Jenny White e le proteste di piazza Taksim


Jenny White è un’antropologa americana, esperta di Turchia: ha scritto un paio di libri di grande interesse sul movimento islamico (l’ultimo proprio lo scorso anno, Muslim Nationalists and the New Turks) e anche dei romanzi di successo ambientati in epoca ottomana.

E’ stata a Istanbul in queste ultime settimane, ha seguito proteste e quant’altro dal vivo. Dal suo blog, apprendo che ha avuto modo di parlare con persone delle classi sociali più umili: e ha scoperto che costoro non ne possono più delle proteste quotidiane – e degli immancabili scontri con la polizia – a piazza Taksim, che molti esercenti stanno subendo danni economici ingenti (esasperati, alcuni hanno cominciato a scontrarsi in prima persona – e armati di bastoni! – coi manifestanti), che la loro percezione delle proteste è influenzata dagli atti di vandalismo commessi dalle frange violente soprattutto nei primi giorni.

Alla fine delle sue osservazioni, si chiede: “are we romaticizing the impact of Gezi?

Beh, per quanto mi riguarda la risposta non può che essere affermativa. Purtroppo, molti – giornalisti, intellettuali, analisti politici – hanno l’atroce vizio di dare rilievo solo a ciò che è compatibile con la loro visione del mondo, a chi la pensa come loro: hanno beatificato i manifestanti del parco Gezi, hanno sostanzialmente ignorato la guerriglia urbana che pure è stata combattuta, hanno ingigantito gli episodi di violenza da parte della polizia che ci sono pur stati, hanno sostanzialmente dipinto quanto sta ancora accadendo in Turchia come la “resistenza” dei “buoni” contro il dittatore “cattivo”.

Eppure, i segnali erano dal principio tutti lì: dopo i primi due giorni, il livello di partecipazione alle manifestazioni non è mai salito ma è andato gradualmente scemando (nei numeri, nell’intensità); la partecipazione al comizio di Erdoğan a Istanbul è stata invece clamorosa è ha certificato che il leader non ha subito danni irreparabili alla sua popolarità; la “Piattaforma di Taksim” ha compiuto errori madornali, dimostrandosi incapace di svolgere un qualsivoglia ruolo politico perché ha presentato delle richieste massimaliste e irragionevoli; i famosi forum nei parchi cittadini si sono sì rivelati un momento di costruttiva discussione, ma rimangono sostanzialmente legati a ideologie e schemi superati (un ibrido tra le assemblee di istituto al liceo e le riunioni no global).

Da un lato abbiamo la “visione 2023” dell’Akp per rendere la Turchia una “grande potenza”, dall’altra chi dice no – per ragioni ai progetti infrastrutturali e al “capitalismo”: al momento, non c’è partita!

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