Le proteste turche e la pertinenza del concetto di moltitudine (di Ester Cristaldi)


Ancora un’analisi sulle parole. Non raramente per raccontare la situazione turca delle ultime settimane e i suoi protagonisti si è parlato di “protesta del popolo turco”. Tralasciando le critiche al carattere approssimativo della definizione, e il constatare come in realtà stia partecipando alle proteste solo parte della società civile turca (vuoi per divergenze di opinioni, vuoi per ogni altro impedimento), il nostro problema è qui il concetto stesso di “popolo”.

La peculiarità che rende la protesta turca simile a quelle che han caratterizzato l’Europa e più in generale l’Occidente negli ultimi dieci anni e che la differenzia da ogni eventuale primavera araba, sia per genesi che per motivazioni, è la dissoluzione concetto stesso di “popolo”.

Quella che si vede in questi giorni nelle proteste, assomiglia più che altro a una “moltitudine”. Se il popolo è l’interfaccia dello Stato nei confini del quale nasce e si istituisce, che risponde a una volontà politica e a una volontà generale, la moltitudine è altro. La moltitudine rifugge l’unità politica, non risponde ad alcuna volontà generale, non stipula patti e non trasferisce poteri al governo. E’ persino poco incline all’ obbedienza. Semmai, la moltitudine, vuole istituirsi come nuovo, multiforme soggetto politico dello Stato del quale spesso rifiuta alcune forme di democrazia rappresentativa. E’ un organismo dai contorni sfumati che sfugge alle logiche classiche, non rappresenta la società civile in toto, ma solo alcuni suoi strati e trova spesso riscontro in organismi estranei a quelli legittimati dal concetto di “popolo”: è pluralità. La moltitudine rigetta l’idea stessa di rappresentanza politica: semplicemente non si sente rappresentata. Unisce più “popoli” in nome di valori “sovranazionali”. Un po’ come La tipologia di manifestanti di questi giorni ne è la prova: in un recente sondaggio condotto su 4,411 partecipanti alle proteste per il Gezi Park, il 79% ha dichiarato di non essere affiliato a nessun partito politico, mentre il 45% di partecipare per la prima volta a una protesta. C’è di più: il 47% degli intervistati ha dichiarato che non che non c’è alcun partito in Turchia che lo rappresenti e per il quale voterebbe (dicevamo: la moltitudine non si sente rappresentata). E non solo, quando si parla delle ragioni che ispirano le moltitudini, spesso non si può parlare di idee e progetti, quanto piuttosto di ideali. Le idee tra i manifestanti di Gezi Park son chiare? Vediamo un po’.

Le motivazioni che li hanno portati fin lì son differenti: tra chi è lì per salvaguardare il rispetto dei diritti, chi per protestare contro gli abusi di potere e chi invece per difendere la libertà, vien fuori che solo una piccola percentuale (il 9%) è lì con un intento politico ben preciso: chiedere le dimissioni di Erdoğan. Una conformazione molto eterogenea tanto negli ideali quanto nell’identità dei manifestanti, singola o di gruppo che sia, composta anche dagli attivisti di Listag (associazione delle famiglie di LGBT in Turchia) e da una considerevole rappresentanza curda che proprio in questi giorni continua a partecipare attivamente alle proteste istanbuliote: “La violenza cui abbiamo assistito da queste parti in questi giorni, ricorda molto le violenze che i curdi hanno subito per decenni”- riporta l’attivista curdo Emre Ekmeci- che aggiunge: “La mia speranza è che osservando quanto sta succedendo, tutti possano rendersi conto e comprendere cosa abbiamo passato” riferendosi ai metodi con cui la polizia e il governo stanno gestendo la rivolta.

Siamo ancora sicuri che sia “solo” la protesta del “popolo” turco o l’ennesima “primavera”?

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