Il sogno di Tayyippuccio (di Alessandro Riolo)


Ero a Istanbul da poco dopo il terremoto a poco prima delle elezioni in cui vinse l’AKP, anzi, andai pure ai seggi a fotografare le dita macchiate di china, e la situazione era tragica. Nel 2000/2001 i negozietti sulla Istiklal andavano via per poche decine di milioni di lire (italiane), la gente non sapeva dove sbattere la testa, nei supermercati aggiornavano i prezzi più volte al giorno, parevano contatori, in provincia, a Niğde, ho visto vendere le patate a 50 lire italiane al chilo, al dettaglio perché se compravi all’ingrosso il contadino rassegnato ti diceva “dammi quello che mi vuoi dare”, e a Niğde erano ricchi rispetto alle province orientali. In estate mi feci il tour delle 12 isole attorno a Fethiye in barca pagando la bellezza di 2500 lire italiane, pasta asciutta inclusa.

Son tornato nell’estate del 2003, pareva un altro paese dopo appena 8 mesi dei governi di Gül e di Erdoğan. Dopo un lungo e tempestoso freddo inverno sulla Turchia splendeva il sol dell’avvenire. Vero è che parte del merito è delle riforme di Derviş e Cottarelli (sapevate che la Turchia ha recentemente avuto un proconsole italiano?), ma dal punto di vista economico fino ad oggi non c’è alcun paragone possibile tra i governi AKP ed i precedenti, tranne parzialmente l’ultimo Ecevit.

Quando Tayyippuccio passa all’incasso per aver fatto il minimo sindacale, o anche meno, io non mi arrabbio quindi con lui ma con le bacare perse (e un parramu ri fimmini, una volta dovetti stringere la mano a za Tansu, non basta tutta la varichina del mondo) che gliel’hanno reso possibile e permesso. Quando si criticano i politici dell’AKP come si fa a non essere ancor più critici nei confronti del resto della classe politica turca, che ha permesso a Tayyippuccio di arrivare dov’è arrivato e di risolvere una marea di questioni elementari che loro non erano riusciti nemmeno a comprendere. Io non so come un fatto che Erdoğan sia corrotto, anche se ho sentito innumerevoli volte amici e conoscenti spergiurarlo, ma so come un fatto che dei suoi predecessori erano sia corrotti che inetti, oltre che altrettanto illiberali ed autoritari.

Discutevo jeri su Twitter, oggi su Facebook, domani chissà sul fatto che anch’io, come tanti, ritenga abbastanza provabile la congettura che vede in federalismo e democrazia diretta le chiavi per spiegare la ricchezza degli Svizzeri. La Svizzera fino al 1850 era sempre stata, e per sempre intendo sempre, un paese più povero e meno benestante della Sicilia. Il cambio di rotta iniziò con la costituzione del 1848, che introdusse il federalismo, ed il boom si ebbe dopo il 1874, con la costituzione che introdusse la democrazia semi-diretta. Il problema è che ci vollero 60 anni, tra 2 e 3 generazioni, per attuare la potenzialità di queste riforme. Avvicinare i centri decisionali ai cittadini, come fa il federalismo (fatto bene, non il ridicolo accrocchio donatovi dai Leghisti), e renderli capaci di un controllo retroazionato nei confronti della classe rappresentativa, li responsabilizza e sul lungo andare li migliora, trasformandoli da uccellini con la bocca aperta che starnazzano quando lo stato chioccia non li imbocca, in valenti e puntigliosi ragionieri su ogni potenziale rischio di spesa che abbia a che fare con il settore pubblico.

Le manifestazioni del parco di Ghezi sono un ottimo punto di inizio, di un processo di cui probabilmente non vedremo la conclusione nel corso della nostra vita. In Turchia dovranno riscrivere più volte il contratto sociale, sarà interessante vedere come. Hanno nei libri di storia gli esempi di tanti altri paesi, c’è da sperare che prendano soltanto il meglio, ma è difficile non dubitarne purtroppo. In questo processo Erdoğan è oggi chiaramente dalla parte della conservazione, è il cattivo primo ministro autoritario che vuole trasformare il suo paese nella sua personale utopia, ma se riuscissimo a dare uno sguardo dall’alto, è allo stesso tempo una figura positiva, perché è sotto la sua egida che milioni di Turchi si sono elevati da una situazione di generale penuria materiale ad una di piu generalizzato benessere che permetterà ai loro figli di intraprendere studi avanzati, venire a contatto con altre esperienze ed idee, sfidare lo status quo autoritario e patriarcale in cui l’esperienza politica turca sembra infognata da sempre. I ragazzi di piazza Taksim sono l’avanguardia di un processo storico che cancellerà necessariamente il sogno di Tayyippuccio, a meno che questi non riesca a coniugarlo con quegli aspetti che al momento gli sono chiaramente avulsi.

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Una risposta a Il sogno di Tayyippuccio (di Alessandro Riolo)

  1. eustakyomanopulo1937 ha detto:

    sei un vero conoscitore imparziale della realta’ turca,grazie anche per questo articolo. Secondo me erdogan ha gia’ designato,nel caso di crisi insuperabile,il suo successore..numan kurtuluş…
    Kurtuluş e’ piu’ democratico ma meno carismatico

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