Gli italiani di Istanbul e le proteste di piazza Taksim (23)


Ennesimo esempio, tratto da un blog e datato 2 giugno, di come molte analisi dei “fatti di Gezi” siano inficiate da una concezione fortemente distorta della democrazia:

La protesta del popolo turco si svolge nel pieno servizio della democrazia, dove il popolo che elegge democraticamente il suo governo, lo delegittima nel momento in cui non esercita al meglio le sue funzioni, anteponendo il proprio interesse al bene comune. La Turchia è una repubblica laica e democratica ed Erdoğan non può comportarsi da autocrate, non può non ascoltare la voce del suo popolo, che urla le sue dimissioni. E’ nella piena coscienza dei propri diritti che il popolo scende in piazza a dare al mondo una lezione di democrazia.

No, la “cultura della piazza” è assolutamente incompatibile con la democrazia: perché in democrazia le decisioni vengono prese attraverso il voto, non urlando più forte dei propri avversari (e guarda caso, in queste letture di estrema sinistra si parla sempre di “popolo” e mai di “cittadini”…)

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3 risposte a Gli italiani di Istanbul e le proteste di piazza Taksim (23)

  1. Simone Favaro ha detto:

    Storicamente, comunque, è stata la piazza (nelle sue varie forme) a dettare le linee politiche. Dalla Agorà di Atene passando per la Rivoluzione Francese e i Motti Europei, fino al 68. Il Voto è l’esito di un processo che legittima quello che è avvenuto prima, una espressione parziale di delega che quasi mai è al 100% rappresentativa dell’interesse sociale, anche nelle “democrazie avanzate”.

    • Istanbul, Avrupa ha detto:

      si’, storicamente: prima della democrazia, che e’ fenomeno recente (ma il ’68 e’ stato un fenomeno violento, ispirato da ideologie anti-democratiche).

      • Simone Favaro ha detto:

        La democrazia, anche storicamente, non è poi un fenomeno così recente, dato che la sua teorizzazione ha più di 2000 anni. Personalmente sono per il significato originario del termine che non limitava il “potere del popolo” nell’espressione del voto, ma lo vedeva parte attiva nella decisione collettiva, valorizzando il ruolo sociale di ogni classe (vedi la Repubblica di Platone).

        In secondo luogo, anche se non mi piace il fenomeno in se, trovo che sia intellettualmente disonesto il negare i risultati ottenuti dal 68 (sui cui benefici tutti e due siamo cresciuti: diritto allo studio, tutele sociali, ecc. ecc.). Semmai il problema è un altro: il 68 ha sostituito una classe dirigente con un’altra altrettanto (e forse più) conservatrice e ha appiattito verso il basso tutto eliminando quella classe media che lo ha generato e spingendo verso una rappresentanza che, per taluni aspetti, ha lo stesso valore della “discendenza” che caratterizzava le oligarchie e le monarchie.

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