Rum: i greco-ortodossi di Turchia cercano un nuovo avvenire (da Limes)


IMG_6839(pubblicato ieri su Limes online: qui propongo la mia versione, senza gli interventi redazionali)

Gli insoddisfatti per il contenuto del “pacchetto di democratizzazione”, presentato il 30 settembre dal premier Recep Tayyip Erdoğan, sono molti: ma la delusione maggiore è stata quella dei greco-ortodossi (rum in turco, romei in italiano), gli ultimi rimasti – secondo le stime, da 2000 a 4000 – di una comunità in epoca ottomana fiorente e influente. Ancora stavolta è mancato ciò che chiedono da decenni: la riapertura del seminario teologico sull’isola di Heybelianda/Halki di fronte a Istanbul, chiuso dal 1971 per motivi di laicismo e ostilità; tutto è pronto, le aule e i vecchi banchi in legno sono rimasti quelli di allora: solo gli studenti, futuri sacerdoti e patriarchi, sono assenti.

I rum sono cittadini turchi a tutti gli effetti, dal 1923 – dopo la guerra turco-greca e il trattato di Losanna – vivono però in una condizione di inferiorità formale e sostanziale: minoranza poco tollerata, soggetta a vessazioni di ogni tipo e spinta in più ondate all’emigrazione, stranieri in casa loro. Il momento più odioso di questo processo è stato il pogrom del 6 e 7 settembre 1955: vennero distrutti negozi, profanate chiese, attaccate e umiliate persone. L’esodo cominciò allora, inarrestabile.

Non è un vezzo se Méropi Anastassiadou e Paul Dumont, autori di Les Grecs d’Istanbul (Cerf, 2011), hanno dato come titolo all’introduzione del loro saggio “Il rifiuto dell’estinzione”: tenacemente superstiti, per l’appunto. Sono per la maggior parte cristiani ellenofoni, esistono anche dei gruppi di turcofoni e arabofoni di Antiochia: ma il turco lo parlano tutti, l’istruzione – anche nelle scuole private autonomamente gestite – è comunque bilingue.

Negli ultimi anni la loro condizione “sta però cambiando drasticamente”, racconta Laki Vingas: il rappresentante delle fondazioni non-musulmane e uno degli artefici della rinascita della comunità. Le riforme democratiche del partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) stanno infatti gradualmente restituendo ai gruppi etnici e religiosi che compongono il mosaico turco diritti, dignità e visibilità; dall’agosto del 2011, anche parte dei beni immobili – orfanotrofi, scuole, chiese, ospedali, terreni, persino cimiteri – confiscati ingiustamente dall’establishment kemalista a rum, armeni, siro-ortodossi, ebrei.

Come la scuola elementare greco-ortodossa di Galata: trasformata in centro culturale che ospita la Biennale del design, la Biennale di arte contemporanea, concerti di musica classica. Il risveglio culturale è uno degli aspetti che più colpisce: il ritorno del carnevale – coloratissimo e rumorosissimo – nelle vie di Tatavla, il gruppo di musica tradizionale Café Aman – fasıl e rebetiko – fondata da Stelyo Berber, una casa editrice nata nel 2012 – la ISTOS – che pubblica in greco i suoi libri (e il quotidiano Apoyevmatini – primo numero, nel 1925 – non ha mai cessato le pubblicazioni). La riapertura del seminario è stata promessa più volte dal governo: che però pretende mosse reciproche della Grecia a favore della sua minoranza turcofona e musulmana.

Nelle parole di Vingas, “la Turchia sta tornando a essere polifonica”: e i rum di Istanbul stanno contribuendo fattivamente al ripristino dei meccanismi pluralisti di origine ottomana, sacrificati sull’altare del nazionalismo esclusivista; “i turchi stanno riscoprendo il loro passato, la loro storia”: per molti secoli fatta tendenzialmente di condivisione, rispetto, armonia. Il passo successivo, suggerito a gran voce da tutte le minoranze: una nuova forma di cittadinanza, su base puramente civica e non più etnica, da introdurre nella carta costituzionale attualmente in fase di revisione.

Il cemento dei greco-ortodossi è però il patriarca ecumenico Bartolomeo, originario dell’isola di Imbros (all’imbocco dei Dardanelli) e in carica da 20 anni; tra l’altro, anche lui ex allievo del seminario di Heybeliada. E’ il punto di riferimento per tutti i rum, dagli anziani alle nuove generazioni; ha trasformato il patriarcato del Fener in tappa obbligata per i leader politici stranieri di passaggio in città; visita incessantemente piccole parrocchie e celebra messe in chiese chiuse da decenni: come nel monastero di Sümela vicino a Trabzon, per la prima volta – e poi ogni anno – il 15 agosto 2010.

Il fenomeno più in atteso è l’inversione – tutta recente – delle dinamiche demografiche. Tutto merito della crisi: perché al patriarcato e alle varie fondazioni caritatevoli arrivano richieste sempre più numerose da parte di rum emigrati in Grecia che vogliono tornare per trovare un lavoro e recuperare le proprietà immobiliari, o anche di greci – soprattutto giovani e intraprendenti – che sempre per motivi economici vogliono stabilirsi sul Bosforo. Mentre gli adolescenti greco-ortodossi di Istanbul, in precedenza destinati ad espatriare dopo gli studi superiori, adesso sono ben felici di rimanere in Turchia. Una comunità in cerca di nuovo avvenire.

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3 risposte a Rum: i greco-ortodossi di Turchia cercano un nuovo avvenire (da Limes)

  1. mirkhond ha detto:

    L’attuale governo turco è favorevole al ritorno di Rum istanbulioti e anatolici nella loro terra d’origine?
    E verso i Rum provenienti dalla Rumeli/”Grecia”?
    Il Patriarcato da dove il prende gli insegnanti per poter istruire i nuovi seminaristi.
    Attualmente DOVE e da CHI viene formato il clero ortodosso anatolico?

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      si’, il governo e’ favorevole al ritorno dei rum: ma la legislazione tuttora in vigore (priorieta’, eredita’) e’ penalizzante!

      per il clero, prima la Grecia (o altri paesi) e poi un processo non ufficiale in Turchia: nel senso che il seminario vero e proprio di Halki e’ chiuso, ma il monastero e la biblioteca funzionano regolarmente

  2. eustakyomanopulo1937 ha detto:

    İl patriarca Bartolomeo e’ un granduomo,coraggioso e dal senso dell’organizzazione molto sviluppato,ha rimesso in funzione moltissime chiese e chiesette abbandonate,facendo ristrutturare la maggior parte di esse,oserei dire che ha realizzato un grande lavoro ,difficilissimo,
    con ottimi risultati. Bisogna non dimenticare che il patriarca Bartolomei ,oltre ad essere un capo religioso e’in tutti i sensi,il capo della comunita minoritaria greco=ortodossa e come tale e’ pure un uomo politico. Quale politico ,pero’, dimostra di avere difficolta’ nel cogliere lo spirito politico del momento e di agire in merito, facendo ,in questo modo, far prolungare i tempi di soluzioni possibili
    molto prima

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