akp e in particolare del premier Erdoğan, accusato di essere un autocrate intento a imporre un modello di società conservatrice ispirato all’Islam.

Ulteriori tentativi di disperdere la folla – facendo largo uso di gas lacrimogeni e idranti – hanno fatto allargare la protesta a macchia d’olio; iniziative di solidarietà – definite “resistenza” o “ribellione” – sono spuntate un po’ dappertutto tranne che nei feudi elettorali dell’Akp: caroselli di auto, sostegno ai manifestanti con distribuzione di limoni (contro i gas), bandiere nazionali anche con l’effigie di Atatürk, attraversamento in massa e a piedi del ponte sul Bosforo, percussioni a ore prestabilite di pentole e coperchi da parte di chi è rimasto a casa, slogan per chiedere le dimissioni ai vertici politici. Il primo ministro, nella giornata di sabato, ha utilizzato toni di sfida nei confronti dei manifestanti e soprattutto del leader dell’opposizione kemalista Kılıçdaroğlu: accusato di cavalcare la protesta per finalità di partito (del suo partito, il Chp); ha anche osservato che «ogni quattro anni ci sono le elezioni e il popolo può fare le sue scelte», che «quelli che hanno problemi con le politiche del governo possono esprimere le proprie opinioni ma rispettando le leggi e le regole della democrazia».

Solo l’intervento del presidente Gül appena rientrato da un viaggio in Turkmenistan – che ha parlato al telefono con il governatore di Istanbul, con il ministro degli interni, con lo stesso premier – ha riportato la calma: la polizia si è gradualmente ritirata da piazza Taksim (ma le proteste e gli scontri sono proseguiti altrove), sono state promesse indagini sulla correttezza delle azioni della polizia, lo stesso Kılıçdaroğlu ha rinunciato a tenere i comizi previsti (ma è comunque andato in piazza, da “privato cittadino”). Il comunicato presidenziale invita «a essere aperti al dialogo, a dare ascolto a opinioni diverse; in un paese democratico le reazioni devono essere espresse in modo da non lasciar spazio agli abusi, con calma e buon senso»: parole concilianti, in contrasto con quelle di Erdoğan che anche domenica non ha risparmiato epiteti offensivi ai manifestanti – çapulcu, saccheggiatori – in modo indiscriminato, senza fare troppe distinzioni tra proteste legittime e azioni di distruttiva ma episodica guerriglia. D’altra parte, l’Akp non ha mobilizzato i propri sostenitori (il premier aveva però annunciato contro-manifestazioni – e dieci volte più numerose! – se quelle del Chp avessero avuto luogo), che si sono limitati a invadere Facebook con immagini e slogan a favore del loro leader – büyük usta, grande maestro – e della polizia.

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4 risposte a Turchia, ondata di proteste

  1. Pingback: Turchia, ondata di proteste - Istanbul Avrupa - Webpedia

  2. Pingback: 4 giugno 2013 ore 10:05 UN COMMENTO DA ISTANBUL DI AVRUPA SULL’ARTICOLO DI LORENZO POSOCCO /DA lIMES// CHE E’ IL SEGUENTE QUI SUL BLOG—VEDETE CHE IL MONDO E’ DAVVERO VARIO E VARIOPINTO—A CHI CREDERE? PURTROPPO, “CREDERE

  3. Stefano ha detto:

    Ciao radioserva…
    “lo stile di governo adottato dal leader dell’Akp non lascia troppo spazio alle manifestazioni di dissenso.” –> Diciamo che i metodi sono un po’ quelli di Putin; arresto indiscriminato degli oppositori *(giornalisti, militari, sindaci, studenti) con false accuse, supportate da un giudiziario fantoccio;
    “legge sull’insegnamento religioso nelle scuole, progressiva (ma ancora non completa) abolizione del divieto d’indossare il “velo” islamico per studenti universitarie e impiegate del settore pubblico, aumento della tassazione sulle bevande alcoliche e restrizioni sulla loro vendita” –> chiaro processo di de-secolarizzazione e limitazione delle libertà personali;
    “la “primavera turca” è in corso da un decennio, la graduale trasformazione della Turchia – innescata proprio dall’Akp – da regime autoritario a democrazia” –> la solita minchiata, sono al potere da dieci anni, e qual’è il risultato… un nuovo deep state islamista, la cemaat everywhere, giornalisti e opposizione al muro, e – udite udite – riforma presidenziale! Recep Putin, pure clericale… Meravigliosi passi avanti direi! Ma quello che sconvolge è che tu ci credi davvero…
    “il premier aveva però annunciato contro-manifestazioni – e dieci volte più numerose!” –> di nuovo, come quelle di Putin, in cui i manifestanti di Russia unita con il supporto del sistema di potere riempiono di botte gli oppositori, un po’ come i manipoli fascisti.
    “moschee” –> davvero se ne avverte la necessità… giustamente se vuoi diventare sultano hai bisogno di una moschea con sei minareti; sai, le dimensioni contano.

  4. LUCIANO ha detto:

    SENZA ERDOGAN LA TURCHIA VA A GUERRA CIVILE

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