Turchia: le proteste non rallentano la crescita


(pubblicato nel numero di luglio/agosto di Develop.med dell’Istituto Paralleli, ma in effetti scritto 3 settimane fa)

Le proteste nate nel parco Gezi e a piazza Taksim di Istanbul, che si sono poi propagate – intensamente in grandi centri come Ankara e Izmir, in modo blando altrove – nelle altre province della Turchia, hanno sostanzialmente perduto la loro carica più virulenta. Sono drasticamente scesi i numeri, sono mutate le forme: da una parte manifestazioni artistiche che sono anche azioni di disobbedienza civile (il “duran adam”, l’uomo immobile), oppure festival colorati e musicali o ancora arte digitale direttamente su Internet; dall’altra assemblee serali di rilievo politico negli altri parchi di Istanbul, dopo il secondo sgombro di Gezi del 15 giugno: per adesso impegnate in semplici discussioni ad ampio raggio più che nella formazione di piattaforme elettorali.

[…]

E’ stata però intaccata e forse compromessa anche l’immagine che il governo dell’Akp – partito conservatore d’espirazione islamica al potere del 2002 – era riuscito faticosamente a costruirsi: un governo politicamente riformista, abile e lungimirante in economia, modello di equilibrio tra democrazia e islam; eppure, la contestazione collettiva che ha scosso il paese ha gridato allo stato di polizia, all’islamizzazione, alla dittatura: mentre i media internazionali hanno tracciato frettolosi paralleli con le “primavere arabe”. La stessa Unione europea ha deciso di rimandare a ottobre l’effettiva apertura di un nuovo capitolo negoziale – il 22, sulle politiche regionali – nel processo di adesione.

Turismo a parte, l’economia non sembra invece aver subito grossi danni. Nell’economic brief della Banca mondiale presentato ad Ankara il 3 luglio, infatti, non si registrano mutamenti nelle aspettative di crescita del Pil, che rimangono del 3,6% per il 2013: “gli effetti delle proteste del parco Gezi sull’economia turca sono limitati e i dati non mostrano alcun segnale negativo sulla fiducia”, ha dichiarato il direttore per la Turchia Martin Raiser. Anche nel corso dell’incontro della comunità imprenditoriale con l’ambasciatore Scarante, che si è tenuto a Istanbul il 25 giugno, l’interpretazione che ha prevalso è quella di un impatto nel medio termine trascurabile: gli operatori del settore bancario non hanno segnalato mutamenti nelle strategie d’investimento, tutt’al più – come hanno confermato i rappresentanti dell’Ice e della Camera di commercio italo-turca – sono state posticipate due o tre missioni programmate per la fase più calda.

Tuttavia, sono le stesse autorità di governo turche che individuano costantemente nella stabilità politica – un governo monocolore dal 2002 – il segreto principale del boom economico degli anni 2000: visto che ha permesso di realizzare le riforme strutturali necessarie a liberare l’economia dal dirigismo del passato; se questa stabilità venisse a mancare, anche nel medio periodo lo scenario potrebbe mutare drasticamente. Tutto dipenderà dall’andamento del processo di pace col Pkk curdo, dall’esito del progetto di nuova costituzione in cui riconoscere pari diritti e dignità a tutti i gruppi etnici e religiosi (e in cui Erdoğan vorrebbe inserire il presidenzialismo, per essere eletto alla massima carica nel 2015), dai risultati delle consultazioni comunali e presidenziali dell’anno prossimo, delle politiche dell’anno successivo.

(per leggere l’articolo completo, cliccate qui)

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