La speranza turca in Siria


La Turchia è il Paese che più ha da guadagnare -ma anche quello più a rischio- da un attacco missilistico alla Siria. La sua attività diplomatica, i suoi equilibri interni, il processo di pace col Pkk sono stati infatti danneggiati dalla guerra civile al di là del confine, dall’afflusso di centinaia di migliaia di rifugiati siriani, da azioni terroristiche (51 vittime a maggio a Reyhanlı, cittadina di frontiera), da pallottole vaganti che hanno fatto altre vittime sul proprio territorio, dalle ambizioni autonomistiche -e probabilmente indipendentistiche- dei curdi di Siria. Il prolungarsi dell’instabilità, anche in vista della prolungata stagione elettorale del 2014 e 2015 (amministrative tra 6 mesi, presidenziali subito dopo e infine politiche), rappresenta una costante minaccia per il Governo; la decisione -già due anni fa- di rompere completamente i rapporti con Bashar al-Assad, scommettendo su di una sua rapida caduta, precludendosi in questo modo un qualsivoglia ruolo di mediazione, si è rivelata affrettata e controproducente.

La speranza turca, dichiarata più o meno esplicitamente dalle autorità di Governo, è che un attacco missilistico targato Usa possa far implodere il regime, o che, in subordine, possa indebolirlo a tal punto da rilanciare in modo definitivo l’azione sul campo dei cosiddetti ribelli; ulteriore alternativa, che possa spingere settori del regime al tavolo negoziale -Ginevra la possibile sede- per una soluzione politica al conflitto (anche in quest’ultimo caso, per una Siria senza Assad).

Il Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, impegnato fino alla scorsa settimana a elaborare una via d’uscita dalla crisi egiziana, dopo l’attacco chimico del 21 agosto a Gouta, ha rivoluzionato la sua agenda: ha dato la priorità alla Siria e non più all’Egitto nel suo viaggio già programmato del 22 e 23 in Germania, Inghilterra e Italia; ha incontrato il Presidente della Coalizione nazionale siriana, Ahmad Jarba a Istanbul, ha ricevuto il suo omologo del Qatar ad Ankara, ed è volato a incontrare quello dell’Arabia Saudita; ha avuto conversazioni telefoniche coi più rilevanti interlocutori internazionali, compreso il suo omologo russo Sergej Lavrov; ha ripetutamente offerto il suo punto di vista in interviste sulla stampa e in tv.

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3 risposte a La speranza turca in Siria

  1. eustakyomanopulo1937 ha detto:

    un articolo che rispecchia la realta’.

  2. Akhenaton ha detto:

    Il rischio è quello che ,un intervento armato,da qualunque parte ,arrivi,scateni una guerra nei paesi limitrofi alla Siria. Con le conseguenze del caso.La Turchia farebbe bene a restarne fuori.

  3. Ivan Demarco Orlov ha detto:

    Davatoglu fà un bel trio con le altre due vergini dai candidi manti, rotte di dietro ma sane davanti, Erdogan ,Gul e Davatoglu dovranno rispondere al popolo turco di una politica estera avventurista che non ha spiegazioni se non quella di laute mance ricevute dal Qatar, dove sono abituati a comprare di tutto, dalla zoccola al primo ministro.
    Quando si ha del fieno secco in cascina non si dà fuoco alla casa dei vicini, e la Turchia di fieno secco ne ha che la metà basta, curdi e minoranze varie ed una nutrita minoranza kemalista in totale disaccordo con le rischiosissime politiche del verginale trio, poi è abbastanza buffo e quasi una nemesi storica vedere la politica neo ottomana in accordo con le potenze dell’accordo Sikes Picot mentre la lira turca affonda dopo esser stata tagliata fuori dai mercati di Siria e Iran ed aver bovinamente seguito politiche neo liberiste, è probabile che a lasciare il potere sia prima Erdogan che non Assad.
    Ivan

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