Islamofobia, virus mortale


Pluralismo, tolleranza, rispetto. Giovedì 12 e venerdì 13 settembre si è tenuta a Tarabya, rilassante località sul Bosforo, una conferenza internazionale sull’islamofobia voluta dal governo turco e dall’Organizzazione per la conferenza islamica (Oic): definizioni, cause, soprattutto rimedi. I personaggi di spicco intervenuti: il vice premier Bülent Arınç, il segretario generale dell’Oic Ekmeleddin Ihsanoğlu, il professor John Esposito della Georgetown University (dove dirige il Center for Muslim-Christian Understanding), il consigliere del primo ministro Ibrahim Kalın; lo stesso Erdoğan, impegnato altrove, ha inviato un appassionato messaggio augurale: «l’islamofobia è una forma di razzismo e in quanto tale è un crimine contro l’umanità», il succo del testo.

La conferenza di Istanbul non è stata un evento episodico: ma un punto di passaggio – valutazioni e rilancio – su di un cammino già avviato. Dopo gli attentati alle Torri gemelle, quando nel mondo occidentale (un esempio su tutti, Oriana Fallaci) si è scatenata quella che Arınç nel corso della sessione di apertura ha definito “propaganda dell’odio”, la Turchia – insieme alla Spagna di Zapatero – ha promosso come antidoto l’Alleanza delle civiltà: un progetto nato nel 2005 in seno all’Onu per contrastare le spinte più radicali attraverso il dialogo e la conoscenza reciproca, coinvolgendo soprattutto le giovani generazioni. John Esposito e Ibrahim Kalın hanno invece più recentemente curato un volume di case studies – Islamophobia. The Challenge of Pluralism in the 21st Century (Oxford University Press, 2011) – in cui vengono contestati «il modello di ordine culturale uni-polare ed eurocentrico», il secolarismo considerato «il solo potere emancipatore nel mondo moderno».

Nel suo discorso, il professor Ihsanoğlu ha invece ricordato tutte le iniziative che l’Oic ha messo in atto dal 2005, da quando ha assunto la carica di segretario generale: conferenze, seminari, iniziative legislative, una grande attenzione per il mondo della comunicazione; del resto, la due giorni di Tarabya – frutto diretto del lavoro del Dipartimento generale della stampa e dell’informazione del governo turco – è stata espressamente dedicata a due aspetti dell’islamofobia: i media e la legge. Ihsanoğlu, ricordando alcune manifestazioni eclatanti di odio e discriminazione nei confronti dei musulmani e dell’islam (le vignette anti-Maometto in Danimarca, le copie del Corano bruciate da un predicatore statunitense), ha individuato nel referendum svizzero per mettere fuori legge i minareti nel 2009 «l’esempio più visibile di xenofobia»: per mezzo del quale «l’islamofobia è stata istituzionalizzata in un paese occidentale e democratico». Rabbia e disgusto.

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