Bers: la Turchia come guida dei “potential recipient countries”


(pubblicato su Develop.med dell’Istituto Paralleli; e anzi, mi permetto di consigliarvi l’iscrizione alla newsletter: così da ricevere tutti gli articoli sull’area mediterranea)

Il ventiduesimo meeting annuale della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), che si è tenuto a Istanbul l’10 e 11 maggio, ha offerto una piattaforma di visibilità ai paesi “Semed”: quelli del Mediterraneo meridionale e orientale, impegnati in una difficile fase di transizione – istituzionale ed economica – dall’autoritarismo e dal dirigismo alla democrazia e al libero mercato. Mattatore, il premier turco Erdoğan: che ha voluto suggellare la sua nuova politica nella regione – una politica dinamica e ambiziosa – organizzando una colazione di lavoro coi suoi omologhi di Tunisia (Ali Laarayedh), di Giordania (Abdalla Ensour) ed Egitto (Hisham Qandil), coi rappresentanti di Yemen e Libia; “uno storico incontro per la prima volta a questo livello”, lo ha definito il presidente della Bers Suma Chakrabarti (britannico di origini indiane, in carica da meno di un anno) nel suo discorso di apertura: per discutere essenzialmente di “come attrarre investimenti e promuovere la cooperazione economica”.

L’Egitto, la Giordania, il Marocco e la Tunisia, infatti, dallo scorso autunno – e in attesa di diventare quanto prima membri a pieno titolo – hanno acquisito lo status di “potential recipient country” e hanno cominciato a beneficiare dei finanziamenti e dell’assistenza tecnica della Bers; per la banca con sede a Londra, si tratta di una vera e propria rivoluzione: visto che è stata creata nel 1990 con l’obiettivo di favore la transizione delle repubbliche ex sovietiche e delle ex “democrazie popolari” dell’Europa orientale. La sfida è immensa: adottare un modello pensato espressamente per un contesto determinato a tutt’altra area geografica, che in più si differenzia per esperienze storiche vissute e per specificità cultural-religiose; in questo processo di adattamento, per ragioni di compatibilità, alla Turchia è stato in sostanza affidato un ruolo di guida.

In realtà, la Bers ha iniziato a operarvi solo di recente, a partire dal 2009 (è comunque uno dei paesi fondatori): ma come ha ricordato il presidente Chakrabarti, “la Turchia è ormai il nostro secondo più grande paese in cui siamo attivi, solo lo scorso anno abbiamo investito più di un miliardo di dollari; il successo ottenuto qui dimostra come l’Ebrd è in grado di adattare il proprio modello al di là dei paesi post-comunisti che ha aiutato nei due decenni passati”. Solo nel 2012 sono stati investiti un miliardo di dollari, per complessivi due miliardi e mezzo; il 94% di questa cifra è andato al settore privato, il resto alle municipalità: per interventi nel settore delle fonti rinnovabili, per il sostegno alle piccole e medie imprese, per le le operazioni di privatizzazione. La Turchia come storia di successo e come partner indispensabile, insomma.

Ali Babacan, vice-premier turco responsabile del settore economico, non ha avuto esitazioni: e dopo aver presentato quanto realizzato dalla Turchia nell’ultimo decennio – le chiavi: “stabilità e fiducia” – in campo economico e politico, ha promesso “il pieno sostegno nell’affrontare le sfide economiche e sociali che la regione sta vivendo”; tuttavia – ribadendo in questo una posizione consolidata e valida per tutte le istituzioni economiche internazionali – ha anche chiesto una revisione della governance della banca: perché i paesi “ricettori” sono attualmente sottorappresentati.

Una chiave di lettura riproposta da Erdoğan. Anch’egli ha vantato, nel suo discorso conclusivo, “le riforme di un paese oggi globalmente ascoltato” e ha offerto come soluzione ai paesi Semed “una strategia di lungo periodo – fondata sul consenso sociale, sulla partecipazione del popolo nel processo decisionale – in cui le riforme democratiche procedono di pari passo con le riforme economiche”; e più specificamente: “bisogna aprirsi al mondo, migliorare le infrastrutture fisiche e le risorse umane, prevenire le crisi, finanziare i programmi sociali, sviluppare il settore privato, rendere produttive le giovani generazioni”. Ha annunciato l’imminente saldo del debito nei confronti del Fondo monetario internazionale (di cui ha denunciato le ingerenze politiche), ha presentato i nuovi grandi progetti infrastrutturali del terzo aeroporto di Istanbul e del canale artificiale parallelo al Bosforo, ha consigliato agli stati usciti dall’autoritarismo di avere grande pazienza nel processo di democratizzazione: “si tratta di un processo lungo e arduo, con alti e bassi; ma bisogna guardare il quadro d’insieme, evitando di porre l’attenzione su singoli eventi e da questi fare proiezioni”. Ha promesso sostegno “a tutti i governi eletti: anche in nome dei “legami storici e culturali coi paesi della regione e di un destino comune.

L’ottimismo e la voglia di riscatto hanno poi ispirato i discorsi dei primi ministri di Tunisia, Giordania ed Egitto: che si sono alternati al podio in quest’ordine, parlando solo il primo in araboe gli altri due in perfetto inglese. I loro discorsi si sono rivelati – al di là delle forme retoriche adottate – molto simili nei temi trattati e nell’approccio, come nelle parole chiave utilizzate: tutti e e tre hanno infatti posto l’accento sulla centralità del mercato, sulla necessità di crescita fondata sugli investimenti, sul ruolo indispensabile delle imprese, sulla priorità da dare ai grandi progetti infrastrutturali, sulla lotta indispensabile alla povertà e alle disuguaglianze, sulla valorizzazione dell donne, sugli obiettivi fondamentali della giustizia sociale e dello sviluppo condiviso, sul simultaneo processo di democratizzazione fatto di riforme graduali.

Il più eloquente ed efficace è stato l’egiziano Qandil: “non si può avere lo sviluppo economico senza libertà, senza giustizia economica; è essenzialmente una questione di dignità delle persone”. Di conseguenza, ha rivendicato un approccio tutto egiziano – da mettere in atto anche senza l’aiuto dell’Fmi – per procedere su di un doppio binario: riforme democratiche da un lato, con la consapevolezza che radicare valori e pratiche (“la democrazia non è fatta solo di regole”) prenderà tempo; riforme economiche dall’altro, con la consapevolezza che la prosperità deve essere condivisa e lo sviluppo presuppone programmi sociali per combattere la povertà e assicurare istruzione e salute. E ha concluso sottolineando come tutti – nella regione – hanno “molto da imparare dall’esperienza della Turchia nell’ultimo decennio”. Erdoğan, inquadrato in platea, gongolava.

Questa voce è stata pubblicata in politica estera, Turchia. Contrassegna il permalink.

3 risposte a Bers: la Turchia come guida dei “potential recipient countries”

  1. Pingback: Bers: la Turchia come guida dei “potential recipient countries” - Istanbul Avrupa - Webpedia

  2. Charls ha detto:

    Ormai il personaggio ha perduto ogni credibilità. Questi articoli hanno toni trionfalistici ( mattatore….sig ), assolutamente parziali e, mi scusi, un entusiasmo un po’ naïf… come del resto i media amici del premier che, in Turchia,. hanno fatto una vergognosa disinformazione. Mi cancello dalla newsletter perché questo blog mi sembra il corrispettivo del tg4 di Fede…
    Buona fortuna

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...